Chiamata di Marzo annullata, tra comprensione e risentimento

Lo stop alla popolare kermesse per ragioni di precauzione sanitaria lascia l'amaro in bocca alla valle dell'Agno: monta l'irritazione nei confronti dei vertici regionali che sarebbero stati poco pronti nei confronti dell'avanzata del Coronavirus

Lo stop ai preparativi per la «Chiamata di marzo» a Recoaro (foto di Marco Milioni)

Recoaro è semivuota, sconsolata per l'annullamento della tradizionale «Chiamata di marzo», l'evento folkloristico con cadenza biennale molto popolare in valle dell'Agno. Durante la mattinata di oggi 23 febbraio non manca qualche figurante che cammina per le strade del centro. C'è chi ha improvvisato qualche festeggiamento estemporaneo nelle contrade, qualche bicchierata tra amici. In piazza si ripiegano drappi e striscioni. Ma lo stop alla kermesse deciso ieri dal commissario prefettizio Renata Carletti rimane.

Il provvedimento, assunto per limitare la eventualità di un possibile contagio da Coronavirus facilitato dall'assembramento dei visitatori, pur non contestato, «perché sulla prudenza in materia di salute non si scherza» ripetono i passanti, lascia l'amaro in bocca: a molti. Ai crocicchi, tra i capannelli, nei bar la delusione sfocia non di rado nel risentimento verso i vertici della Regione Veneto, accusati di avere tergiversato quando le prime avvisaglie della presenza del virus si erano manifestate anche sui territori della ex Serenissima. «Se si fosse agito con maggiore tempestività tanti appuntamenti pubblici nel Vicentino come nel resto della regione non sarebbero saltati». Questo è il leitmotiv ricorrente a bordo strada.

Sul piano politico l'antifona non è diversissima. Ieri era stato Jacopo Berti, capogruppo del M5S a palazzo Ferro Fini, a puntare l'indice contro il massimo dirigente della sanità veneta Domenico Mantoan («sono stati impediti screening probabilmente fondamentali» accusa il consigliere): un Mantoan messo sulla graticola perché con una sua missiva datata 11 febbraio 2020 avrebbe de facto stangato l'iniziativa della Università di Padova e della direzione sanitaria del nosocomio patavino tesa a approntare una serie di test sui cittadini asiatici di ritorno dalla Cina: i quali, come portatori sani, potrebbero essere una delle fonti della contaminazione che sta mettendo alla corda il Veneto. Alla base della censura indirizzata da Mantoan alla unità di virologia del nosocomio della città del Santo ci sarebbe il fatto che l'approccio proposto dai medici non sarebbe in linea con le direttive ministeriali e che l'iniziativa non sarebbe stata concordata a livello centrale.

Ad ogni buon conto gli addebiti di Berti hanno fatto il giro dei media regionali e nazionali. E soprattutto quando la notizia secondo cui fosse pronto un test rapido per il Coronavirus, coi cinesi padovani in fila disponibilissimi a procedere, a fronte di una procedura de facto bloccata dalla stessa Regione Veneto per volere del suo massimo dirigente, la polemica è deflagrata. Così racconta peraltro Andrea Tornago su Repubblica.it: una polemica rimbalzata di cantone in cantone fino a raggiungere non solo Recoaro, ma pure Brendola, dove Mantoan risiede.

Il fatto poi che il presidente della giunta regionale (il leghista Luca Zaia) e il dottor Mantoan siano rimasti in un «imbarazzato silenzio» e che la replica sia stata affidata ad una scarna nota della «Direzione prevenzione» della Regione Veneto che non entra per vero nel merito della critica rivolta a Mantoan dal M5S, ha infine dato il là ad ogni tipo di polemica. E le eco si sono avvertite anche in valle dell'Agno, su su fino a Recoaro, dove gli epiteti irripetibili nei confronti dei due stamani si sprecavano: mentre sui social network continuava il tam tam degli insulti che accompagnano «lo screenshot» della nota di Mantoan. Per di più, se si legge in filigrana la replica allo stesso Mantoan vergata dal professore Andrea Crisanti, direttore della virologia della clinica universitaria in seno all'ospedale di Padova, si può facilmente intuire come questa a sua volta costituisca una stilettata nei confronti del dirigente allorquando è lo stesso docente a rimarcare che «le disposizioni ministeriali devono seguire l'evoluzione delle evidenze scientifiche».

Tuttavia i j'accuse nei confronti di palazzo Balbi non si esauriscono. Basti pensare alla invettiva del consigliere regionale Patrizia Bartelle (gruppo misto, come il M5S Bartelle è in opposizione) la quale non più tardi di ieri ha lanciato parole di fuoco in merito ai presunti ritardi (si parla almeno di una settimana) con cui sarebbero stati effettuati i test mediante tampone sui due pazienti che poi si è scoperto essere affetti dal virus e ricoverati nell'ospedale di Schiavonia nel Padovano (uno dei quali è morto per di più). «Presenterò immediatamente un'interrogazione regionale - scrive Bartelle in una nota diramata ieri - per sapere da quanto tempo i due pazienti fossero ricoverati in corsia, e dopo quanto tempo siano stati sottoposti ai test di verifica per il virus. Voglio soprattutto sapere - attacca ancora Bartelle - se il presidente della giunta regionale veneta oltre a farsi paladino della chiusura delle frontiere, della quarantena per i bambini usando questi temi per la sua  campagna elettorale permanente, abbia dato le necessarie e opportune indicazioni perché venisse eseguito il test di  controllo sulle persone con sintomi compatibili con il Coronavirus». E la chiusa non è da meno: «Sarà importante sapere se le misure necessarie di controllo adottate negli ospedali regionali siano state tempestive». Si tratta di parole di fuoco soprattutto se le si mette in relazione con le novità raccontate in queste ore dai media i quali parlano delle misure drastiche (fra cui lo stop al carnevale di Venezia, uno dei più famosi al mondo) che la Regione Veneto, di comune accordo col ministero della Salute, sta adottando. 

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E se il M5S da ieri cannoneggia in direzione dei piani nobili di palazzo Balbi è il silenzio dei democratici (che come i Cinque stelle seggono tra gli scranni della minoranza) a destare la perplessità «della base dem», specie in terra berica. «Ma come, è vicentino Stefano Fracasso capogruppo del Pd in Regione ed è vicentino e democratico pure il sottosegretario all'Interno Achille Variati e nessuno di costoro si degna di aggredire alla giugulare il duo Mantoan Zaia? Perché questa mollezza? Che cosa c'è sotto?». Questo è «il sentiment» che da ore si registra tra i militanti del partito che al momento però si sono fermati al mero mugugno a mezza bocca.

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