Pfas e limiti: un anno per la gestazione «della legge»

Sarebbe questo l'intendimento del Ministero dell'ambiente manifestato alle Mamme no Pfas, in traferta nella capitale, che chiedono una più rigida regolamentazione per le sostanze che hanno scatenato l'affaire Miteni: il provvedimento dovrebbe arrivare fra un anno con una legge ad hoc

La delegazione delle mamme no Pfas al ministero dell'Ambiente a Roma (foto coordinamento mamme No Pfas)

Si conclude oggi la due giorni romana «delle Mamme no Pfas» che sono impegnate da tempo in una battaglia affinché lo Stato introduca nuovi limiti appunto per i Pfas i temibili derivati del fluoro alla base dello scandalo Miteni, «un affaire ambientale» che ha coinvolto tutto il Veneto centrale.  «Ieri 7 ottobre - si legge in una nota diramata poche ore fa dallo stesso coordinamento delle Mamme no Pfas - a Roma al Ministero dell'ambiente abbiamo incontrato il capo della segreteria tecnica Tullio Berlenghi, gli avvocati in forza all'ufficio affari legislativi, poi Marco Ciarafoni capo della segreteria nonché il sottosegretario all'Ambiente Roberto Morassut. L'incontro - si legge ancora - era stato richiesto dai comitati per chiarimenti sull'iter del collegato ambientale di settembre che per la prima volta intende porre limiti nazionali per quattordici tipi di Pfas nelle acque di scarico».

INCONTRO «PROFICUO»
Stando agli estensori l'appuntamento è stato proficuo perché i vertici ministeriali si sono resi disponibili a rivedere la proposta di legge ancora in itinere «sui punti da noi proposti» ossia: i chiarimenti perché vengano indicate le motivazioni tecnico-scientifiche della proposta di legge; la mancanza di soglie relative alla sommatoria di tutti Pfas e la scelta di porre limiti solo su quattordici tipologie di composti, anche alla luce della esclusione «del temibile ADV7800 ben presente nelle acque di Spinetta Marengo» nell'Alessandrino dove si è verificato un caso simile a quello che ha colpito il Veneto.

PERCORSO PARLAMENTARE «AUTONOMO»
«Infine abbiamo chiesto - termina la nota - come mai la proposta di legge sia carente circa la obbligatorietà nel conteggio degli isomeri», sostanze Pfas simili a quelle madri, ma con disposizione diversa delle catene atomiche. Da quanto si è appreso in via Cristoforo Colombo pare sicuro che il collegato ambientale non dovrebbe avere più la forma di un provvedimento accluso ad una legge da approvare in futuro ma prenderà corpo quale disegno di legge autonomo.

Rispetto al tavolo tecnico che è stato aperto, che tornerà a riunirsi prossimamente, un posto è riservato alle Mamme No Pfas e al Comitato Stop Solvay. In questo senso i due coordinamenti auspicano che «questo incontro avvenga nel più breve tempo possibile e che non sia solo una promessa». In questo senso è lo stesso coordinamento a spiegare che il Ministero ha convocato una rappresentanza dei comitati il 29 ottobre. Sull'argomento limiti le associazioni hanno poi chiesto «un confronto diretto fra Regione Veneto, Ministero dell'ambiente, Istituto superiore di sanità, Ispra, e Confindustria, in nostra presenza». I cittadini «chiedono trasparenza e fiducia reciproca» fa sapere il coordinamento. I comitati spiegano infatti di avere offerto la massima collaborazione unitamente alle amministrazioni locali, «per prima quella di Lonigo, uno dei comuni più colpiti dal caso Pfas», al fine di trovare una soluzione comune che sia «percorribile che non invochi la chiusura delle aziende, ma imponga soluzioni alternative sostenibili». Nel medesimo contesto è intervenuto anche Alberto Bellieni, neoassessore all'ecologia proprio al comune di Lonigo il quale ha affiancato le Mamme non Pfas nella loro tarsferta romana. «I colloqui intercorsi col Ministero lasciano ben sperare. Abbiamo avuto l'imprenssione - sottolinea l'assessore - che si voglia ragionare in termini ben diversi rispetto al passato».

LO SCENARIO
Sul piano più generale poi la partita (i cui echi si avvertono anche sulla stampa piemontese) si presenta comunque complessa. «È sacrosanto che le mamme No Pfas facciano sentire la loro voce a Roma» spiega Giovanni Fazio, volto storico di Cillsa, una associazione ambientalista da anni attiva nell'Ovest vicentino «ma noi tutti non dobbiamo cadere nel tranello di chi vuole farci pensare che il grosso dello scontro in atto si giochi sul terreno dei limiti che hanno gran poco di scientifico e che sono null'altro che un tira e molla tra le esigenze dei cittadini e quelle delle industrie, dove le seconde la spuntano assai più spesso, con il regolatore pubblico a cercare di fare da mediatore».

In questo contesto Fazio spiega che ormai anche presso l'Unione europea, ma non presso l'Efsa, cominci a farsi strada il concetto che per quanto concerne i cancerogeni e altre sostanze pericolosi quali gli interferenti endocrini (e i Pfas lo sono) i limiti «di emissione e immissione nell'ambiente debbono essere pari a zero». Fazio poi approfondisce la nozione di ciclo produttivo: «Le fabbriche devono cominciare a produrre riutilizzando l'acqua reflua dopo averla depurata: non una goccia di quell'acqua deve essere re-immessa nelle matrici ambientali». Si tratta di un approccio teorico e pratico molto noto nel mondo ecologista e che vede tra i suoi più fervidi alfieri il biologo Gianni Tamino, lo scienziato padovano che da anni propugna la necessità «di un cambio di paradigma in questo senso».

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TRIBUNALE DELLE ACQUE, «SENTENZA MAI RISPETTATA»
Per Fazio, quindi «visto che quando si parla di Pfas si parla inevitabilmente di qualità dell'acqua nel Veneto» sarebbe bene che chi di dovere «a partire dalla Regione e dalla magistratura» tenesse bene a mente una sentenza del 2017 del Tribunale superiore delle acque. Una sentenza de facto mai rispettata relativa alle immissioni nocive nel bacino dell'Agno-Guà-Fratta-Gorzone, passata in giudicato peraltro, la quale in maniera assai innovativa stabilisce un percorso a tappe con una serie di obblighi, da assumere con scadenze temporali certe», proprio per quanto riguarda la immissione nell'ambiente delle sostanze inquinanti. «Quel cronoprogramma tra Stato e Regione Veneto - rimarca Fazio che è un medico - è rimasto lettera morta sebbene la stessa Regione Veneto lo abbia fatto suo con un provvedimento ad hoc».

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