Fabbriche aperte il 14 aprile? Il no dei sindacati: accuse a Confindustria e a Zaia

I metalmeccanici veneti di Cgil, Cisl e Uil ritengono rischioso riavviare gli stabilimenti subito dopo Pasqua: troppi ancora i rischi legati al contagio da Covid-19. Ed è bufera sulle deroghe

Uno corteo in cui manifestano Fiom, Fim e Uilm (archivio nazionale della Cgil)

I metalmeccanici veneti di Cgil, Cisl e Uil attaccano a muso duro il mondo dell'industria che si appronta a riaprire le fabbriche già dopo Pasqua ossia dal 14 aprile in poi: richieste di proroga per le attività lavorative (oltre 14mila inviate alle prefetture venete), ambiguità sull'utilizzo del meccanismo del silenzio assenso per aggirare le norme sulle chiusure e una durissima censura per il governatore leghista Luca Zaia «che tifa perché le fabbriche chiuse riaprano» a metà mese. È questo il cahier de doleance contenuto in una nota al vetriolo diramata oggi 4 aprile in serata dai segretari veneti di Fiom-Cgil (Antonio Silvestri), di Fim-Cisl, Massimiliano Nobis e di Uilm-Uil Giancarlo Biasin.

Si tratta di parole che pesano come pietre giacché la triplice fa capire che gli scioperi a oltranza potrebbero essere dietro l'angolo: «La condizione primaria è che nessuna persona sia esposta a rischi, perciò nelle aziende che non rispettano i codici Ateco e le misure anti-contagio previste dal Procollo del 14 marzo, Fiom, Fim e Uilm del Veneto danno pieno mandato alle strutture territoriali di organizzare le iniziative di mobilitazione che riterranno opportune e di richiedere incontri con i prefetti e con le associazioni degli industriali».

E ancora: «Ci sono aziende che pur non essendo ricomprese tra i soggetti autorizzati a tenere aperte le linee perché operanti in settori essenziali, deroghe definite dal Governo con Cgil, Cisi Uil lo scorso 25 marzo, inviano la comunicazione di ripresa della attività alle prefetture godendo del silenzio assenso previsto nei provvedimenti governativi e in molti casi senza aver coinvolto le organizzazioni sindacali aziendali, come previsto dal protocollo anti-contagio del 14 marzo condiviso dagli stessi imprenditori».

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La preoccupazione pertanto rimane alta, ma non manca chi è critico verso il governo. Un dirigente sindacale nazionale della Fim che chiede l'anonimato si dice «assai rattristato» perché palazzo Chigi si sarebbe piegato «ai più biechi desiderata degli industriali che sono pronti a scaricare il rischio dell aproduzione in termini di infezioni «sugli operai e sui dipendenti in genere». In questo senso la critica più severa va al meccanismo del silenzio assenso che prevede la possibilità per le imprese di riaprire con la semplice comunicazione alla prefettura. In questo caso la produzione può essere bloccata solo se arriva un esplicito diniego dell'Ufficio territoriale del governo «cosa che vista la esiguità degli uomini utili ai controlli sarà assai difficile». Per questo tale disposizione viene definita «sommamente ipocrita, ovvero una semplice foglia di fico che il governo ha cercato di procurarsi per far finta con sé stesso di essere stato capace di opporsi al diktat confinsdustraile»

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