Martedì, 15 Giugno 2021
Politica

Commissione ecomafie, fari puntati sulla Fis

Almeno un acido lavorato nello stabilimento della città castellana potrebbe essere finito su «vasta scala nell'ambiente». La novità è emersa durante la seduta dell'organismo bicamerale a Roma. I parlamentari poi hanno anche bacchettato l'Arpav per la tempistica con cui avrebbe iniziato gli accertamenti per cercare i Pfas sotto la collina di Trissino alta in uno dei primi siti produttivi realizzati dai Marzotto

Una veduta della Fis di Montecchio Maggiore (repertorio Today.it, foto Marco Milioni)

La Commissione bicamerale ecomafie accende i riflettori «sulla Fis di Montecchio Maggiore» nell'Ovest Vicentino. Nella seduta cominciata oggi 20 maggio alle ore 13,oo e terminata un'ora e mezzo dopo si è parlato, tra le altre, di due sostanze, l'acido trifluoroacetico e l'acido trifluorofenilacetico utilizzate «in centinaia di tonnellate all'anno» proprio nello stabilimento di viale Milano.

TOMIATO: ATTENZIONE AI DUE COMPOSTI 
A descrivere la situazione in questi termini è stato l'ingegnere Loris Tomiato  (responsabile della direzione ambiente di Arpav Veneto) il quale ripreso dalle telecamere della commissione e incalzato dal deputato mantovano Alberto Zolezzi del M5S ha spiegato che questi composti, più segnatamente «il trifluorofenilacetico», si trovano nell'ambiente come risultato dell'attività umana. Sempre per il trifluorofenilacetico Tomiato ha spiegato che tale sostanza è sì utilizzata nell'industria, ma può anche essere originata dalla «degradazione di erbicidi, di farmaci» e di altri composti. Il punto è che però lo stesso dirigente conferma che questo acido nocivo potrebbe essere presente nella matrice ambientale veneta su «vasta scala e non solo concentrata» nel territorio comunale di Montecchio Maggiore.

LETTURA IN FILIGRANA
Lette in filigrana le parole di Tomiato fanno capire che rispetto a questi scarti l'amministrazione regionale è già impegnata in una campagna monitoraggio e ricerca delle sorgenti inquinanti il cui esito definitivo è ancora di là da venire: sempre che i primi risultati in possesso di palazzo Balbi non siano significativi di per sé. Peraltro è da un paio d'anni che in alcuni settori della galassia ecologista veneta si chiede che proprio palazzo Balbi, per verificare o meno la esistenza di un caso simile all'affaire Pfas, punti a piena potenza i propri fari su queste sostanze e «gioco forza sulla Fis». La quale a differenza della fallita Miteni (che dava lavoro a meno di duecento persone) è in piena attività e conta su una produzione dislocata in tre siti: quello principale di Montecchio, quello di Lonigo, sempre nell'Ovest vicentino, e quello sulla costiera adriatica molisana a Termoli. Si tratta di stabilimenti che impiegano 1700 persone.

MITENI, BONIFICA IN ALTO MARE
Tuttavia durante la Commissione ecomafie si è discusso lungamente proprio dell'affaire Miteni. I dirigenti di Arpav interpellati dai parlamentari hanno fatto il punto della situazione in merito alla procedura di messa in sicurezza del sito, che risulta pesantemente inquinato da derivati del fluoro meglio noti come Pfas. Ancora una volta i funzionari dell'agenzia ambientale veneta hanno dovuto ammettere che al momento non c'è spazio per una ricerca «a maglia fittissima» degli inquinanti perché la cosa comporterebbe una serie di carotaggi sul sedime in cui oggi insistono ancora gli stabilimenti. La ricerca «a maglia fittissima», che da tempo viene invocata dagli ambientalisti, per un periodo era stata promessa a gran voce anche dalla giunta regionale: quest'ultima però ha poi fatto marcia indietro. Tanto che il perdurare di questa situazione di incertezza colica la bonifica del sito, qualora mai si farà, ancora in alto mare.

LA BARRIERA ANTI VELENI «NON FUNZIONA»
In questo senso dopo un'ora poco più dall'inizio dei lavori il presidente della commissione Stefano Vignaroli del M5S ha detto che all'oggi la barriera idraulica che dovrebbe tamponare il peggioramento del degrado ambientale di fatto «non funziona». Si tratta di parole che pesano come macigni perché in qualche modo confermano i timori già espressi dalla galassia ambientalista veneta. Timori che riguardano anche la possibilità effettiva di bonificare il sito sui quali si era soffermato uno dei luminari della geologia italiana ossia il professor Dario Zampieri dell'Università di Padova. Quest'ultimo il 25 aprile durante un sit-in ecologista davanti al tribunale di Vicenza aveva per l'appunto lanciato un monito molto duro al riguardo.  

IL CASO MARZOTTO
Per ultimo ma non da ultimo oggi i parlamentari hanno lungamente sentito i funzionari veneti sullo stato di salute dei terreni sotto le scuderie ex Marzotto a Trissino alta. Si tratta di uno dei primissimi siti in cui venne avviata la produzione dei temibili derivati del fluoro, i Pfas, al centro dello scandalo ambientale che da anni sta scuotendo tutto il Veneto centrale tra Veronese, Vicentino e Padovano ma che col propagarsi dell'inquinamento attraverso le falde adesso interessa pure porzioni del Rodigino e del Veneziano.

Più nel dettaglio i parlamentari hanno a più riprese bacchettato l'Arpav per essersi occupata troppo tardi dell'inquinamento (la cui storia è parallela ma diversa da quella che ha interessato la trissinese Miteni) riscontrato dalla stessa Arpav nelle viscere della collina sulla quale a Trissino domina villa dei Marzotto. Quella attività industriale peraltro fu proprio avviata dalla notissima famiglia originaria della valle dell'Agno. Anche in questo caso la querelle è nota. Vicenzatoday.it ha approfondito l'argomento più volte, l'ultima delle quali con un servizio del 26 gennaio.

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