Lunedì, 15 Luglio 2024
Cronaca

Pfas, il processo alla barriera idraulica

La vicenda dei pozzi usati per cercare, senza successo, di limitare al massimo la contaminazione ambientale attribuita alla trissinese Miteni è finita al centro della udienza svolta a Borgo Berga: il caso venne scoperto da Vicenzatoday.it

«Nel 2005 Miteni comunicò al Genio civile di Vicenza la realizzazione di una barriera idraulica. Tuttavia non era questo l'ente competente ad autorizzare una barriera di emungimento e trattamento ambientale di acque inquinate, e quindi il Genio Civile non colse all'epoca dei fatti la criticità ecologica sottostante». È questo uno degli elementi di maggior significato usciti dalla udienza di oggi giovedì 2 dicembre a Borgo Berga relativamente al processo Miteni, uno degli scandali ambientali più eclatanti del Paese. A fornire questa chiave di lettura è una nota diramata in serata dai gestori del ciclo integrato dell'acqua del Veneto centrale che contro i presunti responsabili del maxi inquinamento si sono costituiti parte civile assieme a molte associazioni ecologiste.

I TESTI
Quanto emerso durante le testimonianze rese in aula sarebbe l'indice, secondo la nota, «della consapevolezza del problema relativo ai Pfas da parte di Miteni. In ogni caso questa barriera non avrebbe garantito l'interdizione dei fenomeni di diffusione contaminanti fuori dal sito Miteni». Di fatto, si legge ancora, «vi è stato per anni» una sorta di «rubinetto aperto sulla falda, nella quale venivano quindi immessi i Pfas».

IL DETTAGLIO
Più nel dettaglio il tema è stato sollevato oggi dall'avvocato Marco Tonellotto, legale di Acque del Chiampo, che con Acque Veronesi, Viacqua e Acquevenete si è costituita parte civile nel processo «a carico di quindici manager di Miteni spa, Icig e Mitrubishi Corporation, accusati a vario titolo di avvelenamento acque, disastro ambientale innominato, gestione di rifiuti non autorizzata, inquinamento ambientale e reati fallimentari». Sul banco dei testimoni oggi si è seduto «il dirigente dell'Arpav Vincenzo Restaino, direttore del dipartimento Arpav di Vicenza dal 2010 al 2014 che è stato sentito per circa sei ore dai pubblici ministeri Hans Blattner e Barbara De Munari, dalle parti civili e poi anche dagli avvocati della difesa». Restaino, si legge nella nota diramata dai gestori, avrebbe spiegato che «nel 2013 Arpav non sapeva che l'inquinamento da Pfas fosse così largamente diffuso. Nel 2005 quando il Genio civile autorizzò la barriera idraulica, gli enti pubblici non avevano gli strumenti per scoprire i Pfas nell’acqua».

LA PARABOLA
Le parole di Restaino in qualche modo non sono che l'epilogo di una parabola discendente  di atteggiamenti controversi che la galassia ambientalista attribuisce a Regione, Genio civile e Arpav. Il caso è noto da tempo e venne alla luce proprio dopo una inchiesta di Vicenzatoday.it. La Regione, gli enti collegati e il Comune di Trissino già dopo il 2005 erano de facto a conoscenza della esistenza nel sito della Miteni di pozzi barriera (in gergo barriera idrauilica), ossia di pozzi che comunemente vengono adoperati per cercare di abbattere l'inquinamento.

Il motivo per cui le informative che arrivarono dalla Miteni o da altri soggetti ad Arpav Vicenza e Genio civile di Vicenza, non spinsero le rispettive direzioni generali nonché i vertici di palazzo Balbi ad accendere già allora un potente fanale verso la stessa Miteni rimane, al momento un mistero irrisolto. Soprattutto alla luce del fatto che la Regione Veneto non ha mai dato seguito, quanto meno in forma pubblica, all'indagine amministrativa interna che avrebbe dovuto appurare eventuali condotte da censurare sul piano disciplinare da parte di funzionari appartenenti alla stessa amministrazione regionale o ad enti collegati. Peraltro sempre la Miteni, secondo le accuse, per anni, avrebbe contaminato le matrici ambientali e quelle alimentari per gli scarti di lavorazione dei Pfas (in gergo perfluoroalchilici), una sterminata famiglia di derivati del fluoro impiegati quasi in tutti i campi industriali.

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