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Pfas assumibili? «Limiti tremila volte volte più bassi»

Secondo l'accusa lanciata da Europa verde, rispetto alle nuove soglie assai più restrittive imposte da Bruxelles per la presenza delle temute sostanze chimiche nell'organismo, la Regione Veneto è impreparata per i campionamenti su animali e alimenti: e difettano «di trasparenza» pure i dati forniti alle associazioni ambientaliste

Il Veneto, ma più in generale tutte le regioni italiane, dal primo gennaio di quest'anno debbono fronteggiare una rogna di non poco conto. L'Ue attraverso l'Agenzia per la sicurezza nel settore alimentare, ossia l'Efsa, ha ridotto di «tremila volte» i limiti dei Pfas assumibili giornalmente dagli individui. I Pfas, sono i «temutissimi derivati del fluoro» al centro di un maxi scandalo ambientale addebitato alla Miteni di Trissino che oltre al Vicentino ha colpito anche una parte del Veronese e una parte del Padovano. I Pfas, noti come sostanze eterne per la loro persistenza nell'ambiente e nei tessuti animali come vegetali, vengono peraltro utilizzati in una miriade di prodotti e applicazioni tra quelle civili, industriali e militari. A dare conto di questa incombenza per palazzo Balbi è il consigliere regionale Cristina Guarda di Europa verde, che ieri 24 gennaio sull'argomento ha diramato una lunga nota. Ma c'è di più. Secondo la consigliera i laboratori attrezzati per analizzare la presenza di Pfas negli alimenti sono pochi e poco attrezzati. Il che rende ancora più ostico il gap che l'amministrazione, nel qual caso la Regione Veneto e le sue articolazioni a partire dalle Ulss, dovrà fronteggiare nei mesi a venire. E ancora Guarda denuncia che i dati sulla presenza dei Pfas nei cibi, già richiesti in passato da Greenpeace e dal coordinamento delle Mamme No Pfas, sono carenti: nonostante il Tar veneto avesse dato disposizioni ben diverse in tal senso. Il caso, lungi dall'essere risolto, era stato svelato da Vicenzatoday.it con un servizio del 13 ottobre del 2021.

I POLITICI E I «SONNI TRANQUILLI»
«Nascondere il problema sotto il tappeto serve solo a far dormire sonni tranquilli ai politici, rimandando le soluzioni. Così facendo, però, non solo si danneggia la salute e si aumentano i costi sanitari, ma si mette a rischio anche l'intero settore agroalimentare e stessa credibilità del made in Veneto: viste le restrizioni in materia di Pfas sollecitate da molti Paesi. Per questo - scrive Guarda - chiediamo di reagire. Denunciamo ancora una volta il comportamento della Regione del Veneto in relazione al tema della presenza dei temutissimi derivati del fluoro, i Pfas appunto, in questo caso contestando le risposte e i dati parziali riguardanti le analisi degli alimenti in zona rossa forniti alle Mamme NoPfas e a Greenpeace, nonostante una specifica sentenza del Tar veneto. Giustificare la mancanza di ben 340 rapporti di prova e altre incongruenze - attacca la consigliera di Lonigo - giocando sull'anno di campionamento, laddove la richiesta riguardava tutti i campionamenti indicati nella delibera del gennaio del 2017, è una pessima operazione di mero formalismo, una patente beffa che però è anche una inottemperanza alla sentenza del Tar e dunque un pregiudizio alla trasparenza, alla stessa azione amministrativa, alla prevenzione sanitaria». Così la consigliera punta l'indice nei confronti dell'amministrazione regionale che con la giunta ha sede a Venezia.

PARAMETRI PIÙ STRINGENTI
La consigliera poi analizza il problema da un altro punto di vista. «Ricordiamo che i Pfas sono sostanze che si bioaccumulano negli organismi viventi e aumentano il rischio di patologie cardiovascolari, tumorali, colpendo in particolare donne, neonati e bambini e aumentano il rischio di morti premature. Ecco perchè - rimarca la consigliera - l'Ente europeo per la sicurezza alimentare dal 2017 al 2020 ha ridotto da 1650 nano-grammi per kilo la dose massima assumibile al giorno di Pfoa e Pfos, a 0.63 nanogrammi su kilo pro capite per la somma di quattro componenti della famiglia dei Pfas noti come Pfoa, Pfos, Pfhxs. Significa che un abitante dell'area rossa o dell'area arancio, si tratta delle aree tra Veronese, Vicentino e Padovano che si ritengono più colpite dalla contaminazione, il quale già possiede nel sangue valori elevati di Pfas, non dovrebbe proprio assumerne altri: né con l'acqua, né col cibo, né per mezzo dell'aria, né attraverso il contatto coi prodotti per la cucina, né per il tramite di cosmetici e altro ancora».

PROGETTI, SCENARI E DIVIETI
Oltre alla trasparenza dei dati, secondo l'esponente di Ev, «servono infatti azioni e progetti per per sostenere gli agricoltori e gli operatori della sicurezza alimentare: da gennaio 2023, infatti, devono rispettare un primo regolamento europeo, il regolamento 2022/2388, che vieta la commercializzazione specifiche produzioni alimentari determinate concentrazioni di quattro tipi Pfas. Chiediamo dunque di aiutare le aziende fornendo la possibilità di analisi dei prodotti oggetto del regolamento attraverso una rete istituzionale, dato che attualmente sono pochissimi i laboratori attrezzati per questo tipo di analisi». La querelle sollevata da Guarda si colloca peraltro in un più ampio contesto legato alla questione Pfas: anche in relazione allo spinoso tema della ricerca di queste sostanze nell'organismo mediante una serie di screening medici. La cui efficacia da tempo è al centro di uno scontro al calor bianco. Peraltro, l'abbassamento delle soglie deciso tra Bruxelles e Parma (l'Efsa ha sede proprio nella città emiliana), potrebbe in qualche modo inficiare, rendendone necessarie di nuove, le pur poco numerose campagne di screening sulla popolazione già effettuate in passato: anche queste al centro di svariate polemiche.

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