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Lunedì, 29 Novembre 2021
Politica Arzignano

Bufera ambientale sulla concia dopo «Presa diretta»

Il noto programma di Rai tre con una lunga inchiesta sulla moda e sulle ricadute ambientali negative di quest'ultima getta lo scompiglio sul settore della pelle, il più ricco dell'Ovest vicentino: e così polemiche a non finire rimbalzano tra palazzo Ferro Fini, la città del Grifo e Acque del Chiampo mentre si teme per gli effetti avversi nel comparto agricolo anche nel Veronese e nel Padovano

Anni di denunce, proteste, i fiumi di inchiostro riversati negli articoli della stampa regionale e nazionale, interviste inedite e colpi di scena. È questo il mix esplosivo finito in una inchiesta di Presa diretta andata in onda due giorni fa e dedicata anche ai risvolti ambientali del settore moda: risvolti che nel Veneto fanno rima con Pfas e concia. E così ieri 19 ottobre la puntata di Presa diretta ha scatenato una burrasca durante una seduta del consiglio regionale veneto da parte della opposizione di centrosinistra che non ha risparmiato frecciate alla giunta capitanata dal governatore leghista Luca Zaia. Il tutto mentre ad Arzignano l'opposizione chiede lumi alla giunta comunale, che ha nominato il board di Acque del Chiampo. Si tratta di una delle società più importanti nella gestione dei reflui conciari. Ma a finire nel mirino del fronte ecologista è soprattutto l'industria della pelle.

PRIMA BORDATA
La prima ad incendiare le polveri ieri a palazzo Ferro Fini, dove erano in discussione alcuni dossier ambientali, è stata la consigliera verde di opposizione Cristina Guarda che in una nota di fuoco diramata ieri ha riassunto così il suo pensiero: «La puntata di Presa diretta... l'impatto devastante dei distretti della pelle italiana e l'ambiente, con particolare riferimento alle concerie del distretto nell'Ovest Vicentino. Non pochi telespettatori sono balzati dalla sedia nell'apprendere l'impatto devastante, su salute e ambiente, causato dalla enorme quantità di prodotti chimici utilizzati durante la lavorazione delle pelli, la cui azione di depurazione non garantisce alcun impatto zero, nonostante la presenza di impianti dedicati».

Si tratta di parole durissime che fanno il paio con le immagini raccolte dagli inviati della Rai. Guarda per di più nella sua lunga prolusione punta l'indice sulla annosa questione degli effetti dei reflui conciari sui comprensori agricoli del Vicentino, ma soprattutto dell'Est veronese e dell'Ovest padovano. L'argomento è noto da anni come nota da anni è la polemica al vetriolo sull'accordo «Stato Regione Veneto industria conciaria», che è poi il risultato di una intimazione perentoria giunta dal Tribunale superiore delle acque. Si tratta nel concreto di un accordo mirato alla diminuzione dell'impatto ambientale del polo industriale dell'Ovest vicentino rimasto lettera morta. Una inerzia addebitata da anni alla Regione veneto accusata di essere completamente sdraiata sui desiderata del settore conciario.

IL TRIBUNALE DELLE ACQUE: UNA SENTENZA DISATTESA
All'argomento Vicenzatoday.it aveva peraltro dedicato un lungo approfondimento pubblicato il 18 luglio 2021. Nel quale si dava conto dei problemi ambientali causati dalla dispersione nell'ambiente dei temibili derivati del fluoro noti come Pfas. Prodotti dalla trissinese Miteni (oggi fallita dopo essere finita in un colossale scandalo ambientale con ripercussioni giudiziarie ben note) i Pfas vengono abbondantemente utilizzati per impermeabilizzare le pelli.

PFAS, OSCURATI I NOMI DELLE AZIENDE COLPITE
La presenza dei Pfas nella catena alimentare è un altro leit motiv delle lamentele della galassia ambientalista. Uno studio della Regione Veneto sulla presenza dei Pfas nella stessa catena alimentare era stato negato a due associazioni (Green peace e Mamme no Pfas) che avevano chiesto quei dati. I due coordinamenti avevano avuto soddisfazione quando dopo una battaglia legale anni avevano costretto la Regione Veneto a consegnarli. Quando però Vicenzatoday.it non più tardi del 13 ottobre aveva svelato che i nomi delle aziende agricole in cui erano stati effettuati campionamenti erano stati oscurati c'è stata la reazione veemente del consigliere regionale democratico Andrea Zanoni.

STAFFILATE DEMOCRATICHE
Il quale a sua volta aveva chiesto quelle carte e al quale sino a pochi giorni orsono non erano ancora state consegnate. Zanoni, in una nota diramata ieri ha definito gravissimo il comportamento di palazzo Balbi. Soprattutto perché per legge e per espletare il proprio mandato i consiglieri regionali hanno accesso incondizionato e immediato a tutti i documenti agli atti delle rispettive amministrazioni regionali. La questione dell'accesso agli atti per di più è spesso dibattuta a palazzo Ferro Fini perché esisterebbe una norma interna che permette agli uffici di di soddisfare le richieste dei consiglieri entro un mese. Norma interna che però vìola palesemente la norma nazionale in una con la giurisprudenza di specie.

Epperò quello espresso da Zanoni per iscritto è un convincimento che era stato espresso poco prima in aula. «Vorremmo anche sapere - attacca l'esponente di spicco della corrente ecologista del Pd - se nelle aziende produttrici delle matrici alimentari in cui sono state riscontrate concentrazioni significative di tutti i Pfas siano state eseguite ulteriori ispezioni per verificare l'osservanza delle prescrizioni fornite dalle Ulss, se sono state fatte ulteriori analisi ed eventuali azioni precauzionali per evitare» la diffusione dei prodotti contaminati». Si tratta di parole che pesano come pietre non solo perché le inerzie addebitate agli uffici potrebbero avere conseguenze da codice penale. Ma soprattutto perché Zanoni ha sollevato il velo sulla presenza dei Pfas nei prodotti lavorati dai grandi marchi dell'agro-alimentare o dalla grande industria zootecnica e poi rivenduti nei punti della grande distribuzione. Per gli ecologisti si tratta di un vero e proprio santuario sul quale la politica è in imbarazzo nel fare piena luce.

CHIORBOLI NEL MIRINO
Ad ogni modo nell'inchiesta della Rai firmata tra gli altri da Giulia Bosetti, fa capolino una intervista a Andrea Chiorboli direttore di Acque del Chiampo, la società intercomunale che gestisce il ciclo idrico del comprensorio arzignanese. Il manager incalzato dalla inviata sembra essere a disagio con le domande tanto da abbozzare in alcune circostanze una sorta di scena muta. La circostanza ha provocato la reazione della opposizione consiliare ad Arzignano: opposizione che è costituita da un raggruppamento moderato che fa riferimento anche a Fi e Pd. «Gia? nello scorso aprile - scrivono le minoranze in una nota diffusa oggi poco dopo mezzodì - avevamo chiesto al vicesindaco arzignanese Enrico Marcigaglia, figlio del sopracitato presidente di Acque del Chiampo, di chiarire alcune sue esternazioni in merito ad un presunto parallelismo tra il nostro distretto conciario e quello di Santa Croce sull'Arno in seguito ad uno scandalo giudiziario che ha coinvolto imprenditori, enti di controllo ed esponenti politici toscani; parallelismo su cui anche la trasmissione in questione parrebbe far leva».

Poi un'altro affondo: «Le risposte, o meglio le non-risposte del direttore Chiorboli ci hanno lasciati sconcertati e vogliamo sapere chi e per quali ragioni abbia deciso di inviare un tecnico a sostenere detta intervista, quando sarebbe spettato ad un legale rappresentante della societa? in modo da fornire non risposte tecnico-burocratiche bensi? politiche. Tra le nostre battaglie, intraprese in questo mandato, emerge quella sulle nomine dei rappresentanti del comune degli enti, in particolare proponemmo di tenere in buon conto il principio della competenza e di escludere coloro che detenessero legami di parentela con gli amministratori fino al secondo grado. La maggioranza respinse alla unanimita? questa nostra proposta e ora piu? che mai viene da interrogarsi sulla bonta? e sulla lungimiranza di questa scelta, dato che a rispondere a precise domande su scelte politiche e? stato inviato un tecnico».

PICCOLI E LA MISSIVA BOLLENTE
E comunque il fronte ambientale rimane caldo soprattutto perché Presa diretta ha nuovamente preconizzato, in una con le accuse che vengono dal mondo ecologista, che i controlli sul settore conciario promanati da parte di palazzo Balbi sarebbero notevolmente più morbidi di quanto si dovrebbe. Durante la puntata addirittura si fa riferimento ad una missiva bollente inviata il 9 marzo 2020 ad Arpav, l'ente regionale con compiti di polizia ambientale. Missiva nella quale l'ex direttore generale Alberto Piccoli chiede alla stessa Arpav di attivarsi affinché «venga doverosamente evitata qualsiasi formulazione di notizia di reato in relazione a eventuali difformità della concentrazione di Pfas rilevati allo scarico dei reflui depurati da parte di Acque del Chiampo trattandosi di condotte certamente ascrivibili ad inesigibilità o comunque alla causa di giustificazione dello stato di necessità...». Si tratta di una richiesta che potrebbe gettare scompiglio sul dibattito in corso.

I pubblici ufficiali infatti e gli ispettori di Arpav lo sono e lo sono con una connotazione ancor più evidente più gli ufficiali di polizia giudiziaria in seno ad Arpav, in nessun modo si possono sottrarre dall'obbligo di segnalare eventuali reati all'autorità giudiziaria. La cosa viene appunto perentoriamente sancita dall'articolo 361 del codice penale. Ma c'è di più. Siccome a contaminare la matrice ambientale con i propri reflui non è certo Acque del Chiampo ma sono, in ultima istanza, le industrie, conciarie e non, che conferiscono ad Acque del Chiampo, quella lettera potrebbe essere interpretata come «la improvvida richiesta» di uno «scombiccherato ed improponibile scudo penale» proprio a beneficio degli utilizzatori finali del servizio, ossia le concerie e le altre fabbriche.

Si tratta di un passaggio che in queste ore sta gettando lo scompiglio nei palazzi regionali e che in qualche maniera sta riproponendo il clima di polemiche che ha accompagnato le scelte della Regione che per anni «non ha bloccato - accusa il fronte ecologista - la produzione della Miteni, la fabbrica trissinese finita al centro dell'affaire Pfas. E non è un caso che proprio da Presa diretta sia stata data voce a Francesco Basso: un ex ispettore di Arpav, molto noto per le sue battaglie ambientali, il quale senza mezzi termini spiega come in questo frangente la catena «dei controlli» sulle concerie sia in qualche modo finita sotto terra. La trasmissione di Rai tre aveva dato spazie anche alle doglianze di Gianfranco Cecchin. Un ingegnere di Zermeghedo, che affranto dalla situaizone ambinetale del luogo, ha deciso di abbandonarlo. Vicenzatoday.it nel 2018 aveva raccontato una parte della sua storia con un servizio scritto e con una video-intervista.

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