Mademoiselle X: la sindrome di Cotard e il delitto d'onore

Lidia Nardi è una giornalista ma anche "tuttofare" nella redazione di un giornale locale. In più ha una particolare patologia, che sembra l'ideale per il suo lavoro. In questo racconto Silvia Miola, scrittrice e illustratrice, introduce un personaggio con una peculiare forma di empatia, indispensabile per indagare sui casi più strani...

Illustrazione di Silvia Miola

«Cosa faccio? Apro la posta?» chiese Lidia al suo capo.

All'età di 42 anni, Lidia Nardi, era finalmente riuscita a realizzare il suo sogno ovvero diventare una giornalista. Lavorava da appena un anno per un modesto giornale on-line di Vicenza, talmente modesto che si doveva occupare dei vari servizi a seconda della necessità. Ufficialmente si occupava del settore “arte e cultura” di fatto si occupava di tutti settori ad eccezione dello sport, non ultimo svolgeva anche il ruolo di segretaria del direttore Osvaldo Zanatta. L'uomo, nato allevatore, da sempre coltivava ambizioni più alte tanto da decidere di fondare e dirigere un quotidiano.

La testata era quindi finanziata dall'allevamento di suini e bovini del signor  Zanatta: un uomo dal grande senso pratico che manifestava nei suoi dozzinali completi da uomo in tessuto sintetico.

«Che faccio, apro?» reiterò Lidia.

“Apri, non mi scocciare con queste inezie” sembrò dire Zanatta con un solo gesto della mano.

«Un'altra cartuccia di fucile da caccia, chiamo la polizia?» constatò apaticamente la segretaria-giornalista.

«Ma cossa vuto ciamare la polizia! Abbiamo già fatto la denuncia, no?» rispose il capo redattore.

«Sì, ma questo è il secondo bossolo che riceviamo… Senta, non sarà per quella faccenda dello sversamento dei liquami nel campo del suo vicino?»

«Ma sì... sarà lui il mittente, ma deve dimostrare lo sversamento. Sono solo calunnie, non rilascio alcun liquame: figurati se gli concimo i campi gratis!»

«Il suo vicino sostiene che lo sversamento ha inquinato un pozzo di sua proprietà…» insistette Lidia conscia che le sue parole sarebbero rimaste inascoltate. Infatti il caporedattore proseguì: «Ci sarebbe una faccenda che ricade nelle competenze della “nera”… quel ritrovamento dei ossi in quella villa antica a Noventa. Non me la sento di impegnare Magrin in una questione di poco conto. Vai tu, Nardi?»

La richiesta era in realtà un ordine. Per qualche misterioso motivo il collega Marco Magrin, per il solo fatto che si occupava della cronaca nera, aveva guadagnato fama di “semidio” presso il capo redazione che riteneva degradante mandarlo ad occuparsi di quello che fin da subito si presentava come un omicidio non recente.

Lidia si era abituata progressivamente a questo tipo di vessazioni e ormai non andava più in collera come un tempo. Ogni tanto percepiva una vaga emozione, flebile, quasi lontanissima. Tutto pareva molto ovattato, talmente ovattato da apparirle preoccupante.

Due settimane prima si era recata da un neuropsichiatra di chiara fama per un consulto: «Signora, lei soffre di stress post-traumatico in conseguenza all'incidente che ha subito. Vede il risultato del test di Rorschach? Ah, giusto... lei non è del mestiere… ». Il neuropsichiatra aveva un atteggiamento gongolante: «Sono molto emozionato. Un caso come il suo si incontra pochissime volte nella vita: lei ha la sindrome di Cotard. Venga... venga infermiera, guardi anche lei il risultato del test!»

«Incredibile! Eh già, i risultati parlano chiaro.» ribadì l'infermiera.

«Sono molto eccitato, lei è un caso clinico sa?» rincarò lo psichiatra.

Lidia lasciò sfogare l'emozione dei due, infine si decise a chiedere di che si trattasse.

Il dottore si lanciò entusiasta in una spiegazione medico-storica: «La sindrome di Cotard è un delirio di negazione cronico caratterizzato dalla convinzione di essere morti o di non avere più gli organi interni. Chi soffre di questa patologia arriva a negare totalmente di esistere, ne consegue una seria difficoltà a trovare un senso alla realtà o derealizzazione. Il nome della patologia si deve al neurologo francese Jules Cotard che la descrisse nel 1880. Il mio predecessore riferisce di una paziente, Mademoiselle X (nome fittizio, naturalmente), che negava l'esistenza di alcune parti del proprio corpo e sosteneva di essere dannata per l'eternità.  E... lei è la mia  Mademoiselle X, complimenti! Non c'è una cura, ma potremmo provare con degli antipsicotici.» 

«Questo è uno di quei casi in cui il ricorso alla terapia elettroconvulsiva sarebbe risolutivo, purtroppo è illegale praticarla. Noi psichiatri abbiamo le mani legate da anni!.» disse il medico rivolgendosi all'infermiera mentre scarabocchiava la terapia farmacologica su di un foglietto. «Mi faccia sapere.» aggiunse rivolto alla sua paziente.

Perché il neuropsichiatra non aveva preso in considerazione l'idea che fosse veramente morta? Solamente un mese fa era stata investita mentre passeggiava lungo una stradina di campagna. Lidia ricordava di aver perso i sensi a causa dell'impatto e appena rinvenuta di aver visto il parabrezza dell'automobile parzialmente sfondato. Fortunatamente il conducente si era fermato e aveva chiamato i soccorsi. Dopo un tempo che Lidia non avrebbe saputo quantificare sopraggiunse l'ambulanza. La donna si trovava in stato confusionale e aveva completamente perso la sensazione di avere un corpo, infatti non sentiva alcun dolore sebbene fosse ricoperta di lividi.

Appena giunse in pronto soccorso, i medici si limitarono a farle un paio di radiografie per controllare se avesse delle fratture e la rimandarono a casa. 

Nessuno si era preso la briga di controllarle il battito cardiaco o il respiro: venne semplicemente ritenuta viva. 

Lidia aspettava che da un momento o all'altro arrivasse uno spirito ad indicarle la strada da percorrere, ma non si presentò nessuno. Cercava risposte anche nei messaggi lasciati sui muri da mani anonime, ma nulla sembrava indirizzato a lei. Così, dopo appena una settimana di convalescenza, tornò a lavoro. 

Ripercorreva con la mente tutti questi recenti avvenimenti mentre guidava per raggiungere, come ordinatole precedentemente, villa Papafava-Falier a Noventa Vicentina.

Le origini della villa affondano nel medioevo quando si ergeva come castello medioevale vescovile. Ricostruito e più volte rimaneggiato aveva assunto la conformazione attuale alle fine del XVIII secolo. Da sempre appartiene alla nobile famiglia Papafava poi imparentata con i Falier. Attualmente vi risiedono la contessa madre e il figlio. Il conte Leonardo Papafava-Falier, ultimo erede della dinastia,  gestisce una azienda vinicola e una apicoltura alla scopo di mantenere la cura della villa.

Lidia era arrivata a destinazione e si apprestò a suonare il campanello della villa quando si avvicinò al cancello un uomo anziano che sembrava essere il giardiniere o un tuttofare, che le chiese: «Chi è lei? Cosa vuole?»

«Sono la Lidia Nardi del quotidiano Vedetta vicentina, posso parlare con il conte?»

«Il conte non riceve nessuno.» rispose l'uomo bruscamente.

«Aspetti Luigi, aspetti.» disse una figura in ombra sotto il portico vicino al cancello.

Il conte era rimasto colpito dal pallore di Lidia che gli ricordava i ritratti delle sue antenate appesi alle pareti del salone privato. Quell'incarnato bianchissimo lo incuriosirono a tal punto da convincerlo ad incontrarla. 

Il nobile aveva  poco più di quaranta anni, una corporatura sportiva, un viso regolare e labbra molto sottili che gli disegnavano una perenne smorfia aristocratica sul volto. Vestiva sobriamente con dei pantaloni corti al ginocchio, cosa che sembrava avvalorare l'affermazione di Luigi secondo cui il conte non intendeva ricevere visite.

«Mi scusi l'abbigliamento informale, sono Leonardo Papafava-Falier.» In un eccesso di snobismo aveva volutamente omesso il titolo nobiliare.

«Piacere, Lidia Nardi.» disse la giornalista porgendo la mano «Come immaginerà sono qui per il ritrovamento dei resti nella vostra proprietà.»

«Venga, le mostro il giardino.» rispose evasivo il conte.

Lidia accettò di buon grado di seguirlo sebbene fosse chiaro che il conte intendesse impressionarla e sottolineare la distanza sociale che li separava. Del resto non aveva molta scelta: se avesse contrariato il nobile questi non avrebbe di certo rilasciato alcuna intervista.

Dopo alcuni passi percorsi in silenzio il conte esordì: «Ora ci troviamo nel giardino romantico, mia madre in questi giorni sta scegliendo le nuove rose rampicanti. Lei si intende di rose antiche?»

«No, non molto però le apprezzo perché mi ricordano i cespugli di rosa canina che vedevo in campagna da bambina.»

Il conte apprezzò una risposta tanto spontanea e sorrise. Si accorse in quel momento che sotto il sole la sua ospite era di un candore abbagliante e innaturale, ma probabilmente era dovuto al gioco di ombre del canneto di bambù che stavano attraversando. Proseguirono la passeggiata commentando il parco che stavano percorrendo. Giunti su di un terrazzamento che affaccia sull'orangerie sedettero ad un tavolino vicino alla balaustra.

La giornalista si sentiva attraversata da tanta sobria bellezza, sentimento di cui si avvide il conte: finalmente era nella giusta disposizione d'animo per rilasciare una intervista.

Lidia vagò ancora qualche momento con lo sguardo in direzione del giardino all'italiana che stava alle spalle dell'orangerie prima di iniziare la conversazione. Era piuttosto sorpresa dalla possibilità di provare piacere nel contemplare tanta bellezza.

«Sono trapelate delle voci ufficiose di un ritrovamento di ossa umane nella chiesa annessa alla vostra proprietà.»

«Sì, posso confermarglielo. Recentemente abbiamo ottenuto dei fondi europei per il restauro della chiesa e durante i lavori è stato ritrovato uno scheletro nascosto in una intercapedine.» 

«Non mi fraintenda, ma lei non sembra scosso da questa vicenda. Ha qualche idea di chi sia la vittima?» chiese a bruciapelo la giornalista.

Il conte sentiva un sorta di affinità nei confronti della sua inattesa ospite: sembrava avere un aspetto familiare forse dovuto alla carnagione bianchissima che contrastava con i grandi occhi scuri. Aveva una vita così sottile rispetto ai fianchi che sembrava indossare un corsetto, la trovava piuttosto seducente nonostante il viso imperfetto. Poteva benissimo trattarsi di uno degli spiriti che si aggiravano per la villa deciso a manifestarsi per la prima volta in pieno giorno.

Suggestionato da questo pensiero decise di aprirsi con lei: «Non sono affatto sorpreso del ritrovamento e posso svelarle di più. Si tratta di una mia antenata sedicenne scomparsa nel 1806. Durante la seconda occupazione napoleonica di Vicenza una truppa si era acquartierata in alcuni locali della nostra villa. Per qualche infausto scherzo del destino la mia antenata si innamorò di un soldato francese. Pensi, non solo apparteneva ad un esercito oppressore ma era pure di bassi natali. La coppia progettava di fuggire insieme: una contessina e un disertore, che scandalo! Fu una serva a tradirli e il conte padre mise fine a questa folle vicenda. Questo è quello che è  stato tramandato dai miei famigliari senza mai pronunciare apertamente il termine: delitto d'onore. 

Ho potuto dedurre dallo stato dei resti e da alcuni alcuni brandelli di stoffa pregiata rinvenuti che si tratti di uno scheletro antico. Inoltre il fatto che il corpo fosse occultato in un luogo sacro sembra indicare una sorta di pietà postuma dell'assassino. Tutti questi indizi mi fanno ritenere si tratti della mia antenata sedicenne. 

Finora nessuno ha mai saputo dove si trovasse il corpo. Spero possa trovare la meritata pace e noi con lei, perché da allora la nostra discendenza è stata molto sventurata. Lei crede in un mondo sovrasensibile? Pensa possa essere finalmente chiusa questa vicenda?»

lidian

L'AUTRICE

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Silvia Miola è nata e risiede a Vicenza. Diplomata in arte e laureata in Lettere e Filosofia, si dice «Indecisa tra scrittura e illustrazione» ma  ha deciso di percorrere entrambe. Ha fatto alcune mostre di illustrazioni in ambito vicentino e nel 2019 ha partecipato a Illustri Off. La profonda passione per la sua città e i suoi abitanti ispira i suoi racconti.

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