Lane ancora là in Paradiso

Un regalo meritato per le nuove generazioni, quelle del “Mai una gioia”

Dai, che lo sappiamo tutti… Ci sono partite che nelle annate storte non le vinci neanche se durano tre ore. Ma quando la stagione è quella giusta, ad un certo punto arriva da dietro, come folgore dal cielo, il giocatore che porta nel piede i destini della Patria. Sotto forma di un tiro predestinato che si infila tra tacchetti sollevati, foreste di gambe e guanti da portiere inutilmente tesi.

Per il Ravenna si è chiamato Cappelletti ma nella storia ha i mille nomi del Destino. In certe vicende intricate di sfiga e miracoli, non conta nulla se avresti meritato la vittoria oppure sei stato una pippa. Conta solo che quel maledetto cuoio varchi la soglia dell'Eden (o dell’inferno, dipende di punti di vista) una volta in più degli avversari.

A volte succede, a volte no. E dai, che lo pensiamo tutti… L’1-0 di ieri, il recitare da primi della classe, l’unità di popolo ritrovata all’insegna di San Marco, uniti al di là delle passioni politiche, lo sentiamo tutti dentro come un giusto premio dopo il tanto fiele inghiottito ai tempi di Cassingena, Pastorelli, Franchetto & C. Che magari ci hanno pure messo qualche soldino in buona fede, col risultato però di passare negli annali come protagonisti del più sciagurato e vergognoso periodo della ultracentenaria avventura del Lane.

Mai una gioia, abbiamo assaporato guano per troppo tempo, ringhiano i tifosi. Finalmente qualche dolce gioia, possiamo dire adesso. Senza trionfalismi ma dando atto a Renzo Rosso, che pure santo non è, d’aver girato il timone biancorosso verso un futuro che unanimemente appare più luminoso. Dai, che ci speriamo tutti nella resurrezione… Allo stadio cominciano a rivedersi i bambini. Gli spalti sono pieni.

Le donne sono diventate una componente numericamente importante e spesso assai attrezzata quanto a cultura sportiva. Altro che Rita Pavone e “La partita di pallone” (lo so, è una citazione da Jurassic Park). Proviamo ora a metterci nei panni delle nuove generazioni. Parliamo in particolare dei supporters che sono oggi under 20. Per ovvietà generazionale non hanno mai potuto vedere il Vicenza in serie A, né Paolo Rossi, né l’apoteosi in Coppa Italia e nemmeno la folle serata in Europa allo Stanford Bridge. Si tratta di ragazzi venuti su a delusioni e disillusioni, abituati alle performances, che so, di Viskovic, Moro Alhassan, Spiridonovic, Fontanini, Bangu , nonché l’immenso Qua Qua Bellomo. Con tutto il rispetto per i singoli, che non meritano di fare da capri espiatori. Ebbene, vedere queste giovani generazioni ancora fedeli sugli spalti del Romeo Menti nonostante retrocessioni, ripescaggi, feroci prese in giro, tradimenti e fallimenti, beh, ammettiamolo, ha qualcosa di eroico.

Qualcosa che noi della vecchia guardia facciamo persino fatica a capire. Sono soprattutto loro, ammettiamolo, a strameritare stagioni diverse, palcoscenici diversi, soddisfazioni diverse. E allora fatemi dire che in quel bolide a filo d’erba che ha piegato i giallorossi sotto la Curva Sud, c’è qualcosa che ha a che fare col destino legato al ritorno di Di Carlo a casa sua. C’è tanta strada da fare, a partire dalle insidie che ci procurerà il Fano domenica prossima.

Ma noi siamo la capolista e per adesso facciamo ciao ciao con la manina agli altri. E soprattutto siamo il Lanerossi Vicenza. Le promozioni non si conquistano con le Figurine Panini, lo sanno anche i bambini. Ma vuoi mettere l’orgoglio di guardarsi indietro e vedere 117 anni di Storia?

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