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Coronavirus, ristoratori in attesa del Dpcm: «Perdere Natale danno altissimo»

Gianluca Baratto, presidente della FIPE- Confcommercio Vicenza: «Il Governo dovrebbe pensare di concedere i prossimi ristori basandosi sugli incassi del dicembre precedente. Non servono più solo pannicelli caldi, ma un salvavita»  

Sarà il primo Natale Covid, con limitazioni varie, bar e ristoranti (forse) aperti fino alle 18.00, senza cene aziendali, senza cenone, senza (forse) il pranzo di Natale. Senza, per il settore dei pubblici esercizi, gli incassi che solitamente caratterizzano dicembre, ovvero circa il 20% di quelli che si registrano tutto l’anno. FIPE (Federazione italiana pubblici esercizi) - Confcommercio in queste ore sta facendo tutto il pressing possibile sul Governo per evitare il lockdown del settore nei giorni del Natale, che sarebbe catastrofico per molte attività.

«In attesa del nuovo Dpcm si vive alla giornata, nell’incertezza più assoluta - dice Gianluca Baratto, presidente della FIPE- Confcommercio Vicenza – poiché, nonostante abbiamo rispettato tutte i protocolli anti contagio previsti per poter tenere aperti i locali, ancora una volta, tra le misure in discussione a livello nazionale c’è quella che riguarda lo stop dei ristoranti durante le Festività. Di conseguenza, diversamente dagli altri anni, in questo momento le prenotazioni per i pranzi di Natale sono generalmente a zero, ma capiamo benissimo quanto anche per i clienti sia difficile programmare qualsiasi cosa. Per la nostra categoria – sottolinea Baratto - “perdere” dicembre, dopo essere stati chiusi a Pasqua e aver tenuto in piedi l’attività in un anno come questo è un danno altissimo. Per questo, almeno, dovrebbero pensare di concedere i prossimi ristori basandosi sugli incassi del dicembre precedente. Non servono più solo pannicelli caldi, ma un salvavita».   

In attesa di avere per scritto le nuove regole che saranno decise a breve dal Governo, i ristoratori vivono alla giornata, con il dubbio se programmare l’attività per Natale e giorni a venire, se ordinare la merce e correre il rischio di buttarla. «La verità è che - evidenzia Baratto- come tanti altri operatori del commercio e turismo, stare aperti di questi tempi non vuol dire avere la garanzia di avere clienti, né tanto meno di incassare quanto basta per coprire le spese. Ma è il nostro lavoro e abbiamo rispettato tutte le regole e quant’altro serve per salvaguardare le nostre attività e i nostri clienti».

Sono molti i ristoratori in provincia che si stanno organizzando per proporre ai clienti menu per le feste da asporto o con consegna a domicilio. Le proposte spaziano nella cucina del territorio e della tradizione, che comunque si presta a mantenere sapore e qualità anche durante il tragitto fino a casa. «Sì, io e altri colleghi abbiamo hanno studiato piatti takeaway che fanno parte del menù del ristorante, ma che prevedono solo una piccola preparazione finale nei fornelli o nel forno di casa – spiega Baratto -. Il cliente deve solo seguire le istruzioni che gli vengono fornite e gustarsi il pranzo o la cena, magari accompagnando il tutto con i vini consigliati in base ai piatti. Comunque fare delivery e asporto non è una cosa banale e implica adeguate valutazioni gestionali ed organizzative, a cominciare dal packaging  fino alle modalità di trasporto. Insomma - conclude il presidente dei ristoratori della provincia di Vicenza - si fa di necessità virtù, considerando il servizio di asporto e la consegna a domicilio come modalità valide per tenere le cucine aperte, dare lavoro ai dipendenti,  ma soprattutto che aiutano a non perdere di vista i clienti,  mantenendo con il cliente un rapporto di fiducia e sostegno reciproco».         

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