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Il punto di Alberto Belloni: «Piacenza-Vicenza, vogliamo parlarne ancora?»

Non c’è motivo per mettere in discussione quanto di buono visto sin qui. Ma basta stupidaggini, per favore!

Ragionandoci a mente fredda, che cosa ci dice oggi, a metà settimana, la partita del Garilli? Intanto, una valutazione di non secondaria importanza e cioè che non è il caso di fare drammi, perché la sconfitta di domenica è, sì, stata originata una prestazione non esaltante, ma è anche stata figlia di una certa casualità nella quale non distinguo caratteri strutturali. Né elementi che mi portino ad accantonare il giudizio positivo espresso sin qui sulla formazione di Di Carlo.

COSA NON HA FUNZIONATO? 

Brucia, ovviamente, l’occasione persa per accorciare le distanze dalle galline. Brucia soprattutto perché si era rivelata impresa alla portata del Lane. Contrariamente alle dichiarazioni postpartita di mister Franzini (evidentemente ancora in trance da match) il Piacenza non ha certo disputato un grande incontro. Nella partita che ho visto io (che evidentemente è diversa da quella che ha ammirato il tecnico di casa) gli emiliani per 74 minuti hanno fatto poco. Appena un po’ di più del Vicenza, giusto il minimo sindacale per giustificare il ruolo tra le mura amiche.

Subendo, va detto, un rigore come minimo discutibile (la mia personale impressione è che i due protagonisti si stessero reciprocamente spingendo di spalla e che Barlocco sia rovinato a terra più per mancanza improvvisa di appoggio che per fallo dell’avversario), ma senza mai dare la vera impressione di poter passare. Per contro i biancorossi ospiti hanno disputato una prima frazione ordinata, con qualche buona trama di gioco e Grandi mai costretto a parate miracolo. Se nel primo tempo il Lane ha avuto un difetto è stato una certa leziosità, un certo compiacimento del proprio valore, una ricerca del passaggio in più a scapito dell’essenzialità. Le combinazioni tra Giacomelli, Vandeputte e Zonta, in particolare, sono apparse qualitativamente superiori rispetto agli antagonisti e pure le fasce, da me più volte additate come uno dei punti meno convincenti della squadra, hanno funzionato meglio, soprattutto sulla corsia di sinistra. Anche il secondo tempo è continuato su questa falsariga, persino peggio per gli uomini di Franzini.

ABBIAMO FATTO TUTTO NOI...

Tanto che in tribuna (io ero circondato da osservatori di parte piacentina) sono partiti i primi fischi e mugugni e l’undici in maglia biancorossa (i nostri erano in nero) appariva quasi rassegnato e non stava producendo l’atteso forcing da Fort Apache. Per cambiare il tema tattico della gara, era indispensabile l’elemento casuale, un aiutino estemporaneo capace di ribaltare il copione fornendo ai padroni di casa la spinta psicologica in grado di iniettare nelle gambe l’energia fin lì carente. Non poteva essere la caratura tecnica, apparsa sin lì modesta. Non poteva essere il supporto del pubblico, che si stava spegnendo sempre più.

Ci abbiamo pensato noi, a giochi quasi fatti,  ad inventare l’acqua miracolosa, la potente medicina, il magico fattore rigenerante. Sotto forma di una paperissima del portiere Grandi. Il quale, ironia della sorte, era stato sin qui forse il più positivo fra i protagonisti della prime otto partite. Gara sciagurata, la sua, se è vero com’è vero che già in due occasioni era uscito in precedenza a farfalle: al 30’ su un cross di Sestu e al 72’ sul cross di Cattaneo. Vicenza perdonato due volte ma castigato, ovviamente, alla terza. E veniamo ai cambi, criticatissimi, operati da Di Carlo. Partiamo con Cinelli/Zonta, effettuato dopo l’intervallo.

La spiegazione è stata la stanchezza di Zonta. Può essere, il tecnico vede meglio di noi, ma certo l’ingresso dell’ex capitano non ha portato un evidente salto di qualità nella gestione del gioco. Passiamo a Pontisso/Rigoni. Mossa condivisibile, perché dopo un’ora l’ex Udinese non ne aveva proprio più e serviva un uomo di esperienza in un momento cardine della gara. Veniamo infine alla doppia sostituzione del 68’, Emmanuello/Vandeputte e Tronco/Giacomelli. Quella che ha suscitato maggiori critiche tra i tifosi. Dopo tante mosse vincenti dalla panchina, stavolta lo zampino di Mimmo non è stato così felice. Ricordiamo che si era al 68’ e il Lane stava ancora sull’1-0. Quel che è successo dopo, torno a ripeterlo, è anche figlio della sciagurata casualità, però c’è una domanda cui è necessario rispondere.

Questi cambi hanno migliorato o peggiorato le prestazioni del Vicenza di lì in poi? Ognuno esprima liberamente il suo pensiero… Sta di fatto che gli emiliani hanno pareggiato e successivamente in pieno recupero addirittura portato a casa una gara che logica e giustizia avrebbero dovuto spingere quanto meno verso il pareggio. E anche in questo caso il Lane deve solo piangere sulla propria dabbenaggine. Il rinvio molle e sbadato con cui Cinelli ha offerto su un piatto d’argento al carneade Della Latta il pallone del 2-1 è il secondo errore individuale che ha fatto evaporare tre punti preziosi. Peccato. Peccato anche perché nei 16 minuti finali, al di là dei gol, il Piacenza non ha fatto nemmeno uno straccio di tiro nello specchio della porta. A riprova che il loro allenatore parlando di successo meritato s’è fatto un film tutto suo.

CONCLUSIONE? 

Il Vicenza è sempre lì, con intatte le sue chance di recitare un ruolo da protagonista in campionato. Perché l’allenatore c’è, i giocatori ci sono, la società anche. Dopo aver impietosamente messo in luce i limiti che sono costati il passo falso di domenica, è ora di chiudere il faldone Piacenza e di concentrarsi sulla pratica Reggiana. Anche se i granata sono imbattutti e pure gemellati, il Lane ha spessore e qualità per castigarli al Menti. Purchè non incappi nuovamente in tendenze suicide. Parafrasando Lando Fiorini, i tifosi berici dovranno cantare con la Regia: “Vicenza nun fa lo stupido stasera…”

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