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Parla un "angelo" che si prende cura dei nostri nonni

La commovente lettera di una infermiera che lavora in una casa di riposo. La cosa più bella che potete leggere oggi

Nella scorsa primavera a causa del Coronavirus nelle RSA si è vissuto una situazione drammatica, durante la quale molti anziani sono morti nella totale solitudine e senza conforto di un familiare. Dallo scorso mese con la ripresa dell’epidemia il ‘nemico silenzioso’ è rientrato prepotentemente nelle case di riposo, e quì il virus è più letale perchè le persone sono fragili. Un "angelo" che si prende cura dei nostri nonni, sempre più soli, perchè le visite non sono possibili, ha scritto una lungo post nel gruppo della RSA per spiegare il suo lavoro, che molti non vedono.

«Tanti non sanno cosa significa lavorare in una RSA. Per tanti esistono solo le case di riposo, i luoghi in cui dopo una certa età, le persone devono "andare". 
Le giornate iniziano alle 7:00, ma per te infermiere o oss che sia, la sveglia è già suonata da un pezzo. Inizi con le cure igieniche, con la terapia, con i parametri vitali.  Una routine che si ripete giorno dopo giorno. 

Davanti a te una persona che non la spogli solo dei suoi abiti, ma anche della sua dignità, che ti chiede scusa se ha sporcato il pannolone, che ti chiede di far uscire il collega perché si vergogna. 
Cerchi di vestirla di tutto punto, improvvisi una boutique nel suo armadio e prendi le veci del miglior coiffeur in circolazione. 
Che cosa sai di lei? 
Che è ipertesa, diabetica, che ha due figlie, e poi...Non sai nulla. 
L'hai conosciuta quando già le sue capacità cognitive erano compromesse, e la vedi indifesa, vulnerabile. Cerchi di immaginarla come era alla tua età, ma ti resta difficile, allora per aiutarti chiedi ai suoi parenti. 
Spesso ascolti descrizioni che non ti aspettavi, "era un maresciallo" ti dicono.

I turni durano circa 7 di giorno e 10 ore di notte, ti rendi conto che la maggior parte del tuo tempo la trascorri proprio con loro, diventano la tua seconda famiglia. E tu diventi la loro! 

Poi un giorno sei lì che ti fermi ad osservare quel letto vuoto, ti chiedi perché non l'hai salutata, ti rispondi che non lo sapevi, che non potevi saperlo, che forse non la rivedrai più.
E ti fa male.
Perché tu le volevi bene, perché tu non sapevi neanche il suo numero di letto, perché tu la chiamavi per nome! 

Oggi più che mai sono loro ad essere i più vulnerabili, allora cerchi di difenderli come più puoi, sei la loro coperta, il loro faro. 
Quando perdi uno di loro, non perdi un paziente, perdi una persona cara, una a cui hai voluto veramente bene. 

Noi siamo quelli che fuori turno chiamiamo il collega per sapere come è andata la terapia, se la febbre è scesa. 
Noi siamo quelli che "non ti preoccupare te la compro io l'acqua". 
Noi siamo quelli che dal nostro cellulare facciamo una videochiamata ad una persona cara, per avere un contatto affettivo e poter dire "andrà tutto bene! " Noi siamo quelli che "a volte siamo gli unici al funerale". 
Fuori da qui per il mondo loro sono i nostri pazienti, ma qui dentro per noi sono i nostri nonni! 
».

La situazione

I «soldati» sono gli infermieri e gli operatori sociosanitari e non bastano più a prestare assistenza a 32.488 ospiti anziani e malati, spesso non autosufficienti.

«Un problema più volte sollevato già prima del Covid e che ora si è trasformato in una bomba ad orologeria, destinata a esplodere a breve, anche perché con le Usl che fanno incetta di neolaureati (e non solo) non si trova più personale nemmeno offrendo loro una casa dove vivere.
Siamo amareggiati e dispiaciuti ma questa volta le case di riposo non ce la faranno a contenere i contagi. Ci eravamo preparati alla nuova ondata, ma ci hanno tolto i soldati per combatterla.

La situazione è seria: oggi al lavoro ci sono meno di 2mila infermieri ma ne servirebbero almeno 3.500, gli operatori sono quasi 20mila e ne mancano 1.500. E il virus corre veloce, sui posti di lavoro, a scuola, nelle case private. Attualmente oltre 500 dipendenti delle RSA in Veneto sono positivi al Covid.

I nostri operatori stanno attenti ma sono vittime dei contagi del territorio. Prova ne è quanto accaduto a Valdagno: 5 operatori sono risultati positivi («per fortuna sono stati intercettati per tempo») per contatto con figli e partner. In dieci giorni se non arrivano maggiori restrizioni, stante la situazione, il 90% delle case di riposo venete capitolerà».

È il grido d’allarme di chi gestisce le 346 Rsa venete, Roberto Volpe presidente delle associazioni Ancora e Uripa, che coordinano gli organismi di assistenza pubblica e privata in Italia e nella nostra regione.

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