Economia

Buoni & rese, una risparmiatrice vicentina mette KO Poste italiane

Una cinquantacinquenne originaria del comprensorio berico reclamava un maggiore rendimento dai titoli fruttiferi sottoscritti alla fine degli anni '80. Parla l'avvocato della donna: «Il giudice le ha dato ragione. È importante analizzare le condizioni iniziali prima di riscuotere». E nel frattempo si muove anche Federconsumatori

Mentre la Federconsumatori del Veneto con la dirigente Claudia De Marco lancia una azione civile collettiva per l'annosa questione della errata remunerazione dei buoni fruttiferi postali, «sulla stessa vexata quaestio» un avvocato marchigiano scende in battaglia e trascina Poste italiane in giudizio davanti al tribunale di Vicenza. «È importante, per chi si accinge a riscuotere i frutti di un deposito magari di tanti anni fa lasciato presso le Poste, effettuare per conto proprio un accurato rendiconto prima dell'incasso. Il motivo? La somma dovuta al risparmiatore potrebbe essere ben maggiore; anche coloro che hanno già ottenuto il rimborso dovrebbero compiere analoga verifica, al fine di escludere brutte sorprese che spesso ho avuto modo di constatare in questo tipo di investimenti». A parlare in questi termini è giustappunto l'avvocato maceratese Antonio Renis. La storia di una sua assistita, una cinquantacinquenne di Zovencedo, va letta proprio in questo contesto. La donna infatti al momento di riscuotere il dovuto si è accorta che c'era qualcosa che non andava. E così è ricorsa all'aiuto del legale marchigiano di origini salentine.

Senta avvocato Renis quando comincia la vicenda della sua assistita?
«La mia assistita che per ragioni di riservatezza chiede di rimanere anonima, nel lontano 1989 fa un investimento in titoli fruttiferi postali acquistando quattro buoni da un milione ciascuno».

Si tratta di lire vero?
«Sì certo. Più nel dettaglio si tratta di un investimento della serie Q/P della durata di trent'anni».

Che cosa succede poi al momento della riscossione?
«Gli anni passano e nel 2019 la signora, che nel frattempo si è trasferita dal Vicentino ad Ascoli Piceno, si reca alle Poste per chiedere il controvalore del deposito più gli interessi maturati. In quel momento le Poste le rifondono una cifra di circa 5500 euro per buono a fronte di un controvalore effettivo per ciascun buono di circa 11mila euro».

Detto in altri termini alla sua assistita Poste italiane propone un rimborso di 20mila euro più spicci a fronte di una somma dovuta di oltre 40mila euro?
«Sì è cosi?».

A quel punto che piega prende la vicenda?
«Questa risparmiatrice si è rivolta al sottoscritto».

Per caso lei aveva avuto modo di patrocinare casi analoghi?
«Sì è esatto».

In buona sostanza che cosa è successo poi?
«Dopo aver proceduto con una ricognizione sul contratto di acquisto dei buoni, ossia vagliando con attenzione le condizioni stampigliate sul retro dei cedolini, abbiamo deciso di rivolgerci al tribunale di Vicenza, in quanto era in quel circondario che il contratto di investimento doveva considerarsi perfezionato a suo tempo».

Scusi avvocato ma perché Poste italiane ha restituito una somma tanto irrisoria? Sulla base di quale assunto? Perché ci sarà stato ben un motivo, oppure no?
«Il problema si pone nel momento in cui Poste italiane pretende di applicare i ridotti tassi di interesse introdotti nel giugno 1986 da un decreto ministeriale noto come decreto Goria, il quale di fatto dimezzò i tassi di rendimento dei buoni postali».

E invece a processo che cosa è successo?
«È successo che dopo una causa durata circa un anno avanti al tribunale di Vicenza il giudice Francesco Lamagna con ordinanza del 18 maggio 2021 ha condiviso la nostra tesi: de facto proseguendo nel solco già tracciato da una copiosa giurisprudenza anche della Suprema corte di cassazione a sezioni unite. È stato ribadito pertanto il fatto che quanto stabilito sul retro dei cedolini non può essere disconosciuto da Poste Italiane spa anche quando la società intenda applicare il cosiddetto decreto Goria».

Detto in altri termini?
«Detto in altri termini il magistrato ha ritenuto che le condizioni stampigliate sul retro dei tagliandi consegnati alla risparmiatrice dovessero prevalere sulle condizioni diverse di cui al suddetto decreto ministeriale, peraltro già entrato in vigore al momento della collocazione dei buoni in questione».

In pratica lei sta dicendo che Poste all'epoca lasciò stampigliate sui cedolini condizioni più vantaggiose pur a fronte della entrata in vigore della norma ministeriale. Stampigliatura che avrebbe potuto trarre in inganno il risparmiatore perché descriveva condizioni più favorevoli di quelle previste dalla legge. È così?
«Sì esatto. Nel momento in cui la mia cliente sottoscriveva l'investimento, le venivano consegnati dei buoni postali di vecchia emissione sui quali Poste italiane aveva avuto la premura di apporre un timbro ad inchiostro che ne correggeva le condizioni solamente in relazione ai primi venti anni di rendimento, mentre nulla veniva specificato per ciò che concerne gli ultimi dieci anni, periodo in cui, sempre secondo quanto riportato a tergo dei tagliandi, l'investimento continuava comunque a fruttare circa 258mila delle vecchie lire ogni due mesi. Poi c'è un altro aspetto da considerare».

Sarebbe a dire?
«Poste italiane ha fatto tutto ciò con l'aggravante di avere avuto la piena consapevolezza delle condizioni economiche già esistenti, previste dal suddetto decreto, al momento della sottoscrizione dei buoni nel 1989. Sul punto la società non informò adeguatamente la risparmiatrice».

Con quali conseguenze ai giorni nostri?
«Diciamo che ci sono ancora molti risparmiatori che potrebbero essere nelle condizioni della mia assistita. Non dimentichiamoci che tanti anni fa era consuetudine che nonni o zii, tanto per fare un esempio, donassero ai propri nipoti delle piccole somme sotto forma di buoni fruttiferi postali. I quali oggi al momento della riscossione, per effetto delle condizioni stampigliate sui buoni stessi, si sono rivalutate in somme a volte anche importanti».

Quindi?
«Quindi sarebbe buona regola controllare con attenzione prima di riscuotere il dovuto quanto spetta realmente, magari con l'aiuto di uno specialista».

E in alternativa?
«In alternativa, anche coloro che hanno già ottenuto il rimborso del proprio investimento potrebbero potenzialmente essere ancora in tempo per ottenere la somma residua che è stata indebitamente trattenuta da Poste italiane al momento della liquidazione; visto e considerato che ci sono dieci anni di tempo per citare chi di dovere in giudizio e ottenere quanto di spettanza. Ad ogni modo ribadisco quindi che sono molto felice per la mia assistita che il giudice le abbia dato ragione. Ma ripeto ancora una volta: è importante analizzare le condizioni sottoscritte nelle fasi iniziali prima di riscuotere i buoni».

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