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Una manifestazione No Pfas a Trissino (repertorio Vicenzatoday.it, foto Marco Milioni)

Una manifestazione No Pfas a Trissino (repertorio Vicenzatoday.it, foto Marco Milioni)

Divieto Ue per i Pfas? «La lobby chimica si mobilita»

Greenpeace spara a palle incatenate sulla iniziativa di Chemours-DuPont che vorrebbe contenere al massimo le prescrizioni volute dai Paesi nordici: sulla graticola finiscono anche la commissione ambiente di Montecitorio e il ministro Costa. Frattanto fa parlare di sé lo studio che associa il Covid-19 ai derivati del fluoro

L'Ue su input di Germania, Paesi Bassi, Danimarca, Svezia e Norvegia sta cercando di introdurre limiti molto stringenti e «in un ultima analisi di vietare» l'utilizzo dei Pfas nei Paesi comunitari. I temibili derivati del fluoro peraltro sono al centro dell'affaire Miteni uno dei più noti scandali ambientali italiani che ha avuto origine a Trissino nell'Ovest vicentino e che ha colpito anche Padovano e Veronese ossia tutto il Veneto centrale. Tuttavia l'indirizzo che i cinque stati nordici, tradizionalmente più sensibili ai temi ambientali, stanno cercando di imprimere alla disciplina europea non piace all'industria. Tanto che Chemours-DuPont uno dei colossi internazionali della chimica oggi 10 dicembre ha organizzato un seminario on line in cui spiega alle imprese interessate come cercare di contrastare una tendenza che non viene vista con favore. La novità è stata resa nota dal magazine Industria e formazione. Per di più la notizia arriva in un momento molto particolare: sia perché il governo italiano nonostante il caso Miteni non è tra i capofila della iniziativa tesa a ridurre i Pfas nell'ambiente, sia perché lo studio pubblicato su una prestigiosa rivista scientifica pone il problema dell'aggravamento del contagio da coronavirus proprio in quelle aree con maggiore inquinamento anche rispetto ai Pfas (che peraltro sono una famiglia di composti chimici «pressoché sterminata»).

«INIZIATIVA DEPRIMENTE»
Dopo la presa di posizione di Chemour-DuPont non si è fatta attendere la risposta di Greenpeace, la quale in Italia ma non solo in Italia conduce da anni una lotta contro la produzione e la commercializzazione dei Pfas: sostanze che a giudizio della associazione ambientalista possono essere quasi sempre sostituite con composti meno dannosi. «L'iniziativa di Chemours - fa sapere Giuseppe Ungherese, responsabile per la campagna Pfas di Green peace Italia - si commenta da sola. Il fatto che la multinazionale metta in piedi un seminario sul web sostanzialmente per aiutare le altre imprese utilizzatrici di quei composti chimici a mobilitarsi per fare lobbying sugli stati membri e sulla Ue è deprimente. Ora però che si va alla conta e che si stanno per prendere le decisioni che contano cercheremo di capire come si comporteranno i vari organismi nazionali e comunitari».

BACCHETTATE SULLA ROTTA
Ungherese non ha scelto le sue parole a caso perché due giorni fa sul quotidiano Domani il deputato veronese Alessia Rotta (milita nel gruppo democratico ed è presidente della commissione ambiente di Montecitorio) aveva respinto al mittente le accuse di chi considera l'operato della maggioranza Pd, Cinque stelle, Leu, Iv, poco incisiva sul piano della tutela dell'ecosistema specie in tema di Pfas. Accusa che tra l'altro non viene nemmeno risparmiata al governo nonché al ministro dell'ambiente Sergio Costa (una delle punte di diamante del M5S nella compagine governativa). Rotta, che conosce bene l'affaire Pfas non solamente perché è veronese ma anche perché ha una lunga carriera giornalistica alle spalle, ha respinto al mittente gli addebiti spiegando che in realtà in questi mesi maggioranza e governo qualche passo in avanti l'hanno fatto. «Un articolo del collegato ambientale... presto sarà consegnato alle camere per avviarne l'esame» spiega la deputata al quotidiano romano di via Barberini.

«Il problema però è che l'Italia - attacca Ungherese - non solo non figura tra i membri Ue che propongono l'azzeramento dei derivati del fluoro dalla produzione, ma anche una nuova norma nazionale chiesta a gran voce dai comitati per vietare i Pfas nelle acque fino ad ora è rimasta al palo». Rotta sempre su Domani spiega che nell'elaborare una nuova disciplina è necessario tutelare l'ambiente ma è pure necessario «non paralizzare le imprese». Il che però stride con i proclami distillati nei mesi da molte forze politiche sia in opposizione che in maggioranza. E soprattutto stride con i proclami lanciati negli anni dal M5S che sui Pfas aveva condotto una battaglia molto dura.

IL DICASTERO «GRILLINO» SULLA GRATICOLA
E tant'è che l'ira dei delusi si abbatte senza soluzione di continuità non solo sui parlamentari ma anche sul dicastero di via Cristoforo Colombo. Marco Camera, fino a due anni fa uno dei volti più noti del M5S padovano dell'ala ecologista, ai taccuini di Vicenzatoday.it spiega le ragioni del suo abbandono e dà della «involuzione dei propositi del Cinque stelle» un giudizio spietato: «A distanza di oltre sei anni - rimarca l'ex attivista - dal primo esposto per disastro ambientale, cui fui tra i firmatari, parafrasando il celebre film rimaniamo in cattive acque». Appresso una bordata a Costa: «Un ministro che dovrebbe rappresentare la forza politica che metteva la tutela dell'ambiente e della salute come primo punto della sua campagna elettorale, si è fatto recentemente tirare per la giacca, e non è la prima volta, da un gruppo di mamme che chiedono limiti ai Pfas ben diversi da quelli che si evincono dal cosiddetto collegato ambientale. Costa dopo aver tante volte dichiarato di puntare a limiti zero, si dimostra della stessa pasta grillina». Ossia si dimostra «capace solo di annunci seguiti subito da rese incondizionate ai grandi potentati economici».

DATI CHE «FANNO IMPRESSIONE»
Si tratta di parole che pesano come macigni rispetto alle quali Ungherese aggiunge due di spunti di riflessione rispetto ad alcuni dati «che fanno impressione». Uno, «secondo la britannica Royal society of chemestry» l'elenco dei prodotti industriali che contengono o usano nei cicli di lavorazione «i temibili Pfas», a partire da quelli a catena corta che secondo lorsignori dell'industria fanno bene come il succo d'arancia, sono molti di più di quanto si credeva» sino ad oggi.

Due, una importante ricerca (che peraltro è in via di revisione) coordinata da uno dei massimi luminari mondiali del settore (si tratta del danese Philippe Grandjean, professore ad Harvard negli Stati uniti di medicina ambientale e direttore del dipartimento di salute ambientale dell'Università della Danimarca del sud) «ha aggiunto un tassello fondamentale alla comprensione del problema». Lo studio, che non identifica al momento «un nesso causale» ma prende in considerazione alcuni fenomeni «col metodo della associazione e della comparazione» ha un titolo che parla da solo: «Severity of Covid-19 at elevated exposure to perfluorinated alkylates»: ossia gravità del Covid-19 a fronte di una elevata esposizione ai perfluoro alchilati, alla grossa uno dei nomi dei Pfas.

«UNIRE LE FORZE»
Secondo Greenpeace anche in forza dei riscontri di questo e di altri studi i Pfas dovrebbero essere messi in soffitta. «I risultati cui è giunta la equipe di Grandjean potrebbero incoraggiare l'Università di Padova a sondare ulteriormente questo ambito proprio alla luce della situazione ambientale del Veneto centrale anche in considerazione del fatto che proprio l'Ovest vicentino è una delle zone più falcidiate dal coronavirus meglio noto come Sars-Cov-2 . «Gli accademici di rango che potrebbero unire le loro forze a Padova non mancano» aggiunge Ungherese che fa i nomi dell'epidemiologo Andrea Crisanti, dell'endocrinologo Carlo Foresta nonché del professore Andrea Tapparo che insegna chimica degli inquinanti.

IL NODO DELLA CONCIA
La limitazione nella tollerabilità dei derivati del fluoro nelle acque peraltro è vista come il fumo nell'occhio dall'industria conciaria che nel comprensorio vicentino dell'Agno-Chiampo ha il suo caposaldo nazionale. Secondo le imprese e anche secondo uno schieramento trasversale di alcuni esponenti delle istituzioni limiti troppo stringenti potrebbero mettere ko il distretto della pelle. «Un ricatto» che però è rispedito al mittente dalla galassia ecologista che chiede invece alle imprese di innovare i cicli di produzione.

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