Allarme caporalato: "Stranieri più degli italiani, sottopagati e senza diritti"

L'allarme è stato lanciato dalla FAI Cisl: "Le aziende locali che affidano al caporale (straniero) la gestione dei braccianti (sempre stranieri) anche nella remunerazione"

Il lavoro nell’agricoltura veneta è progressivamente infestato dal fenomeno del caporalato.

“Non abbiamo, come nel Mezzogiorno, le grandi baraccopoli che costellano le campagne o il traffico di pullmini che trasportano lavoratori italiani e stranieri- avverte Andrea Zanin, segretario regionale di FAI Cisl- ma i segnali di diffusione di questa forma di sfruttamento sono sempre più forti e diffusi e riguardano i lavoratori stranieri. Una situazione che mette sempre più in difficoltà le aziende sane e regolari nei rapporti di lavoro che sono ancora tante, la maggioranza”.

La campagna SOS Caporalato, lanciata nelle scorse settimane dal Segretario nazionale FAI Cisl, il veneto Onofrio Rota, trova un convinto impegno della federazione anche nella nostra regione dove il caporalato è organizzato in forma di triangolazione: le aziende locali che affidano al caporale (straniero) la gestione dei braccianti (sempre stranieri) anche nella remunerazione.

“Dopo la cancellazione dei voucher (i caporali di carta) si è passati alle pseudo cooperative come forma di copertura di quello che è vero e proprio sfruttamento- conferma Zanin che ricorda il ruolo fondamentale degli immigrati nel settore “ l’agricoltura veneta si regge sulle braccia di lavoratori a chilometro mille, che provengono i più vicini dalla Romania e i più lontani dall’India”.

I dati di Veneto

Lavoro parlano chiaro: nel solo 2017 a fronte di 32.000 assunzioni (con tutte le tipologie contrattuali) di lavoratori italiani, le aziende agricole hanno contrattualizzato 42.500 stranieri ed è dal 2008 che la media degli immigrati sul totale delle assunzioni è sopra il 60%. Nel caso di Verona i soli romeni sono più degli italiani:11.290 i primi, 9.560 i secondi.

“Il settore tira, non ha risentito della crisi - prosegue Zanin- e a fine 2017 avevano oltre 5.000 occupati in più rispetto al 2008. In questo contesto che non è piagato dalla crisi e nemmeno piegato dai bassi margini di utile (anche se difficoltà reali non mancano tra i piccoli coltivatori diretti) non ci sono scuse per il ricorso al caporalato. Se poi si ritorna ai vecchi voucher il cerchio perfetto del lavoro sottopagato e senza diritti si chiuderà in modo perfetto”.

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