La foca del calcio non gioca più

Se n’è andato Ezio Vendrame: geniale, talentuoso e non decisivo. Per scelta

Ezio Vendrame in maglia Lanerossi

Ci voleva un brutto cancro per far scendere Ezio dalla cima del pallone. Perché lì sopra, con la mano alla fronte come una vedetta, è rimasto per tutta la vita. Quando giocava e quando aveva già appeso le scarpette al chiodo. Che cosa posso dirvi di Vendrame, cari lettori di Today, che non suoni oggi retorico e rindondante? Coloro non hanno la mia età (e non l’hanno mai visto in azione sul campo) possono limitarsi allo stereotipo del campione estro e sregolatezza.

E’ vero solo in parte. Come qui in Italia avvenne per Gigi Meroni, per Gianfranco Zigoni o per Fantantonio Cassano. Campioni che ho visto giocare, ma incrociati solo da lontano. Potrei parlarvi molto meglio di quei geniacci del calcio che ho invece conosciuto qui a Vicenza: Franco Gallina (con le sue bizze e la sua auto improbabile) o Giampaolo Galuppi (il folletto che scherzò di testa Burgnich e Facchetti). Ma se è Ezio che cito, so di portarvi in un altro mondo.

Non mi interessa fare un coccodrillo paraculo (come quando del morto si dice sempre “sposo fedele e padre esemplare”) anche perché sono certo che lui arrotolerebbe il foglio e me lo infilerebbe a mò di supposta. Affermo invece che non fu mai un giocatore decisivo.

Geniale sì. Talentuoso sì. Ma decisivo questo no. Né qui, né a Napoli, né a Padova. Calcisticamente l’ho ammirato in biancorosso, all’apice della forma, all’inizio degli anni ’70. Dove per tre stagioni fece ammattire avversari e tifosi, giocando 47 gare ma andando in gol solo una volta. Ma che volta! 27 febbraio 1972 a Verona: gli scaligeri stanno portando a casa la gara sul 2-1 quando il “Singano” va a siglare lo storico pareggio, battendo il povero Colombo. E poi ci sono le favole metropolitane: Ezio che va in campo “imbriago”, Ezio che in una partita scarta tutti e poi si ferma sulla linea bianca del portiere avversario, Ezio che si tromba in tribuna la moglie del dirigente che l’ha messo fuori squadra.

Ezio che si soffia il naso con la bandierina del corner. Non so se tutte queste cose siano successe per davvero. So che hanno alimentato il Mito. I ricordi diretti che vi posso regalate sono altri. Ero davanti al televisore la volta che fecero lo sbaglio di invitarlo come opinionista al Festival di Sanremo. Ho in mente i suoi libri dissacranti sul calcio moderno. E conservo negli occhi l’immagine di un ragazzo con i capelli lunghi che suona da Dio la chitarra e mi fa ascoltare “With a little help of my friends” vestito come un reduce di Woodstock.

A Ezio Vendrame il calcio piaceva da matti, anzi lo adorava. Quel che gli stava sui marroni (e non perdeva occasione di gridarlo ai quattro venti) era l’ipocrisia del “sistema”. Tanto che quando smise di correre sul green mandò bellamente a far commercio delle chiappe tutto l’establishment pallonaro per ritirarsi nel suo eremo personale. Gli stavano sulle balle gli allenatori dittatori, i calciatori boriosi, le imposizioni incomprensibili, gli imbecilli e i tifosi invadenti. E il rito consumistico del Natale. Che cosa amava, invece, oltre a quella sfera rotolante che riusciva a pilotare in qualsiasi traiettoria che il cervello partorisse? La musica, ho detto. La poesia. La scrittura. Ma soprattutto la “mona” (cit. testuale).

“Ho portato a letto centinaia di donne – confessò una volta – ma le ho amate una per una. Non ho mai fatto l’amore senza sentimento.” Era nato a Casarsa. Proprio come il grande Pasolini. Un artista che Ezio amava tantissimo e di cui sentiva destinato a condividere la triste condizione di figlio rifiutato. “Nel mio paese non metto piede da anni. Ricambio così l’odio della mia gente. Pier Paolo scappò via e ritornò solo in senso orizzontale. Seguirò lo stesso percorso” anticipò qualche anno fa. Parole profetiche, visto che ha abitato fino all’ultimo in un piccolo appartamento di campagna in provincia di Treviso.

Ho un’ultima perla per ricordarlo in questo momento triste. E scusatemi se è un autoincensamento. Sono le piccole/grandi soddisfazioni nella vita di un giornalista minore come me. Qualche mese fa, attraverso un comune amico, mi mandò un’attestazione di stima professionale.

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“Guardo qualche volta la trasmissione sul Lane a Tva e mi piace quel giornalista con i capelli bianchi (gli anni sono passati e non potevo pretendere che si ricordasse il nome). Digli che lo considero uno che ne capisce di calcio.” Beh, non so se davvero ne capisco, inquieta Foca del football. So però che tutto quello che ho scritto in questo sgangherato elogio funebre viene dal cuore. Adesso puoi smettere di essere incazzato con questo mondo incomprensibile. E’ arrivato il momento di guardare le partite dalla Curva Cielo. Tienimi il posto, lì vicino…

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