menu camera rotate-device rotate-mobile facebook telegram twitter whatsapp apple googleplay

Giornata della memoria: “Arsiero mi ha salvata”

Ricordi di una deportata, la storia della comunità ebraica vicentina

La presenza ebraica a Vicenza e provincia, significativa nel corso del Medioevo, è venuta progressivamente meno a partire dal Cinquecento con la costruzione dei ghetti nelle vicine Venezia, Verona e Padova. Tuttavia, negli anni 1941-1943 ventisei comuni vicentini – tanto per citarne qualcuno Enego, Lonigo, Malo, Roana, Sossano, Arsiero – hanno accolto ebrei stranieri con la qualifica di “internati liberi”, parallelamente a quanto stava succedendo in molti altri comuni d’Italia.

Il regime di Mussolini, sin dall’ascesa al potere di Hitler, aveva assunto nei confronti degli Ebrei stranieri un atteggiamento ambiguo: dopo averli accolti per anni, al fine di dimostrare di fronte all’opinione pubblica internazionale la propria distanza dalle persecuzioni naziste, alla vigilia delle leggi razziali cominciò ad emanare provvedimenti d’espulsione (Decreto d’espulsione del 7.9.1938).

"Nei primi anni 40 si erano quindi raccolti nel territorio vicentino circa 500 profughi ebrei, per la maggior parte nativi della Jugoslavia, ma anche qualche polacco, tedesco, ceco, rumeno, ungherese e russo.

Vicenza fu dall’inizio considerata centro di raccolta e smistamento, in attesa che la prefettura stabilisse i luoghi precisi di confino. Nel frattempo gli ebrei soggiornavano forzatamente, a loro spese, in locande, alberghi o abitazioni private.

Circa una ventina di comuni furono destinati a luogo d’internamento ed accolsero questa massa di esseri umani, che convinti di vivere in regime di libertà, di fatto erano controllati a vista dalle Forze dell’ordine, podestà e dalla popolazione stessa. Le voci sugli stermini nazisti non erano ancora giunte. L’espatrio verso l’Italia veniva organizzato, con costante periodicità, sia privatamente, sia per la maggioranza con il contributo delle organizzazioni ebraiche, mai gratuitamente e sempre dietro compenso a non meglio definiti “contrabbandieri”. Ricorda la scrittrice Paola Farina.

"Piena di gratitudine per essere stata deportata nel Vicentino”: con queste parole Marion Klein Fischer ha voluto sintetizzare la sua esperienza di deportata della Shoah in Italia. Si perché l’esperienza nei campi di raccolta in Italia della sorella del noto jazzista Oscar Klein, e di tutta la sua famiglia, è stata “diversa” dalle testimonianze che siamo abituati a sentire. Non meno tragica, si badi bene, ma certo più fortunata.

LE DEPORTAZIONI IN ITALIA E ARSIERO. Marion Klein, abitava con la sua famiglia in un paesino dell’Austria. La vita scorreva “tranquilla” fino a  quando nel 1938 venti di guerra sono arrivati anche lì con l’annessione del Paese alla Germania di Hitler. Da quel momento per i Klein è iniziato il calvario: “Devo essere grata a mio papà che aveva saputo e capito subito l’importanza di cercare di scappare altrove. I miei nonni materni sono presto stati uccisi, mentre quelli paterni, capito la tragedia, hanno deciso di suicidarsi davanti casa”. Inutile cercare la fuga in Oriente, ad esempio in Palestina: la rivolta anti-ebraica poteva scoppiare anche lì da un momento all’altro e allora anche la famiglia Klein è dovuta tornare in Italia, e fermarsi a Trieste. Da lì il trasferimento a Ferramonti in Calabria: "Erano sempre campi, c’erano le malattie, ma non uccidevano come in Germania. Una volta al mese a noi bambini ci portavano persino a mangiare il gelato”. E da lì, poi, l’internamento ad Arsiero, la prima città dell'elenco alfabetico che aveva disponibilità: “Che gioia essere stati portati qui: devo dirlo, grazie alla gente del posto ho comunque passato un’infanzia felice. Tutti dividevano con noi qualcosa: la famiglia che mi ha accolta mi ha insegnato perfino a pregare! Ora conosco meglio le vostre preghiere delle mie, e so perfino un po’ di dialetto. E dire che gli abitanti all’inizio erano convinti che gli ebrei avessero tre occhi!” sorride. Potere del regime.

LA FUGA IN SVIZZERA. Due anni trascorsi in serenità, dunque, per la piccola Marion che all’epoca aveva 5 anni. Poi, la paura di essere portati a Tonezza da dove in 45 non sono più tornati. Grazie alla Brigata Mazzini, a don Frigo e al Giusto tra le nazioni Rinaldo Arnaldi, però la famiglia Klein riesce a scappare verso la Svizzera: “Mamma era incinta all’ottavo mese, solo per questo siamo riusciti a non essere portati subito a Tonezza. Col treno e poi a piedi per 13 ore camminando attraverso le gelide montagne siamo riusciti ad arrivare in Svizzera. Anche lì siamo stati tenuti in una fabbrica dismessa, congelata. In tanti sono morti di polmonite e di stenti: e per restare lì dovevamo lasciare tutto quello che avevamo”. Un calvario da cui la sua famiglia è riuscita a salvarsi ma Marion non riesce ad odiare i suoi aguzzini “perché se hai sperimentato l’odio, non puoi odiare anche tu”.

IL FILM SU OSCAR. Sul fratello presto uscirà il film “Oscar” di Dennis Dellai: “Sono felice del film su mio fratello, se lo merita. E sono felice di poter raccontare ogni anno la mia esperienza: i miei genitori mi hanno sempre protetta, loro hanno portato sulle loro spalle il peso del dramma. Nessuno voleva parlare fino al ’65 di quello che era accaduto: ma adesso l’unica cosa da fare per cambiare il mondo è quello di raccontare della Shoah”. Il regista sulla storia ha confermato: "Sono rimasto affascinato dalla storia. Senti di deportazioni e pensi a fatti lontani, invece sono capitati anche sul nostro territorio".

Argomenti
Condividi
In Evidenza
social

Ci sarà una super luna rosa ad aprile

social

I sei sindaci che hanno reso grande Vicenza

Ultime di Oggi
Potrebbe interessarti
In primo piano
Torna su

Canali

VicenzaToday è in caricamento