Mademoiselle X e il 122º doge

Fare la giornalista in un piccolo giornale di provincia non è facile, soprattutto se si ha a che fare con colleghi sessisti e con direttori per cui l'importanza della notizia dipende dal grado di parentela. Ma Lidia Nardi, anche se a volte ne esce un po' malconcia, riesce sempre a trovare il dritto...

Lidia guardò pensosa al di là della finestra dell'ufficio. La piccola stanza in cui si trovava aveva quattro scrivanie di cui una vuota. Si domandò quando si sarebbero decisi a trovare una nuova stagista. La redazione di Vedetta vicentina si trovava in un complesso costruito dieci anni prima e conteneva esclusivamente uffici ad eccezione di un piccolo spazio al pian terreno che ospitava un locale alla moda sempre gremito all'ora dell'aperitivo. La donna avvertì l'insensatezza di quell'edificio sorto dal nulla e situato nei pressi di un casello autostradale. Cercò conforto in una porzione di campagna semiabbandonata visibile al di là della vicina superstrada. Le sagome di cinque sparuti gelsi in lontananza le diedero un po' di sollievo e la ancorarono ad una realtà naturale. Tornò a volgere lo sguardo all'interno dell'ufficio: gli altri due colleghi stavano lavorando. Sentì la voce del direttore che parlava al telefono con qualcuno, ma le sue parole arrivavano indistinguibili.

Marco Magrin, il giornalista addetto alla cronaca nera, da tempo aveva un contegno sospetto in ufficio. Certamente stava architettando qualcosa ai danni dei sui due colleghi Lidia e di un altro collega, Davide. Quest'ultimo era la sua vittima preferita, tuttavia Marco non disdegnava di tormentare anche Lidia.

Magrin era un trentenne belloccio e sbruffone che riscuoteva un certo successo con il genere femminile. Grazie al carattere istrionico e manipolatore sapeva sedurre praticamente qualsiasi donna, ma amava dire che costoro si gettavano ai suoi piedi “inspiegabilmente”.

Esercitava una sorta di seduzione anche sul direttore Zanatta. Egli adorava il calibrato servilismo di Marco e vedeva nel dipendente il giovane uomo che avrebbe voluto essere ai bei vecchi tempi. Ad onor del vero, il giornalista si occupava con passione e competenza di omicidi e rapine. Pensava forse di poterne ricevere di riflesso un fascino “maledetto”, almeno così congetturava Lidia.

Il giornalista della nera esordì senza nemmeno alzare lo sguardo dal suo computer: «Dato che non intendo marcire in una testata di provincia come voi due sfigati, mi sono dato da fare per entrare in contatto con un gruppo di hacker.  Se tutto va bene imprimerà una svolta alla mia capacità investigativa, ERGO alla mia carriera.» 

Lidia e Davide si guardarono vicendevolmente, nessuno dei due aveva voglia di ribattere all'appellativo di sfigati.

«Indovina un po' Lidia… Conosci un certo Gianluca Marchi?» e scoppiò in una fragorosa risata «No, aspetta... non mi rispondere. Non mi togliere il piacere di raccontare l'esito della mia ricerca.»

Naturalmente la giornalista sapeva dove voleva andare a parare il collega, ma non fece nessun tentativo per fermarlo.

«Gianluca Marchi, in arte Plan 9, è esponente della scena musicale ambient industriale. Un mezzo genio si direbbe: capace persino di costruire da sé i sintetizzatori analogici e digitali per le sue performance. Le porcate che ti scrive! Lidia, da non crederci!»

«Hai violato il telefonino di Lidia, ma è un reato!!!» disse finalmente Davide perché la collega sembrava annichilita.

«Sono conversazioni private.» si decise finalmente a dire la donna.

«Solo tu potevi perdere la testa per uno che campiona i suoni dei fondali marini! Però grazie ad una elementare ricerchina sui social risulta che il “caro” Plan 9 è sposato.»

«Davvero conosci Plan 9, Lidia? Quando “ho fatto l'Erasmus” a Berlino ho avuto la fortuna di sentirlo suonare in un club!» commentò entusiasta Davide.

«Lidia siete proprio due sporcaccioni! Chi poteva immaginare un tale ardore? Eppure tu sembri mezza morta, mentre lui passa il tempo a campionare i suoni delle megattere. Haha!» Poi improvvisamente il suo tono di voce si fece serio «La vostra relazione si è chiusa qualche mese fa, perché conservi ancora le vostre conversazioni?  Mamma mia Lidia, ma eri davvero innamorata? Le tieni per ricordo? Dimmi che progetti di ricattarlo, ti prego!»

«È stata una storia d'amore molto intensa... una sorta di affinità elettiva. Il brano musicale Lydia è dedicato a me.» La voce della giornalista era stranamente neutra, come se la cosa non la riguardasse.

Marco iniziava a provare un vago e inaspettato imbarazzo. Credeva di aver smascherato una godereccia relazione adulterina e invece si era imbattuto in una specie di romanzo d'amore ottocentesco. Quindi tagliò corto: «Amore… certo, certo. Comunque quello che conta è che il mio contatto è affidabile e allo stesso tempo senza scrupoli. Ora si tratta di vedere se se la cava con imprese tecnicamente più difficili.»

Lidia era costretta brutalmente a ripensare a quella relazione. Improvvisamente non le sembrava più un legame così forte. Probabilmente l'ex amante era una persona mostruosa che si divertiva ad ingannare gli altri. Come poteva essere diversamente? Chissà quante amanti aveva! Nella migliore delle ipotesi era una persona che si sentiva sola in una relazione coniugale esausta, ma... amarla? No, di certo non poteva essere. 

In ogni caso gli effetti paradossi causati dal lorazepam, che finalmente si era decisa ad assumere, le rendevano impossibile interpretare correttamente la realtà e le causavano non pochi disturbi del pensiero.

«Nardi,» sentì chiamare a gran voce «vieni un ufficio!» «Chiudi la porta.», aggiunse il direttore quando vide comparire la donna.

Lidia si accomodò sulla sedia posta di fronte alla scrivania del suo capo. L'uomo esitava ad iniziare la conversazione e rigirava tra le mani una cornice da tavolo. La giornalista sapeva che nella foto era ritratta l'amata pluricampionessa di bellezza e fiore all'occhiello del suo allevamento. La campionessa Ombretta era una vacca burlina: una razza autoctona dalla piccola corporatura e dal mantello pezzato bianco e nero. Alcune foto dell'animale inghirlandato e attorniato da trofei campeggiavano anche alle spalle del direttore.

«Come sta Ombretta?» disse Lidia per rompere il ghiaccio.

«Ha, varda che oci! La pare un cristian.» rispose Zanatta continuando ad ammirare la foto che teneva tra le mani «Continua a vincere a mani basse sebbene sia una vacca adulta. Guarda che pelo lustro!». Fece una pausa e finalmente vuotò il sacco: «Lidia, devo sottoporti una questione personale. I cugini di mia moglie mi hanno detto che hai gestito con grande tatto la faccenda dell'antenato bolscevico e disertore. Che Dio ci aiuti, si tratta di un'altra pecora nera.»

Zanatta aveva una infinità di parenti per via materna, perché la sua nonna aveva partorito dodici figli ricevendo così la medaglia d'onore per le madri di famiglie numerose dal Duce in persona (almeno così si diceva in famiglia). Tra i numerosi cugini Zanatta si annoverava un professore universitario: Ettore Slaviero. Costui era l'unico della stirpe ad aver abbandonato interamente il lavoro nei campi per seguire una vocazione intellettuale. Appassionato docente di storia moderna, Ettore aveva una predilezione per la storia locale. Fino a metà degli anni novanta il suo comportamento rientrava ancora nel campo di una eccentricità accettabile, ma agli inizi degli anni duemila aveva abbracciato una corrente irridentista che dichiara di non riconoscere il Trattato di Campoformio.  

Da vent'anni aveva qualche piccolo screzio con le forze dell'ordine per le sue dichiarazioni pubbliche secessioniste o più semplicemente perché si rifiutava di collaborare quando gli veniva richiesto di esibire un documento di identità per un semplice controllo.

Proprio di quest'ultimo caso si trattava.

Zanatta fece un lungo sospiro e iniziò: «Forse conosci il professore  Ettore Slaviero… ecco, è mio cugino.»

«Certamente, è stato il mio docente di storia moderna all'università» Lidia ebbe un attimo di esitazione e poi proseguì: «Poco dopo, sciaguratamente, si autoproclamò 122º doge della Serenissima Repubblica di Venezia e venne allontanato dall'università.»

«Già e da allora ce lo abbiamo sul groppone noi, ovvero i parenti prossimi! Ora, Ettore può avere tutte le ragioni di questa terra… Gli si chiedeva solamente di avere discrezione, magari di fondare una confraternita in cui esercitare la sua funzione di Doge, che ne so? Il martedì sera in un centro polifunzionale... indossare il mantello di ermellino un paio di ore e finia lì! Scusami per lo sfogo, ma da un bel po' di tempo dobbiamo aiutarlo economicamente a causa di tutte le sue stramberie.»

«Sì, è un peccato era un docente stimato e competente.» commentò Lidia con poca convinzione «Perché le serve il mio aiuto?»

«È stato fermato per un semplice controllo dei documenti. Ovviamente si è rifiutato di esibirli perché “manifestazione di uno Stato illegittimo”. Credo li abbia distrutti, a dire il vero. In passato i carabinieri sono stati molto tolleranti perché è “persona nota”, ma dato che questa volta si rifiuta di rispondere in italiano lo hanno trattenuto. Dovresti andare alla stazione dei carabinieri e fare da interprete.»

«Interprete?»

«Sì,… poi sei una bella donna, dovrebbe fare presa sui carabinieri e su Ettore. Sempre più di Magrin e Soldà per lo meno.»

«Direttore, potrebbe evitare questi discorsi sessisti?»

«Dai, dai lo sappiamo tutti e due come va il mondo! Vai alla stazione dei carabinieri. Fame sto piasere. Io non ci posso andare perché altrimenti lo prendo a schiaffi.»

Lidia ripensò più e più volte alla conversazione avuta con il suo capo mentre guidava per raggiungere la sua destinazione. Quando arrivò alla stazione dei carabinieri e si presentò al militare che presidiava la guardiola scoprì di essere attesa. Zanatta aveva telefonato preventivamente al comando per avvisare che averebbe mandato una persona di fiducia per far ragionare il 122º doge.

Il precedente maresciallo aveva chiuso un occhio più volte sul rifiuto di lasciarsi identificare, ma il suo successore non ne voleva sapere anche perché aborriva le simpatie irridentiste del fermato. Inoltre quello strano impasto linguistico di dialetto veneto e motti latini usato dal professore lo indispettiva e gli sembrava una provocazione intollerabile.

Il fermato attendeva compostamente nell'ufficio del maresciallo forte del suo lignaggio.

Un carabiniere accompagnò Lidia fino alla porta dell'ufficio del suo superiore e bussò. Successivamente le venne dato il permesso di entrare e fu lasciata da sola con il professore.

Aveva pensato a lungo a cosa dire per far ragionare il sedicente doge, ma non le era venuto in mente nessun discorso sensato. Decise così di improvvisare e di rivolgersi a lui in italiano lasciando libero sfogo alle vocali distorte dal suo accento regionale: «Buon giorno professore, sono l'interprete. Mi manda suo cugino Osvaldo.» 

Il doge non fece una piega. 

«Sono stata una sua allieva, ma certamente lei non può ricordarsi di me. Sono passati circa venti anni.»

Il suo interlocutore iniziava a sembrare infastidito.

«Biri, biri, bò quanti corni gha el me bò? El me bò el ghinà quatro…»

«Va bene, va bene, ho capito. Dubitavo fortemente che lei potesse essere una interprete.

Ha detto che è stata una mia allieva, in che anno?»

«Più o meno nel 2002, non ricordo esattamente. Quell'anno il corso monografico analizzava le misure di contenimento delle varie pestilenze.»

«Certamente. E che voto le ho dato?»

«Ventiquattro: ho fatto una figuraccia nella “parte generale”.»

Il professore sogghignò, quindi scrutò con più attenzione la sua interlocutrice.

«Ma… lei è un dipendente di Osvaldo?»

«Sì, sono una sua giornalista.»

«Ho capito chi è lei... è quella che terrorizza la signora Svetlana che fa le pulizie nel vostro ufficio e a casa di Osvaldo. Ma lo sa che la signora è convinta che lei sia un non-morto? Dice che non vuole mai trovarsi da sola con lei.» chiosò ridendo.

«Un uomo di cultura come lei, non crederà a queste sciocchezze?»

«Certo che ci credo e ora che la guardo bene c'è qualcosa di strano nel suo aspetto.»

«Sono depressa.»

«Depressa, dice?»

«Ho un disturbo della personalità.»

«Svetlana non è tipo che si lascia  facilmente impressionare. Ma… che sorta di spirito è lei? Quello è un corpo tangibile, giusto?»

«Professore, le  ricordo il fermo a cui è stato sottoposto. Mi detti la deposizione e io tradurrò affinché venga accettata.»

«Si ricorda del condottiero Gattamelata? (Lidia annuì). Lo sa che non esistono documenti che lo riguardano eppure diamo per assodato che sia esistito. Uno strano caso! E la famiglia nobile di origine padovana su cui si dice gravi una maledizione? Condannati a vivere in eterno… È un ramo vicentino della famiglia Papafava.»

In quel momento entrò nella stanza il maresciallo accompagnato da un carabiniere: «Siamo pronti per la deposizione? Badi bene Slaviero! Questa volta se la caverà con questa messa in scena dell'interprete, ma solo perché non voglio intasare per futili motivi le aule del tribunale.» 

«Io i savoiardi me li mangio con il caffè.» rispose provocatoriamente il fermato sbeffeggiando lo spiccato accento piemontese del maresciallo. «Oppressori!» rincarò.

«Allora quando vuole sa parlare in italiano! Portatelo via!» ordinò il militare.

«Lidia, rimaniamo in contatto! Controlli se le è negato entrare in un terreno consacrato! Mi faccia sapere!» disse il professore mentre veniva allontanato bruscamente dalla stanza.

L'incarico affidatole da Zanatta aveva avuto un esito disastroso.  Per la gioia di Magrin, le urla di rimprovero del direttore si sarebbero propagate per tutta la redazione!

Le rivelazioni di Slaviero, sembravano confermare le sue sensazioni di essere morta. Per contro, però, il suo psichiatra non riteneva possibile una simile interpretazione. Fortunatamente al momento solo Ettore e Svetlana sembravano conoscere la realtà della sua condizione. Doveva assolutamente darsi da fare per nascondere la verità. 

Testo e illustrazioni di Silvia Miola

122 doge nel testo-3-2

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