Bracconaggio, l'ira di Zanoni su palazzo Balbi

Mentre l'inchiesta della magistratura trentina su un maxi traffico illegale di volatili scuote il Nordest il Pd punta l'indice sulle regole troppo permissive distillate negli anni dall'amministrazione regionale

Il consigliere regionale veneto Andrea Zanoni (archivio del Consiglio regionale del Veneto)

«Due operazioni nel giro di pochi giorni, con ventitré arresti. Il traffico illegale di uccelli è una piaga dura da estirpare, specialmente in Veneto». È questo il succo di una nota al vetriolo pubblicata ieri 20 dicembre dal consigliere regionale Andrea Zanoni sul suo blog. Il consigliere del Pd non usa mezzi termini e spiega che le responsabilità politiche della situazione che si è venuta a creare è da imputare all'operato della Regione Veneto. Le vicende di cui parla Zanoni per vero non hanno a che fare solo col Veneto perché le attenzioni delle forze dell'ordine a novembre si erano rivolte al Bresciano anche se poi quella inchiesta aveva avuto diversi addentellati col Veneto. Ad ogni modo per quanto riguarda il Nordest i veri punti nevralgici della indagine condotta dalla procura di Trento risultano essere le province di Treviso e Vicenza.

«CONGRATULAZIONI AGLI INVESTIGATORI»
Zanoni nel commentare i blitz dei carabinieri forestali nel Bresciano da un lato e nel Nordest dall'altro parla di cifre «da brivido», di sequestro che ammonta a oltre 20.000 esemplari, vivi e morti, utilizzati come richiami per l’attività venatoria. «Mi congratulo per chi ha condotto così brillantemente le due indagini - continua il vicepresidente della commissione ambiente di palazzo Ferro Fini - che hanno portato all’arresto» di molte persone tra cui sette persone in provincia di Treviso e due nel Vicentino «a conferma di come il Veneto sia una delle zone nere d’Italia per il bracconaggio». Bracconaggio che non è l’unica ipotesi di reato formulata dalla Procura di Trento, che contesta anche ricettazione, furto venatorio, riciclaggio, maltrattamenti su animali e detenzione abusiva di armi.

L'ACCUSA: CONTROLLI E REGOLE INADEGUATI
Epperò il consigliere del Partito democratico chiama direttamente in causa la Regione Veneto: «Negli anni non ha fatto niente per combattere questa piaga, anzi. Nel 2013 ha addirittura approvato una legge, la numero 12, che abolì l’obbligo di possesso, compilazione ed esibizione dell’apposito registro per gli allevatori di uccelli da richiamo appartenenti alle specie cacciabili, un bel modo per agevolare questi traffici clandestini. E la situazione non è migliorata. Le ex guardie provinciali, che dovrebbero passare alla Regione, sono lasciate nella più totale incertezza, con compiti e mansioni non definiti. Un non agire che va ad esclusivo vantaggio dei bracconieri. Inoltre nell’ultimo bilancio sono stati nuovamente bocciati i nostri emendamenti per rafforzare la vigilanza delle Guardie provinciali e dotarle di mezzi adeguati, così come gli emendamenti per aiutare le guardie volontarie. E non si dica che mancano i soldi. Zaia e la sua maggioranza continuano vergognosamente a sperperare soldi per le associazioni venatorie... un milione di euro in tre anni... quando non ne avrebbero assolutamente bisogno visto che, per esempio, l'Associazione cacciatori veneti può permettersi di versare un finanziamento di 70mila euro a Fratelli d’Italia, partito capitanato a livello nazionale da Giorgia Meloni».

Poi un'altra bordata: «È sorprendente - rimarca ancora il consigliere democratico - come, a fronte di una doppia operazione nel giro di pochi giorni, Zaia continui a stare zitto. Interviene su tutto senza distinzioni, dall'autonomia al tiramisù, dal baccalà ai muli. Eppure quando arrestano sette trevigiani non apre bocca. Come mai? Mi auguro che almeno abbia la decenza, come Regione, di costituirsi parte civile al processo contro questi lazzaroni».

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FRONTE VICENTINO
Frattanto sul fronte vicentino trapelano dalla inchiesta i nomi delle due persone finite agli arresti domiciliari. Si tratta di Alberto Francesco Reniero, piccolo imprenditore 41enne di Brogliano e di Ivan Giuseppe Rossato, 40enne di Monte di Malo, uno dei ristoratori più noti della zona. Assieme a loro ci sono molti altri indagati a piede libero. Sul conto di tutti quanti i detective coordinati dal pm trentino Maria Colpani avrebbero raccolto molte informazioni anche in relazione ai legami degli indagati con il territorio.

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