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Caso Moriago? «Nel Veneto la follia è dietro l'angolo»

È lo sfogo di un medico berico che ai taccuini di Vicenzatoday.it descrive i mali del sistema sanitario regionale specie nell'ambito della prevenzione del disagio psicosociale: mentre in valle dell'Agno «i tentativi di suicidio sono alle stelle»

Una veduta dell'ospedale di Vicenza, sede dell'Ulss 8 berica (repertorio Today.it, foto Marco Milioni)

«La follia del gesto omicida di Fabrizio Biscaro che ha fatto finire il caso di Moriago nel Trevigiano su tuttii quotidiani regionali lascia basito anche un addetto ai lavori come me. Sullo sfondo però chi fa il mio mestiere sa che non possono essere sottaciuti i problemi del sistema sanitario regionale veneto che sotto il profilo della prevenzione nell'ambito del disagio psichico è uno dei fanalini di coda del Paese». A parlare è un medico vicentino dell'Ulss 8 berica che chiede l'anonimato «perché la legge e i regolamenti interni alle aziende sanitarie rendono un azzardo criticare la gerarchia o le scelte fatte dalla politica».

Senta dottore perché un addetto ai lavori può provare smarrimento di fronte ad un fatto del genere?
«Le motivazioni del gesto omicida lasciano il segno. Essere un medico, conoscere le dinamiche della mente sotto l'ambito psichiatrico, valutarne la portata in modo professionalmente distaccato non significa disconoscere la portata emotiva di una azione del genere».

Ad ogni modo da giorni si parla del fatto che il Veneto alla fin fine destìni al comparto della salute mentale, anche in termini di prevenzione, gran poco. Ne ha parlato tra gli altri Renato Piva sul Corveneto del 26 giugno in pagina 3. Tra i dati che gli specialisti segnalano con rabbia all'opinione pubblica c'è quella quota «misera» del 2,5% dedicata alla salute mentale che tra le altre ha scatenato un bailamme politico, con l'opposizione di centrosinistra che ha puntato l'indice contro la giunta di centrodestra mentre questa è rimasta, tranne qualche timida presa di posizione, in silenzio. Lei che cosa dice al riguardo?
«Che cosa vuole che le dica. Va da sé che in questo Paese non si riesce quasi mai a discutere con incisività di un problema se non si è sulla scia emotiva di qualche avvenimento, specie luttuoso: basti pensare al ponte Morandi, al caso Mottarone, ai morti sui luoghi di lavoro e quant'altro. Ma c'è un ma».

Sarebbe a dire?
«Il piano inclinato sul quale si è messa la sanità veneta è cominciato ben prima. Diciamo con l'inizio dell'era dell'ex governatore azzurro Giancarlo Galan».

Si però anche quest'ultimo era un uomo di centrodestra. Quindi sono legittime le critiche che oggi muovono consiglieri democratici come Anna Maria Bigon?
«Sono legittime ma anche no?».

Scusi?
«Senta, ma che cosa vuole che le dica. Alcuni esponenti del Pd fanno la loro battaglia a palazzo Ferro Fini. E va bene. Sta di fatto però che il loro partito, in una col circuito economico che lo attornia, non ha alzato un dito quando la Regione Veneto ha dato il via alla politica del project financig nell'ambito sanitario. La storia dell'ospedale di Santorso, nel cui kombinat economico-costruttivo ci stavano le coop rosse cugine del Pd e gli amici di Galan la dice lunga. Faccio presente che un'altra struttura che ha scatenato polemiche a non finire, l'ospedale di Mestre, fu inaugurata dal ministro della salute del Pd Livia Turco che lodò la partnership pubblico privato. Ecco la scelta di puntare sulla finanza di progetto, sui grandi macchinari, sulle strutture faraoniche, ha scoperto quella parte del sistema socio-sanitario che si fa con le persone».

Lei vede un momento di resipiscenza all'orizzonte?
«Io sono scettico perché, mi si perdoni il bisticcio lessicale, la politica è vittima di una impasse che non è politica ma che è antropologica. Una impasse che porta alla commistione degli interessi senza che per forza ci siano illeciti di mezzo».

Può fare un esempio?
«Di recente Il Gazzettino ha pubblicato un approfondimento dedicato al finanziamento dei candidati al Consiglio regionale del Veneto nel 2020. Il candidato del centrosinistra Arturo Lorenzoni deve ancora fornire tutte le pezze d'appoggio. E poi il capogruppo del Pd, il vicentino Giacomo Possamai, di suo non ha messo un centesimo. La stessa cosa è capitata con la bassanese Elena Donazzan di Fdi che con i suoi trascorsi nella destra veneta dovrebbe essere agli antipodi di Possamai. Epperò se guardiamo chi finanzia l'assessore bassanese troviamo il gruppo Unicomm-Cestaro, una delle più importanti realtà della grande distribuzione del Nordest. Una Unicomm che nel 2016 ingaggia Possamai nel delicatissimo ruolo di addetto alle relazioni esterne. Per di più se si guarda l'alveo delle imprese che hanno finanziato Possamai si potrà notare come queste siano vicine alla galassia Unicomm e a quella di Cl, una Cl da sempre vicina agli aficionados di Donazzan. Ora io mi metto nei panni del signor Gino e della signora Gina che votano questo o quello schieramento credendo che siano portatori di visioni alternative, mentre non si accorgono che votano il partito Alfa o quello Beta, ma votano tutti e due gli uomini di Cl, tanto per dirne una facile, tanto per parlare di una galassia che nel filotto sanità pubblica sanità privata ha mlto da dire».

Sì, però se si parla di spese elettorali è tutto lecito, tutto registrato negli archivi preposti dalla legge, o no?
«Certo che è tutto lecito. Per quello io parlo di problema di natura antropologica. Se tanto mi dà tanto, dico per dire, chi conta nell'opposizione come potrà davvero andare contro questo sistema che lascia a sé stessi gli ultimi? E non ne sto facendo una questione di casacche perché più o meno queste cose avvengono in ogni partito mi creda».

Alla fine di tutta questa digressione però la politica nell'ambito della prevenzione del disagio psichico che potrebbe fare?
«Guardi che io ho parlato di connessioni tra potere economico e politico non a caso».

Ossia?
«Dopo l'emergenza coronavirus uno si aspetterebbe che una quota cospicua del recovery plan finisca per potenziare, mi dodo innovativo e trasparente la sanità pubblica. E invece, specie nel Veneto, la politica e gli stake-holder come come Confindustria sono tutti partiti bava alla bocca, a osannare le future infrastrutture. È come se si volesse curare il disagio diffuso a causa di un modello di sviluppo di cui il cemento è uno dei peggiori agenti tossici, con altro cemento piuttosto che con un orizzonte sociale meno disumano. È una follia, una abiezione, soprattutto se si considera la privatizzazione strisciante della sanità pubblica che è tuttora in corso».

Ma perché lei parla di disagio?
«Ma perché lo conosco sul piano professionale. Guardiamo il Vicentino ad esempio. L'Ovest vicentino da anni vive un disagio acutissimo. I dati in nostro possesso parlano di una delle zone del Paese con il più alto numero di tentativi di suicidi. In una regione dove il successo economico, nella sua accezione più triviale, è l'unico parametro nella valutazione sociale, è normale che chi in qualche modo non tiene il passo o non intende condividere questa visione dell'esistenza venga messo al margine. Parlando dal punto di vista psichico il suicidio o il tentato suicidio sono o possono essere solo l'ultimo gesto di chi come nel Veneto preferisce far male a sé stesso piuttosto che a chi a torto o ragione ritiene i responsabili. E in questo contesto la valle dell'Agno, la valle caserma come viene chiamata da anni, è la punta di lancia di questo sistema. In valle dell'Agno i tentativi di suicidio da molto tempo sono alle stelle. Ad ogni modo, premesso che non conosco il caso, non mi stupirei che il brutale omicidio di Moriago vada inquadrato in una nascente variante di tale disagio: ossia quella di chi si sente emarginato e pensando ad un gesto estremo rivolge questa violenza inusitata non più verso sé medesimo ma verso altri. Non dimentichiamoci, per esempio dell'omicidio-suicidio di cui fu protagonista alcuni anni fa la comunità di Trissino e che da anni è già finito in cavalleria senza che nessuno ne parli in modo adeguato: senza che la comunità o gli esperti affrontino l'argomento nel modo dovuto. Ora il Covid-19 avrà senza dubbio aggravato la situazione. Ma ricordiamoci però che prima ci fu la crisi dei sub-prime con i suicidi dei piccoli imprenditori veneti. Poi capitò il rovescio delle ex popolari venete. Ora c'è il coronavirus. Di quanti eventi avversi ha bisogno la giunta regionale per capire che occorre fare sul serio?. Con una iperbole si potrebbe dire che il caso Moriago dimostra che nel Veneto la follia è dietro l'angolo».

Mi scusi però con l'arrivo della crisi finanziaria la Regione Veneto non varò la task-force anti suicidi?
«Sì è vero. E non metto in discussione che i colleghi abbiano lavorato con abnegazione e grande professionalità».

E quindi?
«La questione però è che quel gruppo fu assolutamente sottodimensionato ad affrontare quel problema che ancora stiamo avvertendo. I dati lo dicono forte e chiaro. Alla fin fine la politica veneta si è servita di quello strumento per due fini meno noti ai più».

Quali fini?
«Il primo fu quello di dare in pasto all'opinione pubblica la percezione che a palazzo Balbi si stesse facendo qualche cosa per affrontare la crisi. La seconda è che quello strumento, che è anche un termometro sociale, è stato politicamente utilizzato per circoscrivere e inertizzare la protesta dei cittadini non solo contro la politica, ma pure contro il mondo imprenditoriale vicino alla politica che mercé un impiego allegro delle finanze delle ex popolari venete non solo ha scardinato quelle banche ma alla fine ha defraudato tanti piccoli risparmiatori. Che però non si sono mai ribellati contro i veri responsabili del disastro, ossia gli imprenditori amici degli amici che per anni hanno succhiato il sangue ai loro simili di pezzatura inferiore. Un disastro che, rimanendo al mio ambito professionale, non ha comportato solo collassi sul piano psicopatologico ma anche sul piano medico. Lei non ha idea di quanta gente dopo il crac delle popolari si è ammalata di diabete».

Chi svolge la sua professione adesso deve affrontare anche lo stress dovuto al coronavirus. E poi rimane poi la partita aperta per quanto concerne di vaccini. Lei si è vaccinato?
«Sì, ma ammetto che su questi farmaci molto ci sia molto da eccepire. È inutile negarlo, chi si vaccina, stante il poco tempo per la sperimentazione, poco o tanto fa e farà da cavia».

Lei è favorevole all'obbligo vaccinale per il personale sanitario?
«No perché l'obbligo medesimo, di riflesso, ha creato una sorta di psicosi per chi legittimamente nutre dei dubbi. Di contro io credo che senza obbligo i vaccinati nell'ambito sanitario comunque sarebbero stati molti: in percentuali pressoché identiche a quelle di cui leggiamo oggi sui media. Di questi aspetti di natura psicosociale i soloni dei miei colleghi che hanno fornito la base tecnico-scientifica per elaborare la norma sull'obbligo vaccinale per ilpersonale sanitario sembrano essere digiuni».

Senta però il suo ordine è sulla barricata, anche nei confronti di chi è scettico coi vaccini, senza scomodare la cosiddetta galassia no-vax. Vero?
«Senta lei, mi faccia la cortesia di non toccare il tasto dolente del mio ordine. Quando andrò in pensione sono seriamente intenzionato a abbandonare la professione solo per prendere a sberle, metaforicamente parlando, i parrucconi del mio ordine. Gente senza spina dorsale che per anni, per puro opportunismo, si è ben guardata dal denunciare con le unghie e coi denti le storture che hanno portato la sanità regionale nella situazione in cui si trova adesso. Provo pena per quella gente».

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