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Il bacino sull'Astico? «È una bestemmia idraulica»

Cresce il malcontento contro un'opera anti-piena criticata dalla giunta sandricense, dal consigliere regionale Guarda e dai comitati del comprensorio breganzese in cui è prevista la realizzazione di un invaso per cui sta spingendo la Regione Veneto: e sullo sfondo, tra politica e affari (si parla di un progetto da trenta milioni di euro) rimane l'ombra della lobby dei cavatori e del movimento terra

L'invaso «anti piena» previsto sul torrente Astico tra Breganze e Sandrigo crea molti più problemi di quanti ne vorrebbe risolvere. È questo il convincimento uscito dopo un briefing organizzato ieri 26 aprile al Comune di Sandrigo cui hanno preso parte il vicesindaco Giovanni Rigoni, l'ex direttore del centro idrico di Novoledo Lorenzo Altissimo, il consigliere regionale Cristina Guarda dei Verdi, Sergio Carrara presidente del Coordinamento tutela del territorio di Breganze, Teresa Santini, referente del laboratorio civico Astico-Tesina, nonché Diego Pozzato consigliere comunale in quota M5S sempre nell'amministrazione sandricense. Si tratta peraltro di un convincimento già espresso in passato ma che ieri è uscito in qualche modo rafforzato.

LA DISAMINA AFFIDATA AD UN FILMATO
La prima a prendere la parola è stata Guarda. La quale facendo affidamento pure ad un approfondimento filmato prodotto dai suoi collaboratori e proiettato al momento, ha dato conto conto delle numerose criticità dell'opera che oggi si trova «nella fase della progettazione esecutiva». Guarda, anche nella scheda video, come se fosse una inviata di Linea verde, ha a lungo dialogato con gli esponenti dei comitati locali, indagando non solo le criticità ma anche gli aspetti economici del progetto che dovrebbe valere una trentina di milioni. «Questo bacino - fa sapere la consigliera regionale leonicena - ha un costo per metro cubo d'acqua trattenuto molto più alto di quello previsto al bacino di Meda nel Comune di Velo d'Astico. Ora sappiamo che Meda non è detto sia la panacea ma perché non si dà la priorità a quell'invaso che ha capacità e efficienza ben maggiori?». Poi un'altra considerazione.

BORDATE INDIRIZZATE IN LAGUNA
«È vero che il soggetto il quale si occupa di pianificare in termini generali questi interventi è l'Autorità di bacino» dell'Isonzo, Tagliamento, Livenza, Piave Brenta-Bacchiglione. Però «i quattrini in gran parte li mette la Regione Veneto, per non parlare dell'elenco delle priorità. Motivo per cui l'assessore regionale all'ecologia Giampaolo Bottacin non può scaricare la paternità di un intervento del genere che preoccupa parecchio i cittadini per la sua invasività, sull'autorità di bacino». Che per l'appunto è una articolazione della amministrazione centrale dello Stato riferibile in ultima analisi al Consiglio dei ministri. 

GLI ADDEBITI DEI RESIDENTI
Problemi che secondo gli attivisti del Coordinamento per la tutela del territorio breganzese (meglio noto come Cttb) e quelli del laboratorio civico Astico-Tesina (che fanno riferimento al territorio sandricense ma non solo) sono tutti sul tappeto «e sono ben noti alle autorità». Si va dalle criticità dovute alla superficialità della falda che in caso alti livelli a bacino pieno rischia di favorire l'allagamento degli abitati e dei campi circostanti.

LA FRUSTATA DI POZZATO
E ancora, la superficialità della falda, qualora il bacino venga realizzato, rischierebbe di essere un veicolo non solo per l'inquinamento della falda stessa ma per di più potrebbe mettere a rischio la sicurezza acquedottistica del comprensorio. In quei luoghi tra l'altro è presente una vecchia discarica urbana che secondo il progetto non verrà bonificata. Quella presenza oscura, che in modo difforme dalle autorizzazioni inizialmente concesse «presenterebbe una forte contaminazione da metalli pesanti», per il consigliere Pozzato è un vero e proprio moloch occulto. «Che cosa succede - attacca lo stesso consigliere - se a seguito della realizzazione del bacino la discarica comincia a rilasciare contaminanti pericolosi tra le campagne e nei centri abitati? A quel punto qualcuno si beccherà una bella denuncia per disastro ambientale. Noi saremo risoluti nel fare nomi e cognomi di chi ha intenzione di permettere che ambiente e salute vengano messi a rischio». Si tratta di parole che pesano come pietre anche alla luce del fatto che non si sa ancora come i metalli pesanti siano potuti finire in quella discarica. Anche se in paese da tempo circolano voci che si tratterebbe di scorie finite lì da qualche impianto per la rigenerazione di sabbie di fonderia.

L'ESECUTIVO LOCALE NON CI STA
Le amministrazioni comunali della zona, a partire da Breganze (questa è la municipalità interessata al primo stralcio) per poi passare a quella sandricense sono a loro volta a conoscenza dei problemi legati al progetto. E da anni non fanno che evidenziarne le possibili magagne. Giuliano Stival, sindaco di Sandrigo, che ha esplicitato la sua posizione in una lunga nota diramata ieri, addirittura nel filmato realizzato dalla Guarda non ha esitato e definire l'invaso «una bestemmia idraulica». Il suo vice Giovanni Rigoni, senza tanti giri di parole ha spiegato ieri che «nel 2016 il governatore veneto Luca Zaia» si impegnò solennemente affinché l'opera non si facesse. Un intendimento che sembra però essere contraddetto con gli atti prodotti da palazzo Balbi.

LA PAROLA ALL'ESPERTO
Ieri però durante l'incontro ha parlato anche Altissimo. Il quale, molto ascoltato, ha spiegato come che le regole generali della idraulica dicano chiaro e tendo che i bacini, più a monte si fanno e meglio è. Il motivo? Sono in grado di raccogliere prima l'acqua che proviene dalle precipitazioni sui rilievi.

L'ENIGMA DI MEDA
Si tratta di una spiegazione che fa riferimento diretto alle priorità evidenziate negli anni '70 dalla «Commissione interministeriale per lo studio della sistemazione idraulica e della difesa del suolo», nota come Commissione De Marchi. Priorità esplicitate in sei volumi, una sorta di bibbia, in cui figurano anche gli interventi del professore Luigi D'Alpaos che di Meda si è occupato a più riprese. La monumentale ristampa di quei tomi peraltro, liberamente consultabile da chiunque, è stata curata dal Censu, il Centro nazionale di studi urbanistici. E continua ad essere un riferimento di primo piano per i ricercatori del settore.

C'è poi un altro aspetto ben noto che gioca a favore «dell'invaso di Meda». Quest'ultimo è in grado di trattenere, se richiesto, l'acqua «sia nei periodi di piena che di morbida» ossia è in grado di fungere da smart buffer, come dicono i geologi anglosassoni, non solo in caso di piena ma anche come riserva d'acqua da rilasciare lentamente a valle per le colture. Il che non vale invece per la cassa da realizzare tra Sandrigo e Breganze. Quest'ultima infatti potrebbe essere usare solo come una sorta di mega vasca di emergenza che poi restituirebbe immediatamente al solo torrente la sua acqua. Ma allora perché il progetto a Velo non parte mai? Da anni in loco si parla di appetiti speculativi attorno alla zona industriale, di eventuali possibilità di ulteriore coltivazione delle cave da utilizzare come sedime di prestito, magari nell'ambito di un progetto di prolungamento della Valdastico nord. Come non mancano i rumors relativi a progetti di discarica. Si tratta di voci che come un fiume carsico si rincorrono da anni, ossia da quando l'ex consigliere comunale vicentino Gerardo Meridio, pochi mesi dopo l'alluvione che nel 2010 colpì Vicenza, esplicitò a più riprese.

LA LONGA MANUS DEGLI STAKEHOLDER
Ma se le criticità rilevate dalle amministrazioni locali e dai cittadini sono tali, come mai allora la classe dirigente regionale non ne tiene conto? Gli attivisti da questo punto di vista sono sul piede di guerra. «Il soggetto proprietario della cava che tra Sandrigo e Breganze dovrebbe divenire bacino oggi come oggi - questo il tenore dell'arrabbiatura che nei due comuni circola a mezza bocca tra i residenti - ha l'obbligo di spendere un mucchio di soldi per ripristinare il sito. Obbligo sacrosanto previsto dalla legge che serve a limitare l'impatto ambientale della cave. Con la scusa dell'invaso al proprietario a quel punto soggetto a esproprio ben remunerato verrebbe abbonato quell'onere. E per di più gli verrebbe permesso di coltivare la cava ancora sempre che, di riffa o di raffa, non entri nell'affare dei lavori che nel primo stralcio, quello relativo solo a Breganze, valgono al grosso una trentina di milioni di euro». Una parte di questi chiaramente però rientrerebbe nelle casse pubbliche sotto forma di royalty da estrazione.

Insomma, stando ai detrattori, si tratta di un escamotage che con la scusa del bacino salva-piena, trasformerebbe, per qualcuno, le castagne sul fuoco in profitti per nulla trascurabili. Un qualcuno di cui non viene fatto il nome ma di cui la Guarda nel suo video, sembra affrescare un identikit politico-imprenditoriale ben preciso. Un identikit che sembra puntare verso il mondo dei cavatori e dei gestori del movimento terra: una delle lobby più potenti del Veneto. Rimane da capire ora se le amministrazioni comunali, o i cittadini avranno la voglia o la possibilità di ingaggiare una battaglia legale, a partire da quella che in casi del genere si combatte sul piano del diritto amministrativo.

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