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Domenica, 29 Gennaio 2023
Cronaca

«Truffa» alla Safond, «memoria esplosiva» sul rinvio a giudizio

Per il raggiro ai danni della ditta di Montecchio Precalcino il giudice Gianesini ha stabilito che tre persone dovranno andare a processo: ma sull'inchiesta coordinata dalla procura berica uno degli indagati mette nero su bianco un carteggio che getta alcune ombre pesanti sull'operato degli uffici di Borgo Berga

Il commercialista di Silea nel Trevigiano Pietro Codognato Perissinotto, l'imprenditore monegasco Giovanni Calabrò e il consulente aziendale di Villa del Conte nel Padovano Riccardo Sindoca sono stati rinviati a giudizio nell'ambito della inchiesta che li vede coinvolti nel caso della presunta «truffa ai danni della Safond Martini» di Montecchio Precalcino, finita a sua volta al centro di un maxi scandalo ambientale prima del passaggio di proprietà al gruppo Ecoeridania. Lo ha stabilito oggi 14 dicembre il giudice delle indagini preliminari vicentino Nicolò Gianesini che ha così dato seguito alle richieste del pubblico ministero Hans Roderich Blattner e ai legali delle parti offese. Sindoca però nel dare corpo alla sua difesa ha indirizzato al dottor Gianesini una memoria che getta «un'ombra inquietante sulla condotta della procura berica» fa sapere l'indagato.

LA RICOSTRUZIONE
Ad ogni modo l'accusa mossa a vario titolo e in varia maniera ai tre è quella di aver raggirato l'impresa nonché «il patron della stessa» Rino Dalle Rive prospettando ai manager della società un affare poi rivelatosi un imbroglio. Imbroglio che avrebbe comportato il prosciugamento delle casse della ditta di Montecchio Precalcino «per quattordici milioni di euro». Più nel dettaglio a Dalle Rive sarebbe stato suggerito, «inducendolo» in errore o ingannandolo tout court, di acquistare alcune bobine di nichel finemente trattato (una lavorazione che ha molti impieghi militari tra l'altro) con la possibilità più o meno sottintesa di rivendere il materiale acquistato ad un prezzo più favorevole con l'obiettivo di generare una plusvalenza.

Secondo quanto ricostruito dagli uomini della Guardia di finanza coordinati dalla procura di Vicenza ad un certo punto, pur avendo versato i quattordici milioni di euro per il materiale, per una operazione comunque distante dal core-business aziendale, Calabrò, adducendo argomentazioni speciose, si sarebbe adoperato perché le bobine di nichel non giungessero più alla Safond. In questo contesto sarebbe subentrato ancora una volta Sindoca che nella sua veste di consulente esperto nel ramo del recupero crediti avrebbe prospettato a Dalle Rive la possibilità di adoperarsi, dietro un ingaggio da cinque milioni di euro, di far giungere alla Safond stessa il materiale mai consegnato. L'intervento di Sindoca avrebbe così dato vita ad una spirale vessatoria dalla quale Dalle Rive, deceduto nel 2019, non sarebbe più uscito. Gli indagati, assistiti dai loro legali, prospettano con forza la propria estraneità ai fatti e si dicono certi di far valere le prprie ragioni nelle sedi opportune. Ma il castello accusatorio pensato dalla procura è solido? E soprattutto è stato costruito in modo corretto?  

IL DOSSIER
Sindoca al riguardo non ci vede chiaro. Non solo si ritiene estraneo alla vicenda iniziata con un fascicolo penale del 2017. Ma ritiene che le accuse mosse nei suoi confronti dalla procura berica non siano null'altro che uno strumento utile ad addossare in qualche modo a lui, sulla scorta di una truffa inesistente e mai provata, il collasso della ditta, finita in concordato. Un collasso che non solo va addebitato alla vecchia proprietà ossia quella della famiglia Dalle Rive, ma che in qualche modo è stato aggravato dal fatto che proprio l'ex dominus della società, l'imprenditore Dalle Rive, volto conosciutissimo nell'Alto vicentino anche per i suoi trascorsi come imprenditore sportivo, avrebbe aggravato lo stato di decozione dell'impresa con lo scopo di dirottare illecitamente una parte delle risorse finanziarie della compagnia a beneficio degli eredi. Questo almeno è l'atto d'accusa contenuto in una memoria redatta proprio da Sindoca. Più nel dettaglio si tratta di una memoria difensiva di 445 pagine: un dossier esplosivo indirizzato al giudice Gianesini che oggi era appunto chiamato a decidere se rinviare o meno gli indagati a giudizio. Un dossier che descrive in modo non amorevole l'operato di una parte della Procura di Vicenza accusata, senza mezzi termini di avere assecondato in modo consapevole la condotta di Dalle Rive il cui scopo sarebbe stato quello di sgravare la sua posizione rispetto alle grane finanziarie e ambientali di Safond.

LA POLEMICA
A pagina 442 del documento, che Vicenzatoday.it ha potuto compulsare, Sindoca descrive un suo eventuale rinvio a giudizio come una sorta di «strumento riparatore attraverso cui riaffermare la supremazia, al di fuori del dettato normativo, anche costituzionale della magistratura...». E non solo poco dopo l'indagato descrive sempre l'eventuale rinvio a giudizio, la memoria era stata redatta alcune settimane orsono, come «espediente attraverso il quale riaffermare, a dispetto della realtà, l'infallibilità della magistratura salvando la faccia alla pubblica accusa ed in particolare al pubblico ministero Blattner, oltre che al pubblico ministero Cristina Carunchio unitamente a quanti hanno hanno con gli stessi associativamente collaborato, indubbiamente rei e quindi responsabili».

OBBLIGHI MANCATI
Di seguito L'indagato motiva il suo j'accuse spiegando come sia «indubbiamente provato sul piano documentale come in talune circostanze» i magistrati bersaglio dei suoi addebiti «siano venuti meno ai loro obblighi». Il motivo? Avrebbero «illecitamente dato credito sin dall'inizio pur in assenza di una qualsiasi minima evidenza probatoria alle false denunce avanzate da Rino Dalle Rive». Il quale, si legge ancora a pagina 442 avrebbe tenuto un acondotta censurabile «a prescindere dalla realtà, e con l'evidente finalità di tenere sé stesso e i propri figli indenni da quanto occorso»: anche con lo scopo «di garantire la riuscita della procedura di concordato preventivo» in capo alla Safond, «grazie all'operato dei professionisti che lo assistono».

Ma c'è di più, l'indagato parla di Dalle Rive come di colui che riesce a «trasfigurarsi agli occhi dei pubblici ministeri quale soggetto minacciato e truffato nel mentre proprio dagli atti del fascicolo è provato come nei fatti sia lo stesso che abilmente ha gabbato tutta la magistratura inquirente e giudicante, la quale è stata costretta nel momento in cui ha acquisito consapevolezza di ciò che era realmente accaduto a tenere indenne il proprio aguzzino». Appresso c'è un'altra bordata che getta «un'ombra sinistra sull'intero affaire Safond» spiega il padovano a udienza terminata. «E non è un caso - si legge ancora - che le indagini relative all'odierno procedimento penale si protrarranno... unitamente alla procedura di concordato preventivo... dovendosi attendere la dipartita di colui il quale aveva illecitamente indotto la magistratura a consumare plurime ipotesi di reato nei confronti di chi scrive». Il riferimento alla morte di Dalle Rive in tal senso è chiaro.

I BROGLIACCI
Nelle 450 pagine della memoria si parla poi di elenco «dei brogliacci» verosimilmente alterato, di intercettazioni in parte non messe a disposizione della difesa nonché addirittura di una serie di «intercettazioni abusive». La esistenza delle quali, che sono definite «non coperte da decreto» di autorizzazione dal magistrato, è comunicata dallo stesso Blattner all'avvocato Fiorino Ruggio che poi è il legale di Sindoca. Una scelta che quest'ultimo, tra virgolette, derive come «confessoria».

IL COMMENTO
«Io - spiega Sindoca ai taccuini di Vicenzatoday.it - ho documentato che non ho nulla a che fare con la compravendita del nichel, compravendita occorsa anni prima del mio intervento finalizzato semplicemente allo scopo di recuperare tale asset acquistato dalla Safond Martini srl. Per di più non sono stato nemmeno pagato da Dalle Rive e dalla società: pertanto non posso materialmente aver contribuito ad alcun dissesto della ditta. Faccio poi notare che il masso che schiacciò la Safond è risultato essere di oltre 53 milioni di euro non certo imputabili a quel singolo acquisto». L'indagato poi aumenta l'effervescenza della sua critica descrivendo come «esplosiva» la memoria depositata.

E ancora, «può essere mai stato raggirato od indotto in errore da chicchessia - rimarca in chiusura Sindoca, che alla memoria ha allegato un dvd descritto come zeppo di riferimenti oggettivi - un soggetto come Dalle Rive che ebbe a sottacere pur sapendolo con i suoi professionisti il grave inquinamento ambientale in cui versava l'area Safond poi sequestrata?». Da quanto è filtrato, al termine dell'udienza il dottor Gianesini avrebbe deciso di inviare la memoria difensiva di Sindoca, che potrebbe contenere diverse notizie di reato, alla procura di Trento: quest'ultima è infatti responsabile per eventuali illeciti penali addebitabili ai magistrati veneti.

LO SCENARIO
A Trento peraltro Sindoca in passato aveva già inviato diverse segnalazioni. Poiché non è stato in grado di avere notizie rispetto «alle denunce-querele depositate nel tempo» lo stesso Sindoca si dice pronto ad indirizzare un esposto al ministro della giustizia Carlo Nordio, che ha la facoltà di avviare l'azione disciplinare nei confronti dei magistrati. Ma come la pensa al riguardo invece il vertice della procura berica? Chi scrive ha interpellato il procuratore capo Lino Giorgio Bruno: da quest'ultimo però, almeno per il momento, non è giunto alcun commento. Anche le difese di Calabrò e Perissinotto, rispetto ad un commento a caldo, hanno preferito «soprassedere».

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