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Lunedì, 29 Novembre 2021
Cronaca

Sparò e uccise un bandito in fuga, le motivazioni della sentenza: "Non fu leggittima difesa"

É quanto si legge nelle motivazioni della condanna in primo grado al "ranger" della Battistolli che la notte del 22 aprile fece fuoco e uccise Manuel Major

Una versione, quella dei banditi che gli sparano addosso, non credibile. E un colpo mortale, il suo, che Massimo Zen descrive con assoluta lucidità e freddezza. Questo si legge nelle motivazioni con cui il gup di Treviso Piera De Stefani ha condannato lo scorso 19 maggio - per omicidio volontario - la guardia giurata dipendente del Gruppo Battistolli che il 22 aprile del 2017 fece fuoco sulla macchina guidata da Manuel Major, 36enne, che stava scappando insieme a due complici dopo aver messo a segno colpi ai danni di postazioni bancomat. Una sentenza di primo grado (in abbreviato), contro cui il legale del "ranger", l'avvocato Daniele Panico, ha già preannunciato appello, che ha tenuto conto della concessione delle attenuanti generiche e dello sconto per il rito alternativo, pari a un terzo della pena. Il pubblico ministero Gabriella Cama aveva chiesto 14 anni.

Secondo l'accusa la notte del 22 aprile del 2017 Zen posizionò la sua auto di traverso lungo via Pomini a Barcon di Vedelago, al fine di impedire o rallentare il passaggio della vettura sulla quale viaggiavano i malviventi, autori quella stessa notte di alcuni assalti a terminali Atm. La guardia giurata esplose tre colpi di pistola Glock, in direzione dell'autovettura, uno dei quali, attraversando il parabrezza lato passeggero, ha centrato al capo nella zona temporale destra Manuel Major (la famiglia, costituita parte civile, era difesa dall'avvocato Fabio Crea) che era alla guida della Bmw, morto qualche giorno dopo il ricovero.

«Nel descritto contesto - scrive la De Stefani - la sussistenza dei presupposti sui quali si fonda la giustificazione della legittima difesa deve ritenersi in toto esclusa. Massimo Zen ha dato volontariamente e consapevolmente il proprio contributo decisivo aI crearsi della situazione di potenziale pericolo per la propria incolumità, pericolo al quale egli liberamente si è esposto».

«La sua condotta - prosegue il giudice - risulta in aperto contrasto con le regole di comportamento che avrebbe dovuto seguire: lo stesso avrebbe dovuto limitarsi a segnalare collaborativamente ai carabinieri la presenza dell'auto in fuga. Il regolamento di servizio demanda alla guardie giurate la vigilanza specifica su obiettivi determinati e sui beni in questi custoditi, essendo esclusa una competenza di generale tutela e controllo del territorio, di esclusiva pertinenza delle forze dell'ordine. In caso di rilevata situazione di pericolo nel corso del servizio di vigilanza, la guardia giurata è chiamata ad allertare la centrale operativa, attendere l'invio di rinforzi e informare le forze di polizia».

«É quindi esclusa categoricamente - conclude la De Stefani - la possibilità di intervento isolato e autonomo della guardia: Zen dunque mai avrebbe potuto essere legittimato ad improvvisare il posto di blocco, da solo, di sua iniziativa, come in effetti ha fatto».

fonte: Trevisotoday

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