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«Pastasciutta antifascista negata»: Mezzalira sulla graticola

Non si fermano le polemiche sulla giunta a trazione leghista del piccolo centro dell'Est vicentino dopo che l'amministrazione ha negato l'uso di un parco pubblico per una iniziativa voluta dall'Anpi

«In queste ore abbiamo assistito a due gravi episodi. Il primo è lo striscione intimidatorio da parte di ignoti soggetti di simpatie fasciste appeso nella notte in contrà Burci a Vicenza, dove era prevista una pastasciutta antifascista. Il secondo, assai più grave, è il diniego da parte della amministrazione di Rosà di un parco pubblico in cui era stata prevista dagli organizzatori la stessa iniziativa. Di fronte a casi di questo tipo non possiamo rimanere in silenzio ed è per questo che oggi 25 luglio abbiamo dato vita ad una serie di iniziative a tutto tondo compresa la diffusione di un volantino che fa il punto della situazione». A parlare in questi termini è Gigi Poletto, presidente per il Vicentino della Associazione nazionale partigiani d'Italia ovvero l'Anpi.

QUESTIONE DI DATE
Il 25 luglio è la data che convenzionalmente molti storici indicano come quella della caduta del regime fascista in Italia. Da anni molte associazioni legate alla eredità culturale della resistenza antifascista, tra il 24 ed il 25 di luglio organizzano iniziative culturali o conviviali, come appunto la pastasciutta antifascista, con l'obiettivo di dare spazio ad una riflessione su quanto accaduto negli anni. L'evento vicentino, che è in programma stasera presso il centro ricreativo Porto Burci nella omonima via del centro, nella notte ha avuto un prologo particolare.

LO STRISCIONE E IL LESSICO ZOPPICANTE
Qualcuno col favore dell'oscurità ha affisso uno striscione che recitava la dicitura, contraddistinta da un Italiano un po' zoppicante, «Se manca olio lo portiamo noi». Lo striscione termina con la scritta «Mis», una sigla che ricorre nella galassia della estrema destra italiana. Mentre il riferimento all'olio è a quello di ricino, ovvero il liquido che veniva fatto sorbire a forza chi, specie poco prima dell'avvento del venetnnio, veniva travolto dalle azioni delle squadre paramilitari fasciste. Poletto rubrica il gesto (stigmatizzato pure dal sindaco berico il democratico Giacomo Possamai) giustappunto come una «provocazione fascista».

BORDATE SU MEZZALIRA: LE SEGNALAZIONI IN PREFETTURA E IN QUESTURA
Tuttavia ai taccuini di Vicenzatoday.it Poletto definisce molto più grave quello del sindaco leghista di Rosà Elena Mezzalira. La quale ha negato l'uso del parco «del Sacro cuore» proprio nell'ambito di una manifestazione omologa a quella vicentina organizzata da tante sigle del Bassanese e dell'Asiaghese a partire dalla stessa Anpi. Il diniego sarebbe da ricercare sia per questioni di ambito amministrativo, il regolamento non sarebbe in linea con il tenore della manifestazione, sia per ragioni riconducibili all'ordine pubblico. Dopo le accuse piovutele addosso da vari ambienti «per la pastasciutta antifascista negata», compreso il Consiglio regionale veneto, il primo cittadino, dalle colonne di Vicenzatoday.it ha provato a spiegare il suo punto di vista.

Ma la sua difesa è stata considerata «priva di ogni fondamento perché Mezzalira ha agito al di fuori del dettato costituzionale» fa sapere Poletto. Che contestualmente spiega come l'Anpi abbia indirizzato una segnalazione alla Prefettura e alla Questura di Vicenza. E così la tensione in seno alla galassia antifascista berica è cresciuta alle stelle. Tanto che per stasera è ugualmente attesa la presenza di un drappello di manifestanti che si dicono pronti a contestare punto su punto le scelte operate dall'amministrazione rosatese.  «Che cosa succederebbe - attacca Poletto - se un domani con le stesse motivazioni un sindaco negasse uno spazio pubblico per festeggiare la Costituzione italiana?».

«PROTESTA SOTTO CASA»
E se Poletto ha scelto un linguaggio molto urbano, più effervescente è la base dell'Anpi tra Bassanese e Asiago. Dove non mancano gli attivisti che chiedono «una protesta sotto casa della Mezzalira». Che viene accusata di «essersi macchiata di una condotta politicamente indecente assunta peraltro dietro il diktat dell'assessore all'urbanistica Paolo Bordignon che è il sindaco de facto in una città la cui amministrazione con ogni mezzo va messa sotto sorveglianza attiva da chiunque abbia a cuore la costituzione italiana».

IL PESO DELLA CGIL
Anche la Cgil, con tutto il peso specifico che la sigla sindacale si porta dietro, in serata con una nota firmata dal segretario provinciale Giampaolo Zanni, s'è scagliata contro il sindaco di Rosà: che finita in croce avrebbe chiesto il supporto dei vertici provinciali del Carroccio. Questa almeno è l'indiscrezione che circola a palazzo Ferro Fini. I vertici però, vista la mala parata mediatica, avrebbero deciso di lasciare soli lei e lo stesso Bordignon a smaltire i postumi della buriana.

GLI ANGOLI AMBIGUI E BUI DELLA FINE DEL VENTENNIO
Ad ogni modo sono giorni e giorni che la base della galassia antifascista vicentina è in subbuglio. Alcune settimane fa infatti su Rai tre è andata in onda una puntata di «Passato e presente» in cui si è parlato degli agenti della polizia segreta fascista, l'Ovra, che specie nella parte finale del regime a ridosso delle fine della Seconda guerra mondiale, tennero un piede in due scarpe: senza mollare il governo di Benito Mussolini ma tessendo intese con gli alleati e la resistenza antifascista.

Come ricordato da Paolo Mieli in trasmissione, anche sulla scorta delle rivelazioni del libro «Le spie del regime» di Mauro Canali uno snodo cruciale di questa trattativa tra apparati fascisti e gli esponenti, da destra, al centro siano alla sinistra, della nascente repubblica post bellica passò per il Vicentino.

L'ARCHIVIO DELL'OVRA E I MARZOTTO
Infatti buona parte di quell'archivio, che poi finì con ogni probabilità in copia o in originale anche nelle mani dei servizi segreti militari americani, venne custodita nelle pertinenze della famiglia Marzotto: sicuramente a Valdagno, ma probabilmente anche in altri luoghi dell'Ovest vicentino. E questa capacità dei Marzotto, che col regime del '22 avevano condiviso un bel pezzo di strada, di collocarsi tra fascismo, apparati e poteri finanziari anglo-americani, pezzi della insorgenza, élite italiane incistate con politica e intelligence, fino a tessere relazioni più o meno inconfessabili con settori della resistenza anche comunista (questo il quadro che da anni viene descritto nei circoli del notabilato della valle dell'Ovest vicentino), fu un dato cruciale.

Un dato cruciale che permise ai Marzotto, prima delle beghe che mandarono un po' all'aria la compattezza degli affari di famiglia, di affermarsi come una delle casate industriali più rilevanti del Paese: quantomeno nel primo quarto di secolo dopo la fine della Seconda guerra. Questa  eredità ingombrante però è conosciuta da una parte della galassia antifascista vicentina.

UN'EREDITÀ INGOMBRANTE
La quale dopo la puntata mandata in onda in replica da Rai tre, ha cominciato a rialzare la testa chiedendo due cose. Uno, di tornare ad evidenziare senza sconti i legami della famiglia Marzotto col regime fascista. Due, di tracciare, «in una operazione di verità storica», seguendo con attenzione «la bava di lumaca lasciata negli anni», i percorsi che parecchi soggetti apparentemente inconciliabili come ex partigiani ed ex repubblichini intrapresero nel Vicentino, sotto la benedizione dei Marzotto, spesso «con approdi mirati, comuni e sincroni nel mondo della politica, dell'imprenditoria, delle istituzioni e della massoneria».

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