Lunedì, 15 Luglio 2024
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Discariche, sangue e inceneritori: è battaglia sui Pfas

I «temutissimi derivati del fluoro» sono al centro di uno scontro sulla termovalorizzazione dei reflui. La cui presenza nelle matrici ambientali di mezz'Italia preoccupa da tempo la rete ambientalista del Nordest mentre al contempo monta il caso Arco-Maza

«Bruciare rifiuti è sempre pericoloso, non c'è filtro che tenga. Il rischio è ancora più alto se poi si tratta di incenerire 190.000 tonnellate annue di fanghi contaminati da diossine, idrocarburi, metalli e soprattutto dai famigerati Pfas, che come si è visto in questi giorni ormai costituiscono un problema anche fuori dalla cosiddetta zona rossa del Veneto centrale. I depuratori civili non trattano solo i reflui delle abitazioni, ma anche quelli di molte industrie e attività artigianali, ed è soprattutto per questo motivo che molte sostanze nocive si trovano poi nei fanghi. Abbiamo in mano le analisi di alcuni depuratori e analisi di Arpav che comprovano questa situazione; ciononostante gli enti preposti continuano a considerare i fanghi come rifiuti non pericolosi». È questo il passaggio chiave di una nota al vetriolo diramata oggi 28 marzo nel primo pomeriggio da Mattia Donadel, il portavoce del coordinamento «No inceneritore Fusina». Proprio nella frazione di Venezia infatti è in previsione la realizzazione di un maxi termovalorizzatore che ha scatenato la reazione veemente della rete ecologista veneta, inclusa quella vicentina.

LA NOTA
La nota diffusa da Donadel parla delle sostanze tossiche che dovrebbero essere incenerite. Fra queste cita appunto i Pfas, «i temutissimi derivati del fluoro» che da anni sono al centro dell'affaire Miteni, l'industria chimica di Trissino nell'Ovest vicentino (ribattezzata dai suoi detrattori «la Cernobyl dei Pfas»). La quale industria è accusata dalle autorità di essere la responsabile di una maxi contaminazione da derivati del fluoro, i Pfas appunto, che ha colpito tra Veronese, Vicentino e Padovano tutto il Veneto centrale.

«PROGETTO IRRICEVIBILE»
Ad ogni modo per Donadel ossia per i comitati che hanno messo nero su bianco il proprio punto di vista nella nota diramata oggi il progetto è irricevibile perché «ritenuto estremamente pericoloso». La questione Pfas ormai è deflagrata a livello nazionale e il caso ormai comincia ad essere presente costantemente sui media europei, italiani e veneti. Basti pensare alla mappa interattiva sulla presenza di queste sostanze realizzata da Le Monde, alla elaborazione dei dati per la parte italiana cui ha dato vita Wired poi ripresa anche da Il Mattino di Padova.

MONTA IL CASO TRENTINO
Peraltro la querelle relativa attorno alla contaminazione dei derivati del fluoro ha preso piede anche in Trentino. I Pfas sono stati trovati in quantità altissime anche nella discarica della Maza ad Arco: il valore tra i 6000 e i 7000 nanogrammi (il bouquet dei singoli composti è vario perché i Pfas sono una grande famiglia di sostanze chimiche simili). Il 20 marzo proprio ad Arco, durante un consiglio comunale gremito di spettatori, i dirigenti della agenzia per la protezione ambientale del Trentino, l'Appa, hanno minimizzato la portata di quanto riportato sui media. Proprio durante quella assise infatti la consigliera comunale Arianna Fiorio della civica Olivaia si era domandata se quei valori fossero o meno «eccezionali».

PARLA IL DIRIGENTE
A stretto giro aveva risposto Gabriele Rampelli (la replica la si può ascoltare al minuto 2:14 della registrazione ufficiale della seduta fornita dal Comune di Arco), direttore del settore controlli e autorizzazioni proprio in seno ad Appa: «È assai normale che il percolato delle discariche contenga Pfas perché non è altro che un riassunto dei rifiuti che si trovano nelle stesse discariche. Evidentemente - rimarca il dirigente - nella discarica della Maza ci saranno state parecchie padelle teflonate o oggetti contenenti Goretex o comunque una certa quantità... di rifiuti contenti Pfas. Questo valore di 6000 nanogrammi, anche se sembra un valore smisurato e lo è perché stiamo parlando di un percolato... quindi è un concentrato di inquinamento... non è un'acqua superficiale, come quelle che vengono monitorate che sono le acque con cui noi veniamo in contatto. Con il percolato noi non dovremmo mai venire in contatto. Questo percolato è stato portato al depuratore di Rovereto... Ma non abbiamo motivo di pensare che sia diverso di anno in anno... Il percolato è sempre più o meno quello in una discarica». Poi Rampelli (al centro della foto) aveva aggiunto un'altra considerazione: «... Quel percolato con quelle concentrazioni può andarci al depuratore. È vero il depuratore non farà praticamente nulla: però... è anche una goccia nel mare. Nel senso che... allo scarico del depuratore abbiamo veramente tracce... Tracce che sono peraltro simili a quelle del refluo che entra comunque dentro al depuratore...».

DUBBI IRRISOLTI
Al di là dell'esposizione un po' stentata e al di là delle rassicurazioni fatte in quella sede dall'assessore all'ecologia della provincia autonoma di Trento Mario Tonina (che è pure vicepresidente della giunta) la rete ambientalista del Nordest non si è di molto tranquillizzata. Anche perché, come ricorda la testata Il nuovo Trentino, in aula non sono state fornite indicazioni precise su quanti campionamenti siano stati effettuati in quella discarica per quanto riguarda la presenza dei Pfas né con quale frequenza questi siano stati effettuati, né su quali famiglie di composti. Allo stesso tempo non sono state fornite indicazioni dettagliate sulla eventuale origine della contaminazione né se la bonifica in corso riguardi anche i Pfas o meno e in che misura.

COMPARTO MILITARE E QUESTIONE GEOSTRATEGICA
Sullo sfondo però rimane il tema della pervasività nell'ambiente dei Pfas in relazione all'utilizzo che di queste sostanze si fa pressoché in ogni ambito industriale. Tra i settori di primaria importanza ci sono quello militare e quello hi-tech: basti pensare alla corsa ai microchip di ultima generazione in corso tra Usa e Cina, una corsa che ha una valenza pure geostrategica. Quando di recente alcuni Paesi del Nordeuropa hanno cominciato a parlare della messa al bando di questi derivati del fluoro non sono mancate le doglianze di chi ritiene che tale provvedimento possa avere una seria ripercussione nei confronti dell'industria dei microchip anche nel Vecchio continente. I Pfas infatti sono necessari nel processo di refrigerazione relativo al cosiddetto stampaggio degli stessi microchip. Questa per esempio è la tesi del Think tank industrialista «Consumerchoicecenter» che all'argomento il giorno 8 giugno 2022 ha dedicato un lungo approfondimento. Sul versante opposto invece si ponte il videomaker Massimiliano Mazzotta che sulla tossicità  dei Pfas ha realizzato un documentario (Chemical bros) che è stato proiettato a Vicenza a metà settembre dello scorso anno e che il 31 marzo alle 18,oo sarà proiettato pure al teatro Kolbe di Mestre.

PALAZZO BALBI NEL MIRINO
Le polemiche però non si fermano al Trentino. Ad Arzignano nell'Ovest Vicentino l'esecutivo della città del Grifo aveva chiesto di estendere le indagini sanitarie sulla presenza nel sangue dei Pfas a tutti i residenti della stessa Arzignano. La cittadina della Valchiampo infatti è nota per essere il centro del polo conciario della Valchiampo: un polo che adopera Pfas in grandissima quantità proprio per la impermeabilizzazione delle pelli. I prossimi giorni saranno cruciali per capire il quadro della situazione e per capire come la rete ecologista reagirà alle scelte optate dalla Regione Veneto che attualmente non permette a tutti i residenti arzignanesi di cercare i Pfas nel sangue. Ieri l'altro sul punto aveva espresso la sua costernazione anche Giovanni Fracasso, assessore comunale all'ecologia della città del Grifo. Quest'ultimo in una nota pubblicata sul bollettino comunale aveva dato conto del «profondo rammarico» in ragione del fatto che il recente allargamento dello screening sul sangue dei veneti nella sua città coinvolge «solo i 264 abitanti residenti nell’area arancione». Per Fracasso si tratta di un atteggiamento «illogico ed estremamente discriminatorio nei confronti degli altri 18.043 abitanti di Arzignano».

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