La pandemia è nel calcio (anche biancorosso)

Per il Lane un compleanno ricco di troppe preoccupazioni e insicurezze

Happy birthday, Vicenza! Eccoti ancora qui, dopo quasi 120 anni di storia sportiva. Nel 1902, l’anno in cui Lampertico, Boeche, Pozzan & C. si ritrovarono nella palestra di Santa Caterina per fondare il sodalizio berico, crollava improvvisamente a Venezia il campanile di San Marco e veniva inaugurata a Milano la Bocconi. Iniziavano l’attività la Bianchi biciclette, le cantine Ferrari, i biscotti Plasmon e nel vasto mondo muovevano i primi passi la Cadillac e le chitarre Gibson. Quante ne hai passate, Vicenza!

Hai attraversato la storia pallonara italiana (non solum, sed etiam), nonostante tutto e tutti. E in questo momento, in cui il sistema vive un travaglio mai visto, come non choisare sul più bel gioco del mondo nell’era del Corona Virus. Il quale, come sappiamo, non è il primo caso di pandemia che intralcia lo scorrere regolare dell’umana esistenza. Nel 1918, anno in cui fece la sua comparsa l’influenza spagnola, il nostro Lane veniva da quattro anni di forzata inattività per eventi bellici (dal campionato 1914/’15 fino a quello del 1919/’20).

Ma nella primavera del 1919, i biancorossi disputarono già alcune amichevoli nel campo di Borgo Casale (quello di Campo Marzo era inservibile e quello di San Felice sarebbe stato inaugurato solo l’anno seguente) mentre presero regolarmente parte al successivo Torneo di Prima Divisione, nel quale si classificò al quarto posto, nonostante fosse in piena esplosione la terribile influenza che alla fine fece circa 600.000 morti nel nostro Paese. Idem nel 1957, quando il morbo si ripresentò nella sua forma battezzata Influenza Asiatica, che qui da noi costò 30.000 vittime.

Il Vicenza, quello del presidente Maltauro, militava in serie A con i vari Aronsson, David, Campana e Savoini e scese in campo regolarmente in tutte le partite, finendo anzi al settimo posto. Stessa cosa anche in occasione della Spaziale, detta anche Influenza Hong Kong, arrivata qui In Italia nell’autunno del 1969. Il Lane, guidato nella massima serie dal Puri, schierava gente come Carantini, Cinesinho, Biasiolo e Vitali, non saltò nemmeno un appuntamento, nonostante gli oltre 20.000 decessi avvenuti in quel periodo. E arriviamo alla SARS, detta anche Peste Suina, che ha colpito (anche) l’Italia nel 2017. Poco più di cento vittime in Italia e calcio assolutamente immune da ricadute.

Il Vicenza è pure lui indenne, anche se sta vivendo una pandemia sportiva senza riscontri nella sua storia: la società è in precario equilibrio tra FinVicenza e Boreas, in una querelle che terminò col fallimento. La squadra, peraltro, fu regolarmente presente, con in panca Colombo/Zanini/Lerda e si salvò miracolosamente a Santarcangelo. Tutto questo per sottolineare che sino a ieri, in oltre un secolo di storia, era legittimo affermare: Lane batte Virus 4-0. Ora no. In questo tribolatissimo 2020/2021 il calcio è sotto ossigeno: partite sospese, partite a porte chiuse, squadre in quarantena, squadre che possono allenarsi e squadre che devono restare chiuse in casa.

E tu, giornalista, tu cosa puoi raccontare di serio e onesto ai tuoi lettori se non qualche spigolatura storica? Riempi gli articoli con il futuribile, di cui però nessuno conosce bene i contorni? Spacci dosi di emozioni rubate dagli argini di un fiume? Intervisti qualche ex giocatore che, evidentemente, non sa cosa dirti in un tal guazzabuglio indecifrabile? E’ un momentaccio, amici miei, una situazione delicata ma non seria, per citare il libro di Robert Shaw. Ci è capitato in passato di assistere ad incontri senza pubblico, certo. Come i maccheroni senza cacio, il baccalà senza la polenta, la tavola senza vino. Quel silenzio assordante nel quale senti il rumore del cuoio calciato dagli scarpini e i richiami urlati dai giocatori sul green, in un clima surreale dominato più da quel che non c’è che da quel che c’è. Perché ciò che latita è il sale nella minestra, l’ingrediente indispensabile. Un pubblico sequestrato che fa da convitato di pietra nella gioco delle parti.

Ma non c’è rimedio. Non sono certo un fan del governo, tuttavia si è venuta a creare (politicamente e psicologicamente) un’impasse voltairiana dalla quale non si esce. Se si stringe il giro di vite si ruba la vita alla gente, ma se lo si allarga ci si espone al rischio mortale di essere accusati di insipienza e di faciloneria. Temo non resti che piangere (come diceva Troisi) e attendere con stoica pazienza. I virus, anche quelli più aggressivi, hanno una loro latenza, una loro esplosione e un loro declino. L’umanità (senza i presidi sanitari di oggi) alla fine è uscita dalle grandi pestilenze del 1300 e del 1600. Alla vita, alla sopravvivenza, quindi, il Corona Virus gli fa una pippa…

Allora è solo questione di misura e di ragione. Usiamo pure tutte le accortezze consigliate, ma non consegnandoci alle psicosi. Emarginiamo i leoni da tastiera e le loro fake news sciagurate. Evitiamo i farlocchi che sono andati a svuotare i banchi del supermercato, quelli corsi al bancomat per paura che sparisca il contante, che di Amuchina hanno fatto scorte da day after e che usano i guanti chirurgici anche per pisciare. E guardiamoci senza problemi la Nobile Provinciale su Eleven Sport, se servirà ad accorciare i tempi del contagio.

L’importante è che si vada avanti sulla strada del buon senso. Perché qualcuno già parla di sospensione del campionato. Ma, Cristo Santo, proprio quest’anno che siamo lì lì per farcela? Perché una cosa, almeno una, appare condivisibile: l’ipotesi di congelare la classifica all’oggi risulta folle. Ve l’immaginate le squadre che ci stanno dietro se proponeste loro di considerare chiusi i giochi in questo istante? Chi rinuncerebbe a giocare le partite che mancano e con esse la possibilità teorica di potere ancora agganciare il Vicenza nella lotta per la Cadetteria? Una rivoluzione, scoppierebbe… Un cataclisma. Più facile immaginare una soluzione arrabattata, all’italiana. +

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Con la concentrazione di tutti gli incontri mancanti in tempi brevissimi e il risultato di un campionato falsato se non nei numeri certamente nella sostanza. Rob de matt, chioserebbe il grande Peppino Prisco. Insomma, buon calcio mediatico, ragazzi! E non stringetemi la mano, eh?

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