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Il Divin Codino, una fiction tra alti e bassi

La recensione di Alberto Belloni del film su Roberto Baggio in programma su Netflix

“Hai visto la fiction su Baggio?” mi ha domandato ieri un tifoso del Lane, mentre a Montegaldella stavo col bicchiere in mano a godermi la musica del DJ più pazzo del pianeta. L’ho vista, sì. Anche se fatico ad articolare un giudizio univoco sul lavoro della regista barese Letizia Lamartire. Forse il problema nasce dal fatto che mi è sempre stato difficile guardare al mio conterraneo Roby senza essere influenzato dall’altro Pallone d’Oro che ho conosciuto personalmente, Paolo. Le loro storie sono molto diverse, tuttavia Vicenza è stata per entrambi un crocevia, una stazione fondamentale nel viaggio verso l’immortalità calcistica. L’uno per esserci nato, l’altro per aver guadagnato la cittadinanza sul campo. Una specie di ius sanguinis contro lo ius soli.

“Bajeto” era un ragazzino agli esordi, un astro nascente di sicuro avvenire, ma ancora in formazione come uomo e come campione. Rossi era già più grande, aveva assaporato il mondo della Vecchia Signora, l’amaro gusto dell’anonimato e l’ansia di un riscatto che trovava a Vicenza una specie di ultima spiaggia. La carriera di entrambi risulta segnata dagli infortuni e questo mi fornisce un primo punto di contatto tra loro: entrambi hanno saputo soffrire e poi rialzarsi: due volte nella polvere e due volte sull’altare (per Pablito i tre menischi attorno ai 18 anni e poi il ginocchio massacrato dal ceco Macela in Coppa Uefa, per il Divin Codino il crack contro il Rimini a Vicenza e poi la rottura dell’altro legamento a Brescia nel 2002).

Tutti e due, a loro modo, sensibili ai problemi di malati ed emarginati, un aiuto che non hanno mai pubblicizzato ma è stato una costante di vita (ricordo solo “Un mese per l’affido” per il toscano e la “Fondazione Borgonovo” per il calidoniense). E poi la religione, la scoperta della via verso il Buddha di Nichiren Daishonin per Roby e il cristianesimo profondo per l’eroe del Mundial, applicato nella vita soprattutto con l’amico don Paolo. Calcio e spiritualità. Questo faceva di loro due campioni atipici, schivi, fuori dalle regole del business e delle convenienze. Specie Roby, cui il mondo del pallone ha offerto qualche vetrina rutilante, puntualmente rifiutata per non pagare dazio all’establihment.

Ma torniamo al film e alla curiosità del tifoso. Devo ammettere che mi è piaciuto, anche se ho colto nel racconto qualche incertezza di troppo. Per andare nel dettaglio, la città di Vicenza resta un po’ troppo sullo sfondo. Come la quinta di un teatro scolorito dalla sceneggiatura dell’ “altrove”. Fatevi raccontare questo squarcio di anni ’80 da chi c’era, a condividere i primi passi del golden boy: in particolare Toto Rondon, che con la sua Alfasud arancione lo accompagnava dall’officina di papà Florindo al Romeo Menti. C’è poi l’assoluto buco sull’esperienza al Bologna e sui rapporti con Renzaccio Ulivieri.

Resta storica la litigata in occasione di Bologna-Juventus, quando il tecnico felsineo (cui il n. 10 non è mai stato simpatico) mise in campo Fontolan al posto di “Raffaello”. Ovviamente perse la partita (1-3) e fece la figura del somaro. Altra pecca che ho personalmente rilevato è lo scarso approfondimento del rapporto con la moglie Andreina, il cui contributo alla crescita (umana e sportiva) del giocatore è stato sempre fondamentale. La fiction la relega infatti a figura marginale e di certo meritava qualche pennellata più intensa. Tra le immagini proposte allo spettatore, manca inoltre il magico gol segnato contro la Cecoslovacchia ai mondiali del ’90. Un gioiello da inserire a furor di popolo nel Museo delle magie pallonare.

Infine (ed è pagina che come tifosi del Lane ci tocca intimamente) la regista scivola via, senza troppa introspezione, sul momento in cui il Pallone d’Oro si ritira come Coriolano nella campagna veneta, attendendo una chiamata da via Schio. L’unico che cercò di contattarlo (mi risulta più sul piano personale che per espresso incarico del Vicenza Calcio) fu il sior Giulio, quel Savoini che così bene conosceva Roby. Ma in quella primavera/estate del 2000 a Caldogno si attese a lungo una chiamata che non venne. D’altra parte, nella stanza dei bottoni imperava un dirigente che allora affermò: “Abbiamo Zauli, a cosa ci serve Baggio?”.

Un autentico genio del calcio, insomma… Detto per inciso, il Vicenza, retrocesse nella serie cadetta. Mentre “Bajeto” per altri 4 anni fece grande il Brescia in serie A, fino al 16 maggio 2004 e dopo 291 gol segnati in carriera. Mica male per un coniglio bagnato, vero Avvocato? Lo ammetto senza nascondermi. Ho amato di più Paolo Rossi. Ma forse è solo lo sfogo di un amante tradito. Vederlo con tutte quelle maglie e in particolare con quella delle rondinelle, storici nemici sul campo della Nobile Provinciale, ha raffreddato sempre i miei entusiasmi. E il fatto che lui parlasse molto di rado del rapporto con la sua prima squadra ha aggiunto freddezza. Ma proverò a farmi Budda Shakyamuni e a dimenticare il risentimento. Il sublime non va d’accordo col fanatismo e con la rabbia, mi direbbe Roby, tra una rabona, una veronica e un “Namio renge kio”

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