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Lunedì, 26 Settembre 2022
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Mademoiselle X: i segreti del dottor Freud

Cosa nasconde il padre della psicanalisi? La giornalista investigativa Lidia Nardi indaga tra storie di spettri e di streghe

Lidia Nardi lavorava da appena un anno per un modesto giornale on-line di Vicenza, talmente modesto che si doveva occupare dei vari servizi a seconda della necessità. Saltuariamente svolgeva anche il ruolo di segretaria del caporedattore Osvaldo Zanatta: un uomo dal grande senso pratico che manifestava nei suoi dozzinali completi da uomo in tessuto sintetico. Lidia era seduta alla propria scrivania e rigirava tra le mani un foglietto. «“Delirio di negazione cronico caratterizzato dalla convinzione di essere morti o di non avere più gli organi interni.” Che razza di diagnosi! Probabilmente il neuropsichiatra non sapeva cosa diagnosticarmi e ha azzardato la prima patologia che gli passava per la testa.» pensò la giornalista rileggendo più volte il testo.

«Salve a tutti!» disse Alvise Bovolon affacciandosi nell'ufficio che Lidia condivideva con due colleghi. Il giovane era il nipote del caporedattore ovvero il figlio del fratello della moglie. Quest’ultimo, com’è noto in città, gestiva il salumificio di famiglia annesso all'allevamento Zanatta in una fruttuosa sinergia. Alvise era un bel ragazzotto di venticinque anni che aveva seguito con passione le orme del padre nonostante i ripetuti scontri per le opposte vedute sulla gestione dell'azienda.

Cosa lo aveva spinto a fare visita a Zanatta? Un nuovo scontro con il padre? Sperava nell'intercessione dello zio?

«Buon giorno, signor Alvise!» risposero alla fine i tre giornalisti all'unisono. Magrin e Soldà davano del lei al giovane per un prudente servilismo. Lidia invece prediligeva da sempre i toni formali.

«No, ma... datemi pure del tu!» disse con spontaneità il ragazzo. Poi aggiunse: «Lidia, posso parlarti?»

Lei avrebbe preferito l'appellativo di dottoressa Nardi e per ripicca rispose: «Dica, signor Bovolon.»

«No, in privato. Andiamo al bar al piano terra, sono sicuro che lo zio capirà.»

Lidia non ne era altrettanto sicura, ma lo seguì.

Appena usciti dall'ufficio il ragazzo le diede la mano a Lidia e le disse: «Ci siamo visti quando sei venuta in visita all'allevamento dello zio.»

«Sì, sono venuta a vedere la pluricampionessa Ombretta.»

«Ah, lo zio è innamorato di quella vacca burlina. Pensa che alla sera passa sempre a strigliarla, la accarezza e le parla pure. Chissà cosa si diranno?!»

Quando alla fine si accomodarono al tavolino del bar il ragazzo le confidò che aveva bisogno del suo aiuto: «Francesca, la mia morosa, sta per laurearsi in psicologia dell’educazione. Ha sempre avuto un particolare interesse per Sigmund Freud, forse anche perché l'hotel che appartiene alla sua famiglia (in realtà si tratta di una lontana parentela) può vantare di averlo avuto tra i suoi ospiti. Forse conosci l'hotel: è il “Francesco Giuseppe I” di Lavarone. Ha una splendida vista sull'omonimo laghetto.»

«Conosco molto poco quella zona e francamente mi è sempre sembrata un po' sinistra.»

«Perché?? E' molto amata dai turisti.»

L'hotel di famiglia, fondato nel 1901, conservava gran parte dell'arredamento originale con enorme disappunto di Giovanni (l'ultimo erede) che avrebbe voluto renderlo avveniristico. L’ammodernamento più recente era stato eseguito negli anni Sessanta e la madre di Giovanni e la decrepita nonna non tolleravano che venissero apportate altre modifiche.

Francesca sperava di trovare nella soffitta o nel deposito dell'hotel degli scritti privati e inediti del grande Freud. Il lontano cugino Giovanni l'aveva lasciata rovistare in una sorta di soffitta che fungeva da deposito di mobili, ma non aveva trovato nulla. Tuttavia la ragazza si era intestardita - qualcosa doveva pur esserci! - e, avendo sentito parlare della insolita fortuna investigativa di Lidia, aveva deciso di chiederle aiuto tramite il fidanzato.

«L'ideale sarebbe che tu soggiornassi al Francesco Giuseppe I come una normale turista e trovassi il modo di frugare in giro.» suggerì Alvise.

«Mi sembra un piano un po' improbabile. La tua fidanzata ha già fatto una ricerca e in qualità di membro della famiglia. C'è l'eventualità che non ci siano i cimeli che state cercando.»

«Quando vedrai l'hotel ti convincerai anche tu che non è possibile. Lo zio ti ha accordato tre giorni di soggiorno al Francesco Giuseppe.»

«Ma… a mia insaputa?» 

«Sì trova interessante la ricerca e poi dice che fine agosto è “un periodo morto” e che se rimanessi a Vicenza saresti pagata per far nulla.  A Lavarone c'è un clima piacevole.»

«Sono tutte ottime argomentazioni.» disse ironicamente Lidia, poi aggiunse: «Paga lo zio Osvaldo il soggiorno?» 

«Sì, ma a “mezza pensione”.»

«Allora è fatta.»

Lidia non era affatto felice di quell’incarico imposto e per di più assegnato per compiacere un parente del capo. Era anche piuttosto disonesto sostituirsi ad una laureanda nella ricerca. Sebbene si sentisse lontanissima dalle vicende dei mortali continuava a farsi vessare inutilmente da scrupoli morali.

«Per lo meno il viaggio è stato breve.» pensò tra sé e sé quando giunse al parcheggio dell’hotel. Diede uno sguardo al laghetto che le stava di fronte: era attrezzato con sdraio e ombrelloni ed era piuttosto affollato. Provò ad immaginarlo lasciato allo stato selvaggio e le apparve immediatamente più bello.

Si diresse verso l’entrata dell’hotel e notò subito una targa in pietra posta nel 1979 dalla Società Psicoanalitica Italiana che ricordava i ripetuti soggiorni del fondatore della disciplina. L’ingresso era un’ampia sala piuttosto buia e arredata con poltroncine e tavolini degli anni Sessanta. Sembrava che nessuno ci si fosse più seduto da allora.

Buttò uno sguardo nell’adiacente sala ristorante che era molto più luminosa grazie alle ampie vetrate tanto che l’arredamento datato sembrava meno cupo.

Si diresse all’accettazione e trovò Giovanni, il rampollo della dinastia di albergatori, il quale, dopo averla registrata, le disse: «Venga, le faccio strada.» I due si stavano dirigendo verso la scala che portava ai piani superiori, quando si aprirono misteriosamente le porte dell’ascensore completamente vuoto che era arrivato al piano. Sulle prime Giovanni finse di ignorare la cosa poi bofonchiò: «A volte ci sono delle interferenze, ma è funzionante ad ogni modo. Prendiamo le scale, se non le dispiace.»

L’interno dell’edificio era molto bello. Ad inizio secolo doveva essere stato veramente aristocratico. Salendo le scale Lidia notò, dalle le finestre che davano sul retro, un giardino abbandonato con un piccolo edificio in stile tirolese. Trovò molto insolito che lasciassero quella parte in semiabbandono: era davvero spettrale. Forse l’hotel versava in cattive acque e non c’erano risorse per occuparsene.

La sua stanza era molto bella: tutta arredata con mobilio antico, perfino gli infissi delle finestre sembravano originali. Una delle finestre della camera affacciava sul lago, l’insieme era piuttosto gioioso e in netto contrasto con ciò che aveva visto fino ad allora. Decise che il primo giorno si sarebbe dedicata ad una facile escursione e  nel tardo pomeriggio avrebbe osservato i proprietari dell’hotel per capire quale fosse il più avvicinabile.

Intravide la nonna di Giovanni: conservava un cipiglio severo e autoritario nonostante la decrepitezza le avesse fiaccato il corpo. Appariva ermetica come una sfinge: pareva improbabile potersi affidare a lei per la ricerca. Giovanni, d’altro canto, le era sembrato troppo energico e volitivo. Deciso com’era a trasformare l’hotel, se avesse trovato i manoscritti di Freud ne avrebbe probabilmente fatto un falò insieme a tutto il mobilio.

Doveva puntare sulla generazione di mezzo: Anna, la madre di Giovanni. La scorse all’accettazione mentre raggiungeva il ristorante per la cena: era così melanconica! Sembrava osservare l’hotel sgretolarsi sotto i suoi occhi senza essere capace di opporvi rimedio. Poteva rivelarsi un’ottima alleata nella sua ricerca.

Dopo il pasto Lidia si sedette a leggere un libro nel salottino ammobiliato con poltrone identiche a quelle dell’ingresso. La signora Anna le si avvicinò dopo poco per chiederle se desiderava bere qualcosa. Lidia chiese una tisana. La signora gliela portò su un vassoio. Era l’occasione giusta per sondare il terreno. 

«Grazie.» disse Lidia mentre Anna poggiava la tazza sul tavolino vicino a lei «E’ un posto tranquillo per leggere questo.»

«Sì questo salottino non è molto usato dai nostri clienti.»

«Sono stata subito attratta da queste belle poltrone. Sono originali, vero? A parte la tappezzeria s’intende.»

«Pensi che un esemplare di queste poltrone è conservato in un museo a Berlino.»

«Sono degli anni Sessanta?»

«No, del 1959.»

«Molto belle... E’ molto bello anche l’arredamento della mia camera. Mi piacciono gli oggetti che hanno vissuto a lungo.»

«Giovanni, mio figlio, invece li detesta. Vorrebbe buttare tutto e trasformarci in un hotel moderno. Ho sentito anche alcuni clienti occasionali del nostro bar fare commenti spiacevoli sulla nostra hall.»

«Secondo me invece dovreste valorizzare l’arredamento originale che avete. Ah, mi scusi: a volte parlo a ruota libera e do consigli non richiesti. Posso chiederle una cosa?»

«Dica.»

«Non ho potuto fare a meno di notare la targa commemorativa che c’è sulla facciata. Ha qualche aneddoto o curiosità da raccontarmi su Freud? Forse la sua famiglia gestiva l’hotel anche al tempo?»

«Sì apparteneva al mio bisnonno che l’ha fondato. Lei è una psicologa?» 

«No,  mi interesso di psicologia in modo amatoriale. E’ la prima volta che soggiorno in un edificio che ha ospitato una personalità così importante e la cosa mi incuriosisce.»

«Non so dirle più di tanto... Al tempo i clienti mantenevano una notevole distanza dalla servitù. Era un uomo piuttosto silenzioso e... era ghiotto di funghi porcini e di carciofi. Ha soggiornato spesso da noi varie volte. Nel 1906 stava lavorando a qualche sua opera, credo, perché si ritirava in camera parecchie ore a scrivere. Forse si trattava di un semplice diario personale.»

Il modo in cui la donna aveva pronunciato la parola “silenzioso” sembrava voler intendere superbo e sgradevole. In realtà era il modo in cui Lidia immaginava il fondatore della psicanalisi sommando le caratteristiche di tutti gli psicologi che aveva incontrato nella sua vita, non ultimo il suo attuale neuropsichiatra.

Non fece altre domande, si riservò di fare altri complimenti agli arredi e alle pietanze il giorno seguente. Voleva suscitare simpatia nella sua interlocutrice in modo da poter investigare. Sicuramente aveva suscitato tenerezza: una quarantenne che passa il fine settimana da sola in montagna doveva avere un vita assai grama.

«Forse è una giovane vedova. Poveretta!» pensò la signora Anna mentre si allontanava dal salottino. La propria vita le apparve un po' meno sconfortante.

L’anziana Mathilda, nonna di Giovanni, aveva sentito la conversazione tra le due donne mentre pattugliava silenziosamente il pian terreno come d’abitudine.

Quella giovane ospite aveva qualcosa di sospetto: non le era sfuggita l’attenzione che aveva riservato alle inspiegabili bizze dell’ascensore e alla casetta tirolese del giardino. Probabilmente era una di quelle deprecabili appassionate dell’occulto, magari perfino una vera medium... No, in questi tempi bui era un talento raro... Però aveva notato la casetta tirolese... L’unico, a parte lei, che aveva il coraggio di avvicinarvisi era Giovanni. Quel senza Dio, tutto suo padre! Come sua figlia Anna avesse potuto infatuarsi di quell’uomo della pianura senza arte né parte era davvero un mistero. Per fortuna si era invaghito di una villeggiante ed era sparito.

La famiglia le aveva da sempre imposto devozione per gli ospiti e per la loro reputazione. Forse però non era più tempo di proteggere l’illustre medico cocainomane. Poteva essere un bello scherzo da giocare al nipote che detestava tutte quelle presenze  che aleggiavano nell’hotel. La sua rozza mente aveva capito che sbarazzandosi del mobilio si sarebbero allontanati anche tutti gli spiriti che vi alloggiavano.

Di certo non avrebbe gradito che tornasse alla ribalta il nome di Freud associato all’hotel e per di più per “questioni irrazionali”. Nonostante fosse già buio si diresse in giardino, entrò nella casetta e, come al solito, il da farsi le apparve improvvisamente chiaro.

La sera seguente la vecchia si fece trovare insieme alla figlia all’accettazione che era posta vicino alla scala che portava ai piani superiori: le due erano determinate ad avvicinare Lidia.

«Buona sera signora, tutto bene la cena?» chiesero all’unisono.

«Sì, grazie...»

«Sa,» si affrettò a dire Anna «ieri sera ho parlato a mia madre del suo interesse per il signor Freud. Lo sa che conserviamo alcuni suoi cimeli? Mia mamma ad esempio possiede un suo diario. Anche una sua pipa se non ricordo male.»

Mathilda mise il diario sopra il bancone e disse: «Non ho mai dato peso a tutte le sciocchezze psicoanalitiche del signor Freud e nemmeno mia madre, tant’è che le pagine bianche del suo diario sono state usate per trascrivere le preziose ricette di cucina di mia nonna. Ecco come vede qui c’è la ricetta del nostro trionfo di pollo in gelatina e della trota alla Francesco Giuseppe. Sulle ricette, la prego di mantenere assoluto riserbo. Qui invece ci sono gli scritti di Freud. Lei conosce il tedesco?»

«A livello scolastico.»

«Deve sapere che mio padre aveva raccontato al dottor Freud una curiosa vicenda riguardo un nostro parente che viveva a Marostica...» 

Lorenzo Comberlato era stato un ricco commerciante celibe e sembra che in punto di morte avesse deciso di donare tutti i suoi beni. Aveva lasciato alla fedele domestica il terreno dove abitava come affittuaria. Si vociferava che la donna fosse una strega e che i due avessero una relazione: chiacchiere di paese. Certo che c’era qualcosa di strano nell’improvviso attacco di generosità dell’uomo... Dopo la morte del padrone la domestica si era ritirata nel suo podere e, verosimilmente, aveva sbarcato il lunario commerciando le sue pozioni, dato che il terreno donatole era piuttosto sterile a causa di una vicina dolina che inghiottiva tutta l’acqua piovana. Secondo il racconto di alcuni vecchi ubriaconi la Busa (come veniva chiamata la dolina) era una delle porte degli inferi, ragion per cui la donna poteva avere un comodo e diretto scambio con i demoni infernali.

La presunta strega era morta vecchissima e dopo la sua scomparsa si era iniziato a sentire lo strano canto di un uccello notturno. Alcuni lo avevano visto volare e dicevano somigliasse ad un grosso pipistrello. Qualche sciagurato aveva anche tentato di colpirlo con il fucile e pochi giorni dopo si era ammalato mortalmente.

Questa vicenda, che in verità è una storia di spettri e streghe come tante altre, aveva profondamente emozionato il dottor Freud tanto da indurlo  ad andare a Marostica a sentire il canto della strega-pipistrello.

«Ecco qui le riflessioni del professore scritte dopo una notte passata alla dolina: “Vediamo le cose come ci è consueto vederle, ma ignoriamo del tutto quale sia la loro natura. Cosa ne sappiamo del mondo e dell’universo? Con i nostri deboli sensi pretendiamo di comprendere una realtà sconfinatamente complessa. Ci sono esseri più acuti, più vasti e qualitativamente diversi... La nuova disciplina che ho creato non può nulla. Lo spirito della strega mi ha parlato: ha profetizzato la mia morte. Mi chiede di convertirmi, ma io non posso rinnegare la mia scienza. Non sopporterei la derisione dei colleghi medici e degli amici che credono in me. Andrò incontro al mio doloroso destino.”» concluse Mathilda traducendo un brano del diario.

«Sa come si dice... stando in mezzo ai matti si diventa come loro.» chiosò Anna, che fino ad allora era rimasta in silenzio.

«Accidenti. E chi se lo immaginava...» commentò la giornalista.

«Pensi che ci sono degli sciagurati che vanno proprio nel podere della strega per avere dei... come li chiamano? Viaggi? Sono drogati, quelle cose lì...» soggiunse Anna.

«Eh, ma la strega fa vedere ad ognuno il proprio baratro.» si lasciò sfuggire la nonna. 

«Dicono.» si affrettò a correggerla Anna.

«Certo, si dice. Leggende, superstizioni... Ci siamo permesse di fare una piccola ricerca e abbiamo scoperto che lei è una giornalista. Crede che questa storia potrebbe essere di qualche interesse?» chiese la signora Mathilda con una falsa ingenuità. (Lidia sapeva per esperienza che gli anziani sanno fingere sprovvedutezza o acciacchi senili per manipolare gli interlocutori. La vecchia tutto sembrava tranne che una povera sprovveduta!)

«Decisamente. Mi faccia fare un paio di telefonate.»

Lidia chiamò Alvise che fu entusiasta della scoperta: la data della laurea della fidanzata era ormai dietro l’angolo grazie a questa svolta. La ragazza non avrebbe più potuto accampare scuse per rimandare la convivenza. Quello che non sapeva il giovane però era che la fidanzata non aveva nessuna intenzione di sposarsi o andare a vivere con lui perché nel frattempo aveva messo gli occhi su un compagno di corso con cui favoleggiava di aprire uno studio.

Naturalmente il merito della ricerca andò a Francesca che fu la protagonista di un articolo di Lidia su Vedetta vicentina. Una schiera di giornalisti televisivi si precipitò ad intervistare nonna Mathilda e sua figlia. Giovanni era roso dalla bile: quei maledetti arredi ormai sarebbero rimasti congelati per sempre nell’hotel-santuario dedicato a Freud! Aveva fatto di tutto perché la vicenda dei vari soggiorni del medico restassero nell’oblio e ora... la tesi di laurea della “cugina”! Come diavolo le era venuto in mente di rovistare nel ricettario della nonna? Lui l’aveva sempre avuto sotto gli occhi e mai si era sognato di aprirlo!

Una perizia calligrafica certificò l’autenticità del manoscritto, ma sfortunatamente la reputazione di Sigmund Freud rimase intatta. Venne accettata la tesi di un testo scritto sotto l’influsso di  qualche droga che, naturalmente, il medico stava testando con il solo scopo di alleviare le pene dei propri pazienti!

«Certo, come no.» commentò Lidia leggendo l’ennesimo articolo che sposava la tesi del farmaco sperimentale.

«Anche da morto quello vince sempre! Però sono contenta per le due vecchiette e per gli spiriti che abitano con loro.» 

Grazie a quella vicenda si era guadagnata la possibilità di soggiornare gratis al Francesco Giuseppe I ogni volta che lo avesse desiderato.

Tutto sommato, un’accettabile compensazione del mancato riconoscimento della paternità della scoperta.

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