Fanghi conciari? Guarda dice no all'inceneritore

Il consigliere regionale leoniceno dopo l'esito negativo della gara per la realizzazione di un impianto per il trattamento dei reflui del settore pelle si professa scettica sulla riproposizione del progetto anche fosse nell'Ovest vicentino

Il consigliere regionale Cristina Guarda (repertorio, foto Marco Milioni)

«Credo che da dieci anni si continuano ad accendere sigarette in una stanza già satura di fumi velenosi. Solo che la stanza é la Valle Padana e l'ultima sigaretta che si vuole accendere é un maxi inceneritore». Sono queste le considerazioni del consigliere regionale leoniceno Cristina Guarda contenute in una nota diramata oggi 9 luglio. Il riferimento «è alle ultime notizie dal bando per la realizzazione di un impianto di trattamento dei fanghi» conciari per l'Ovest vicentino. Un bando andato deserto, la cui vicenda sta facendo discutere parecchio i palazzi regionali, che sull'iter di pratiche del genere hanno diverse voci in capitolo peraltro.

«Sono notizie per nulla buone», chiosa Guarda riferendosi all'ipotesi «dell'apertura al progetto di un ennesimo inceneritore. Se nel 2020 - aggiunge la leonicena - abbiamo ancora bisogno di discariche e inceneritori, anziché abbattere a monte la produzione di scorie e rifiuti, significa che gli interessi dei privati sono maggiori di quelli della comunità e questa cosa deve finire». Secondo il consigliere la tecnologia a disposizione delle imprese per l'abbattimento degli inquinanti c’è ed è «ad un costo accessibile». Tuttavia, sostiene la Guarda, «le imprese vanno anche supportate dalla politica regionale», con fondi ad hoc e con una «visione chiara» per il distretto industriale.

«Va ribadito - prosegue ancora il consigliere - che è insostenibile la  costruzione di un inceneritore nell'Ovest vicentino, dove servirebbero deroghe ambientali inaccetabili, sia per la presenza di troppi camini che contribuiscono all'inquinamento nella zona, sia per le altre pressioni ambientali esistenti, in primis l'inquinamento da Pfas». Nella sua nota la leonicena parla di «qualità dell'aria a rischio» e di «emissioni odorigine nei comuni di Zermeghedo e Montebello» che non fanno dormire sonni tranquilli. Che sia andato deserto il bando per l'impianto di trattamento «non è una sorpresa», ed «è difficile - argomenta l'inquilino di palazzo Ferro Fini - che qualche amministrazione lontana dall'Ovest vicentino voglia bruciare a casa propria i rifiuti degli altri».

Guarda poi rispetto ad un ventilato accordo tra la municipalizzata di Verona Agsm e quella di Vicenza Aim, che comporti la possibilità che le due società fruiscano in qualche modo dell'inceneritore di Schio dice la sua mettendo nero su bianco il suo pensiero. «È ora che coloro che propongono questa soluzione capiscano che siamo nel 2020 e che l'acqua e l'aria sono un bene di tutti. Chi le sporca deve risolvere il problema a monte» non nell'impianto «costruito e gestito con i soldi dei cittadini».

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In realtà sul futuro dell'inceneritore di Schio (che a differenza di quello previsto nel comprensorio arzignanese è una realtà da anni) di recente è intervenuto il consigliere comunale Alex Cioni (Prima Schio-Fratelli d'Italia) il quale il 2 luglio ha depositato una corposa domanda di attualità nella quale chiede lumi alla giunta comunale proprio in merito al destino dell'inceneritore. Quest'ultimo infatti è di proprietà di Ava, la società intercomunale dell'Alto vicentino che «secondo alcuni boatos» di palazzo potrebbe entrare nel risico delle multi-utility venete assieme a Agsm e Aim.

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