Mademoiselle X e il baule ritrovato

Un altro caso aspetta Lidia Nardi. Guidata dal suo intuito la giornalista scopre un segreto, nascosto in vecchio cassone sepolto in una cascina del lago di Fimon, che non aspetta altro che essere rivelato

Lidia non riusciva a smettere di pensare al conte Papafava-Falier: aveva avuto una strana sensazione riguardo la vicenda dell'antenata assassinata e della conseguente maledizione che aveva colpito la sua famiglia. Inoltre le era sembrato che il conte avesse la voce incrinata da una emozione simile al desiderio mentre la congedava. Probabilmente aveva frainteso, si diceva, e poi che importava ormai? Lei era già morta da tempo. Forse la vanità perseguita anche i defunti? Era una sorta di espiazione dei peccati terreni la sua strana condizione? Certamente si guardava bene dal prendere quegli stupidi psicofarmaci che il neuropsichiatra le aveva prescritto.

Cercava di scacciare questi pensieri ossessivi che la perseguitavano perché doveva scrivere una recensione sull'apertura della nuova stagione lirica del Teatro Olimpico. Era andata in scena l'opera Madama Butterfly. Lidia non era un critico musicale, ma il direttore Zanatta riteneva fosse la meno zotica tra i suoi impiegati e quindi la più adatta a frequentare un teatro.

Il direttore si stava aggirando tra le scrivanie per controllare i suoi giornalisti come si trovasse a sorvegliare una catena di montaggio. Esigeva che i dipendenti fossero presenti in ufficio, anche se avrebbero potuto lavorare tranquillamente da casa.

«E io che ne so di cosa fate a casa?» rispondeva a chi glielo faceva notare.

«Direttore,» disse Lidia appena Zanatta si avvicinò alla sua scrivania «ho un problema con la recensione della Butterfly: non si è mai vista, credo, una messa in scena tanto  brutta: attori cani, scenografia pessima. Posso a malapena salvare i costumi. Non so però se è il caso di stroncarla così pesantemente.»

«Se la xe bruta la xe bruta, che ci dobbiamo fare? Cerca di usare qualche giro di parole per non offendere troppo. Ricorda che devo tenermi buoni gli Accademici Olimpici: ho tuttora il proposito di ricandidarmi come sponsor della futura stagione lirica. Già immagino lo spot pubblicitario: allevamenti Zanatta e salumificio Bovolon (che è gestito da mio cognato) sono lieti di presentarvi La traviata di Giuseppe Verdi!

Anzi, sai che ti dico? Stroncali, magari posso fargli intendere che se mi prendono  come sponsor le recensioni future saranno più morbide.» Infine si allontanò canticchiando: «Aaaaamami Alfreeedo, aaamami quant'io t'aaamo!»

Il pezzo che recensiva la pessima Madama Butterfly era pronto, ma Lidia per codardia avrebbe preferito non firmare l'articolo. Coltivava inutilmente, come tutti i sui colleghi, una flebile speranza di poter un giorno collaborare con una testata nazionale. Proprio per questa ragione si recò nell'ufficio del direttore.

«Senta.. posso fare a meno di firmare la stroncatura della Butterfly?» chiese affacciandosi alla porta dell'ufficio.

Zanatta, che amava contrattare per poter imporre almeno in parte la propria volontà, le accordò di firmare solo con le iniziali.

«Nardi,» le disse mentre lei già si stava allontanando dalla stanza «lo sai che se anche se non firmi l'articolo chi è dell'ambiente sa che la recensione è tua?»

Lidia annuì, ma sperava in cuor suo che nessuno di importante si prendesse la briga di andare a controllare chi curava la pagine della cultura su Vedetta vicentina.

Prima di congedarla Zanatta aggiunse: «Quasi dimenticavo: questa sera inaugurano la Sagra della lepre a Fimon. Vacci e scrivi due righe a riguardo e... fame na carità magnate un piato de tajadee ben condie: hai un aspetto orribile, sembri un cadavere. E bevite anca un bicer de vin! Pago mi!»

«Dato che vado a Fimon posso fermarmi da quei suoi lontani parenti per la questione del baule ritrovato di cui mi ha parlato? Sembra una storia interessante.

I nostri diretti concorrenti pubblicano spesso storie legate alla prima guerra mondiale.» disse la giornalista cercando di fare leva sullo spirito di competizione del proprio capo.

«Eh, l'ideale sarebbe un giovane alpino ritrovato in un ghiacciaio disciolto a causa di una estate eccessivamente calda, ma se vuoi vai pure a sentire la storia del baule. Del resto se non abbiamo alpini scongelati… Quelli sì che destano pathos nei lettori!»

«Ma non ci sono ghiacciai sull'altopiano.» replicò la donna.

«Nardi, non cavillare. Intendevo smottamenti del terreno dovuti allo scioglimento della neve invernale: soddisfatta? Sempre di alpino scongelato si tratta! Vai ora, vai!»

Nel pomeriggio Lidia si preparò per assistere all'apertura della Sagra della lepre, ma con il proposito di andare prima a trovare i proprietari del baule ovvero i cugini della moglie del signor Zanatta. Costoro abitavano all'imbocco della valle di Fimon poco dopo il bivio che da un lato conduce all'omonimo lago.

La famiglia Dal Lago, come molte famiglie vicentine, aveva avuto la sventura di avere un antenato disperso durante la prima guerra mondiale. Questo antenato “mancante” aleggiava perennemente nella casa e nella mente dei discendenti. Come la tessera di un puzzle smarrito aveva lasciato un perenne senso di incompletezza in tutta la famiglia.

I discendenti non avevano mai perso la speranza di dargli sepoltura. Così come si sente ancora in alcuni recenti fatti di cronaca, forse era possibile traslare il corpo da un cimitero sperduto dove giaceva sconosciuto ai registri.

La famiglia Dal Lago abitava in una casa dove si diceva che anticamente sorgesse un lazzaretto. Ora era una bella cascina ben curata con una banderuola segnavento sul tetto, mentre una porzione dell'edificio destinata alla rimessa degli attrezzi agricoli era lasciata in stato di semiabbandono.

La giornalista era attesa perché annunciata telefonicamente dal direttore del giornale.

Nell'aia gironzolavano alcune galline e un festoso cagnolino meticcio. L'abbaiare del cane avvisò il capofamiglia dell'arrivo dell'ospite, che si affacciò alla porta di casa.

«Buon giorno, sono…» ma non fece in tempo a terminare la frase.

«Sì, me ga xa dito tuto Osvaldo.» rispose l'uomo, rivolgendole un'occhiata accurata. Si domandò se quella donna pallidissima e con una sorta di grazia senza intenzionalità potesse comprendere la lingua del luogo. Decise così di proseguire la conversazione in italiano: «Piacere, Gaetano. Venga, le mostro dove tenevamo il baule.» e si avviò verso il ricovero degli attrezzi. «Un fradeo del me poro bisnono… tale Ferruccio Dal Lago era stato in guerra sull'Altopiano di Asiago e sciaguratamente non ne abbiamo più saputo nulla, però ci venne restituito il baule con alcuni effetti personali... credo da un suo commilitone. L'abbiamo sempre tenuto in casa perché alla fine somigliava in tutto e per tutto ad una comune cassapanca, però a mia moglie non era mai piaciuto. Diceva che era roba de sti ani e che non si addiceva all'arredamento. Così un paio di anni fa l'ho spostato nel deposito.

All'incirca sei mesi fa dei delinquenti sono entrati nella rimessa per rubare degli attrezzi e inspiegabilmente hanno rubato anche il vecchio baule. Sa, esiste un modesto commercio di cimeli militari. Non credo possa valere molto, ma per me è stato un grande dispiacere e un motivo di litigio con mia moglie che aveva voluto spostarlo.

Naturalmente avevo perso ogni speranza di ritrovarlo quando ricevetti la telefonata dei mie consuoceri che, durante la loro abituale visita al mercatino di Piazzola sul Brenta, avevano avuto la sorpresa di trovarlo in esposizione. Sapevano che si trattava proprio del mio perché c'erano impresse, se pur sbiadite dal tempo, le generalità del mio antenato.

Detto-fatto, abbiamo chiamato i Carabinieri e compagnia bella e siamo andati a riprenderci il baule. Ancora una volta è ritornato a casa in modo rocambolesco.

Il mio antenato fu sottotenente nel 115º reggimento della Brigata Treviso ed è stato decorato con una medaglia alla memoria per valore militare, lo sa? Peccato non avergli dato una degna sepoltura. Vuole vedere il baule?»

«Con piacere.»

«Adesso lo teniamo nel tinello. Entri, si accomodi. Le faccio un caffè?»

«Sì, grazie. Intanto posso dare un'occhiata da vicino?»

«Certamente.» rispose l'uomo.

Lidia nutriva dei sospetti su questo baule così irrequieto. Aveva davvero l'aspetto di una cassapanca, era un semplice parallelepipedo di legno. Non c'era alcun motivo per dubitare della sua autenticità. Tuttavia un mobile non affronta tutte queste peripezie invano: era necessario esaminarlo più accuratamente.

La giornalista guardò sommariamente l'esterno del cassone dove comparivano appena leggibili le generalità del sottotenente Ferruccio, poi lo aprì. Si aspettava di trovare un doppio fondo o una intercapedine perché era evidente che da quasi cento anni il baule cercava di trasmettere un messaggio.

All'apparenza non c'era nulla di anomalo, Lidia fece scorrere una mano lungo le pareti interne alla ricerca di qualche asperità che rivelasse una qualche parte mobile, ma sembrava proprio fatto di assi di legno massello. Mentre stava per richiudere il baule si accorse che nella parte interna del coperchio c'era un tassello di legno di cui prima non si era accorta sebbene avesse guardato accuratamente. Fece scorrere il pezzo di legno che copriva un rudimentale scomparto segreto e vi trovò una lettera ancora in perfette condizioni:

Cara famiglia,

        gli eventi patiti durante questa sanguinosa guerra mi hanno profondamente mutato nell'animo.

Ho abbandonato la mia piastrina di riconoscimento sul corpo di un soldato italiano caduto in battaglia e orribilmente sfigurato.

Solo voi dovete conoscere la mia vera storia: per quanto possa sembrare impossibile sono riuscito a fuggire dal fronte e raggiungere la Russia. Qui ho trovato una nuova patria che fa sperare nel riscatto dei poveri diavoli come noi.

Non cercatemi, non trovereste nulla che vi ricordi il vecchio Ferruccio se non nell'aspetto esteriore. Non vi chiedo di perdonarmi, pensate a Ferruccio come uno dei tanti morti in battaglia. Purtroppo tanti valorosi sono morti e io ancora ingiustamente vivo. Pensate a me come un codardo, un disertore morto nel tentativo della fuga. Tale mi sento.

Ferruccio non esiste più: in omaggio alla mia nuova patria assumerò l'identità di uno dei tanti civili russi morti durante la prima rivoluzione.

Ho affidato il mio baule al fedele compaesano e compagno di trincea Toni perché a tempo debito possa nascondervi questo messaggio. 

Questa lettera è stata scritta con l'aiuto dell'anarchico italiano che mi ha accompagnato durante la fuga e che ha riparato in Russia per sostenere l'attuale guerra civile. Spero che troverete qualcuno che vi aiuti a leggerla.

Sono innamorato e a breve mi sposerò. Aspetto un figlio che nascerà a settembre.

Combatterò sempre per una vita migliore per chi come noi è stato incatenato al lavoro della terra da secoli.

           Io fui,

                 Ferruccio Dal Lago

Lidia si sentiva permeata dalle passioni contrastanti che scaturivano da quella lettera. In quel momento entrò Gaetano con un vassoio decorato con un centrino su cui poggiavano due tazzine di caffè, immediatamente capì che non c'erano buone notizie in arrivo.

«Legga.» disse Lidia visibilmente commossa porgendo la lettera al padrone di casa.

L'uomo ebbe una reazione di rabbia dovuta alla delusione che provava nell'apprendere le parole dell'antenato. Improvvisamente il Ferruccio soldato decorato al valore militare si rivelava un rinnegato. Inoltre, con fierezza, in famiglia non si erano mai annoverati bolscevichi.

«Non riesco ad accettare questa realtà. Cosa mi consiglia di fare? Non posso gettare questa infamia su un morto...  Pensa sia autentica questa lettera?»

«Se ha qualche scritto di Ferruccio può confrontare la grafia, ma sinceramente non ho dubbi. Il baule non ha mai smesso di volervi consegnare questo messaggio.

Credo che il vostro antenato desideri riposare in pace e non può farlo se voi familiari non conoscete e accettate la sua vicenda.»

«E la medaglia? Che ne facciamo?» chiese sconsolato.

Lidia propose una azione riparatrice: «Donatela all'ossario del Pasubio in nome del vostro antenato e fatela inumare nella tomba di qualche milite ignoto. Non servirà dare spiegazioni dettagliate alle autorità.

Sono sicura che Ferruccio troverà la pace sapendo che quella medaglia onora chi come lui perseguì alti ideali a prezzo della propria vita, del resto il rispetto per i compagni di trincea traspare anche dalla lettera.»

L'esclusiva per nuovo articolo attendeva la giornalista di Vedetta vicentina ovvero: “Onorano i caduti del sacrario militare del Pasubio donando la medaglia al valore appartenuta ad un proprio caro”.

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«Brava Nardi,» disse il direttore a commento dell'anteprima del pezzo «non avrei scommesso due lire su quel baule. Ma... mettiamo il cognome dei familiari anche nel titolo, mia moglie ne sarà felice.»

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