Lega, la corsa alla poltrona di Zaia

La recente decisione di assegnare al salviniano Conte, (uno degli enfant prodige della Lega nel Veneto) la carica di commissario politico regionale a scapito del bassanese e «zaianissimo» nonché giovanissimo Nicola Finco la dice lunga

Manzato, Bitonci e Fontana

 Alle prossime regionali Zaia, che pur nel Veneto vanta «un altissimo gradimento» non sarà ricandidato alla carica di presidente della giunta regionale. Per lui potrebbe esserci anche un abbandono anticipato dello scranno a palazzo Balbi. Da mesi Salvini avrebbe mosso in terra veneta le sue pedine per fare in modo che il successore all’attuale primo inquilino di palazzo Balbi sia un salviniano di stretta osservanza.

La recente decisione di assegnare al salviniano Mario Conte, (uno degli enfant prodige della Lega nel Veneto) la carica di commissario politico regionale a scapito del bassanese e «zaianissimo» nonché giovanissimo Nicola Finco (un consigliere regionale del Carroccio tra i più vicini al presidente della giunta) la dice lunga sulla traiettoria che l’entourage salviniano sta disegnando per il governatore. Lo stesso dicasi per la commissione speciale che nel Carroccio sta riprogettando dalle fondamenta il partito. Nei posti chiave i veneti (nel senso zaiano del termine) di fatto non ci sono.

SUCCESSIONE A ZAIA? UN’ONDA LUNGA
Per vero questa fase di avvicinamento dei colonnelli del vicepremier alle cariche chiave del Veneto era cominciata da tempo. Il primo scossone si era avvertito alle elezioni politiche dello scorso anno quando dalla regione che fu della Serenissima nessun candidato di stretta osservanza zaiana era stato eletto a Roma. I pretoriani del ministro degli Interni poi hanno dato il via ad una azione continua sul territorio tesa a far passare nelle loro fila gli uomini chiave di un partito che per vero da Zaia si era molto allontanato soprattutto da quando quest’ultimo, questa è la principale accusa che gli viene mossa dai suoi detrattori in seno al Carroccio, aveva completamente tagliato i ponti con le gerarchie leghiste preferendo una cabina di regia della gestione degli affari regionali che con la Lega c’entra poco o nulla.

SCHERMAGLIE ALLE AMMINISTRATIVE
Le eco di questo scontro si sono avvertite durante le elezioni in molti comuni dove i candidati di gradimento zaiano, civici o leghisti che fossero, indipendentemente da quello che poi è stato il responso delle urne, trovavano la netta opposizione degli aficionados locali di Salvini. È successo a Cornedo vicentino, dove comunque un raggruppamento che vanta le simpatie del governatore è riuscito a spuntarla grazie all’affermazione di Francesco Lanaro. Ed è successo a Loria nel Trevigiano, dove invece nonostante un disperato tentativo di Manuela Lanzarin, rosatese, assessore alla sanità e fedelissima di Zaia, il Carroccio ha ottenuto la vittoria con Simone Baggio, mettendo all’angolo l’ala zaiana della Lega, la quale attraverso una serie di alleanze di sapore civico puntava ad un rassemblement che perpetuasse il vecchio potere locale in cui erano presenti soggetti vicini anche a Fi e al Pd. In quel frangente si era speso anche il sindaco di Rosà Paolo Bordignon (altro fedelissimo di Zaia e di Lanzarin) per cercare di bloccare la strada a Baggio, ma senza esito.

UN BIGLIETTO PER BRUXELLES
Tuttavia a fronte di questo risiko che cosa farà Zaia che tra l’altro in passato è anche stato presidente della Provincia di Treviso? Inizialmente il governatore era parso poco incline ad un dialogo con Salvini. Pare si fosse detto pronto a sbattere la porta in faccia alla politica. Poi la partita si è complicata. Dalle indiscrezioni filtrate a palazzo Balbi il presidente della Regione Veneto e i suoi giannizzeri sono andati avanti mesi chiedendo una riconferma per una terza candidatura che avesse il placet di Salvini. Di fronte «al niet» di quest’ultimo e di fronte al lento passaggio di molti alleati verso il campo del ministro (ultimo in ordine di tempo si registra quello di uno dei pezzi da novanta del Carroccio regionale, si tratta del presidente del consiglio regionale, il sandricense Roberto Ciambetti), Zaia avrebbe cambiato atteggiamento. E si sarebbe convinto che un eventuale chiamata da parte di Salvini in un posto di prestigio alla Commissione europea, in un ruolo chiave però, potrebbe essere considerato «un alto compromesso». Addirittura Zaia, se la partita per le nomine in seno alla Commissione europea dovesse subire un colpo d’acceleratore, potrebbe persino «lasciare in anticipo palazzo Balbi».

I DUE CAVALLI DI RAZZA
Anticipo o no si aprirebbe comunque la partita il successore dell’attuale governatore veneto. A margine dell’inaugurazione «della bretelina Spv» avvenuta ai primi di giugno ci sarebbero stati alcuni conciliaboli che avrebbero diradato, almeno in parte le ombre su questo versante. In pole position con pari possibilità di successo ci sarebbero l’attuale sottosegretario all’economia Massimo Bitonci, «assai forte sul piano dei consensi personali», ma un po’ meno legato alla galassia salviniana. Bitonci, già sindaco di Cittadella e poi di Padova, è dopo Zaia forse il volto più pesante nell’immaginario del pantheon leghista veneto. L’ascesa di Bitonci porterebbe con sé quella di un altro peso massimo del Carroccio di Padova, l’attuare assessore regionale allo sviluppo economico Massimo Marcato. L’altro cavallo di razza in lizza, con pari chance, sarebbe l’attuale ministro della famiglia Lorenzo Fontana. Veronese, leghista doc, Fontana è dipinto come persona che gode dell’appoggio diretto di Salvini, anche se rispetto a Bitonci la vulgata leghista lo racconta meno avvezzo alle sottigliezze e alle manovre di palazzo.

IL TERZO INCOMODO
Certo è che i due possibili competitor rappresentano uno la lega di Padova, l’altro quella di Verona. Nel caso dell’affermazione dell’uno o dell’altro finirebbe in qualche modo l’era del dominio trevigiano nel Carroccio veneto. I giochi però non sarebbero del tutto conclusi. Se Zaia, che gode di un indiscusso appeal presso ambienti importanti del mondo delle imprese e della finanza del Veneto, riuscirà a far sentire ancora una volta la sua voce (e la cosa appare oggi come una sorta di «mission impossible») potrebbe ottenere un candidato di compromesso. Si tratta del trevigiano, più nel dettaglio opitergino, Franco Manzato.

Già assessore alle politiche della Lega a palazzo Balbi, oggi Manzato si è ritagliato un ruolo non secondario a palazzo Chigi come sottosegretario all’agricoltura. Quest’ultimo gode dell’appoggio della potentissima Coldiretti del Veneto, che tra l’altro è stata l’associazione, forse più di Confindustria, specie sul fronte degli espropri, che più di ogni altra ha funzionato da mediatore e da ambasciatore tra il mondo dei proprietari, specie agricoli, e la Regione nell’ambito della complicatissima partita degli espropri dei terreni attraversati dalla costruenda Superstrada pedemontana veneta o Spv che dir si voglia. Una partita che per anni è stata una vera e proprio spina nel fianco non solo per palazzo Balbi: ma anche per il concessionario incaricato di realizzare e gestire la Spv, ovvero il consorzio italo-spagnolo Sis. Tra l’altro ai primi di giugno durante l’inaugurazione, sia Bitonci, sia Fontana hanno fatto più volte sfoggio della loro presenza davanti ai fotografi e alle telecamere. Se sia un messaggio in codice per Zaia al momento non è noto.

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