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La nostra lei è del 1902 ma non li dimostra

Sono passati 119 anni dalla mattina domenicale del 9 marzo (convocazione alle ore 11) in cui un gruppetto di vicentini fece nascere il Lane, come ormai tutti chiamiamo la società berica, indipendentemente dalla sua forma giuridica, dallo sponsor e dal patron

Sarà il Covid, sarà l’età che avanza, ma stavolta mi riesce un po’ più difficile celebrare il rito del compleanno biancorosso. Tuttavia il giornale va accontentato e così mi sforzo di prenderla un po’ di sghimbescio, puntando la mia attenzione sugli uomini, sui protagonisti dell’evento. Sono passati 119 anni dalla mattina domenicale del 9 marzo (convocazione alle ore 11) in cui un gruppetto di vicentini fece nascere il Lane, come ormai tutti chiamiamo la società berica, indipendentemente dalla sua forma giuridica, dallo sponsor e dal patron.

Vicentini, poi, nemmeno tutti, perché il futuro primo presidente, Tito Buy, era parmigiano di nascita (uno dei Mille di Garibaldi, decorato a Bezzecca e cinquantaseienne all’epoca dei fatti), un patriota che una volta dismessa la camicia rossa era venuto in città a dirigere la Scuola Tecnica di San Marcello. Quanto all’allenatore, Antonio Libero Scarpa, manco a dirlo, con un siffatto cognome non poteva che essere “venessian”, insegnante di ginnastica nello stesso Istituto. Completava i ranghi dei “sansepolcristi” (50 nella prima riunione, un’ottantina nella seconda e già 130 a fine anno) una bella rassegna della Vicenza VIP di inizio secolo: 5 senatori del Regno, un celebre scrittore, un paio di altri garibaldini, qualche notabile (il vicepresidente Giovanni Ghirardini, Francesco Buy, figlio del presidente, i ragionieri Tonello, Boeche e i vari U. Monico, N. Pozzan, G. Rossi, A. Saccardo, C. Turina) più una piccola rappresentanza di studenti giocatori.

Ricordiamo infatti che il football degli albori era praticato quasi solo nelle scuole ed in particolare al Liceo Pigafetta, al Tecnico Commerciale, alla Scuola Industriale, al Collegio Cordellina e al Collegio Baggio. I soci ordinari pagavano 2 lire di iscrizione, quelli sostenitori 5, divise in due rate semestrali. A voler cercare il pelo nell’uovo, potremmo probabilmente affermare che a Vicenza il calcio era arrivato anche prima della data fatidica, almeno secondo la Rivista mensile L’Educazione Fisica, dove sono segnalati incontri studenteschi già nel 1897. Ma restiamo ai dati ufficiali. Dalla primissima riunione ristretta, nella palestra di Santa Caterina (seguita da quella del 16 marzo e poi dalle altre nel corso dell’anno) muove una lunga storia che non è solo sportiva, per quanto strettamente le vicende calcistiche si intrecceranno con quelle civili e sociali del territorio. Sono davvero tanti i personaggi del pallone che hanno legato i loro destini personali agli eventi più importanti di Città e Provincia.

Ne ricordo soltanto un paio, visto che l’elenco diventerebbe assai lungo (e si concluderebbe inevitabilmente col mai troppo citato Paolo Rossi). Inizio con Alessandro “Rino” Biego, classe 1996, che non compare nemmeno negli albi ufficiali, perché non andò mai oltre le Riserve. Amico e compagno di classe di un altro giovane campioncino, Francesco Cibele, merita gli onori della menzione per aver aperto la lista dei 12 atleti caduti combattendo nella Prima Guerra Mondiale. Morì sulle Tofane, col grado di sottotenente nel 7° Reggimento Alpini, il 16 ottobre 1915. E chiudo col secondo, anch’egli semi sconosciuto: Remigio Scavazza, centrocampista dell’ACIVI negli anni ’30 (e poi all’Atalanta, Lecce e Savoia) facilmente riconoscibile nelle foto d’epoca per via della fascia di tela con cui era uso fermare la zazzera. A fine carriera si arruolò nella Polizia Repubblicana e morì mentre prestava aiuto ai suoi concittadini durante il terribile bombardamento aereo americano la mattina del 14 maggio 1944. Torniamo però in fretta alla fondazione del sodalizio e al contesto in cui prese vita.

Nel lontano 1902 in Italia era appena salito al trono Vittorio Emanuele III, nasceva la prestigiosa Università Bocconi e a Venezia crollava il campanile di San Marco. La Juve aveva appena eliminato sul campo l’Audace Torino e la Torinese estromesso la Società Ginnastica Torinese, ma alla fine fu il Genoa a superare la fase Interregionale del 5° Campionato Italiano di calcio. Nella successiva finale per il titolo i rossoblu liquidarono il Milan sul 2-0. I meneghini, particolare curioso, giocavano allora nel campetto Trotter, dove poi fu costruita la Stazione Centrale. Il neo nato Vicenza, per parte sua, tirava calci in Piazza d’Armi, a San Bortolo. Un altro dettaglio a margine: più o meno negli stessi giorni di stesura dello Statuto biancorosso, nasceva in Spagna il mitico Real Madrid. Una coincidenza forse non casuale per una formazione come la nostra che si chiamerà più tardi Nobile Provinciale o addirittura Real Vicenza. Circa l’iter genealogico delle varie realtà pallonare italiane, tuttavia, ci sarebbe un lungo discorso da fare, legato alle particolarità specifiche di quegli anni pionieristici.

Molti club che si sono auto attribuiti una prestigiosa data di nascita, nei primi tempi non hanno in realtà svolto un’attività propriamente calcistica, ma magari erano votati al cricket, alla scherma o alla ginnastica ecc. Sull’argomento, se può interessare un approfondimento, vi rimando agli studi di Anna Belloni, massima autorità vivente sulla genesi del Lane. Per quel che ci riguarda, comunque, il Vicenza non ha alcun scheletro nell’armadio. L’ACIVI prende vita con un Atto Costitutivo propriamente calcistico, disputa subito le prime amichevoli e già nel 1903 prende parte a un torneo Provinciale, alla Coppa Venezia e al Concorso Ginnico Interprovinciale, finendo secondo dietro alla Reyer. Nel 1904 partecipa a pieno titolo al Campionato Veneto, vincendolo e accedendo con ciò al Raggruppamento nazionale, nel quale viene poi eliminato dall’Andrea Doria.

E nel 1910 disputa una storica finale scudetto con la Pro Vercelli, ammainando bandiera nel doppio confronto con i più titolati avversari (otto giocatori su 11 in Nazionale). Se provo entrare maggiormente in un ambito privato e familiare, la dimensione temporale si fa ancora più percettibile. Nel 1902 il mio bisnonno aveva 55 anni, mio nonno 19 e mio padre era ben lungi dall’essere nato. Tutti e tre appassionati di calcio e tifosi biancorossi, tra l’altro. Per riempire completamente le 119 stagioni necessarie per giungere all’oggi ci stanno però altre tre generazioni: la mia, quella di mio figlio e, spero, quella della mia nipotina. La quale, se il DNA conta ancora qualcosa, non potrà in futuro disertare il Menti. Insomma, c’è tanta, tantissima vita e passione, in questo compleanno.

Certo abbastanza da non confinare la ricorrenza nel folclore o nell’abitudine. Lasciamoci pure andare al sentimentalismo allora, come antidoto alla lunga segregazione pandemica, che ci ha privati, tra le altre, di una piccola/grande gioia della vita. La “partìa del Vicensa” allo stadio. Plebea fin che volete. Spesso irrazionale e ai limiti del masochismo. Ma da batticuore, ogni santa volta. Perché, come diceva una geniale “pezza”, che abbiamo visto garrire spesso in Curva Sud, la nostra LEI è del 1902. Per davvero e per sempre… Altro che celebrazioni ufficiali!

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