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L'ingresso della fabbrica Miteni a Trissino, nell'Ovest vicentino (repertorio Today.it, foto Marco Milioni)

L'ingresso della fabbrica Miteni a Trissino, nell'Ovest vicentino (repertorio Today.it, foto Marco Milioni)

Caso Miteni, i gestori del ciclo idrico e la Regione Veneto affilano le armi

Mentre durante il processo in corso il giudice Roberto Venditti riunisce due procedimenti penali che viaggiavano paralleli, le società per la distribuzione dell'acqua e palazzo Balbi puntano l'indice contro gli ex manager della società trissinese: frattanto arriva la sferzata di Cillsa sulla presenza dei derivati del fluoro negli alimenti

Oggi 22 marzo durante l'udienza preliminare per il processo Pfas in corso al Tribunale di Vicenza il giudice Roberto Venditti ha deciso di riunire i due procedimenti penali per l'inquinamento provocato dalla trissinese Miteni. Immediatamente dopo i pm Barbara De Munari e Hans Roderich Blattner hanno chiesto il processo per tutti e quindici gli indagati. Lo spiega una nota diramata sempre oggi dai gestori del ciclo idrico che nel processo si sono costituiti parte civile.

PARLANO I LEGALI
Più segnatamente per gli avvocati delle società idriche Marco Tonellotto, Vittore d'Acquarone e Angelo Merlin, che tutelano Acque del Chiampo, Acquevenete, Acque Veronesi e Viacqua, si tratta «di un passaggio importante, che porterà a definire il quadro delle responsabilità dell'inquinamento cui le società idriche hanno fatto fronte fin dal primo momento».

Gli avvocati, durante il loro intervento in aula hanno rimarcato i «gravi comportamenti omissivi reiterati giorno dopo giorno» da parte dei manager imputati nel processo Pfas1 nonché l’«assenza di prevenzione» per quanto riguarda le accuse mosse nel processo Pfas2. «L’inquinamento non è mai stato interdetto - ha sottolineato il collegio legale - inoltre è stata messa in atto una dissimulazione del danno».

PRIMO FILONE
Nel primo procedimento erano indagate tredici persone, tra queste ci sono manager Miteni ma anche figure apicali della Mitsubishi Corporation e della Icig, società lussemburghese che controllava di diritto la Miteni di Trissino. I reati contestati ai tredici sono «avvelenamento di acque e disastro innominato aggravato, per aver tra l'altro omesso di porre in essere attività che avrebbero consentito di mettere al sicuro l'azienda e il territorio circostante e per aver nascosto elementi che avrebbero potuto permettere interventi di contenimento». Secondo l'accusa gli imputati «avrebbero inquinato sapendo di farlo, senza adottare contromisure né avvisare gli enti preposti, nonostante «l’alterazione anche visiva del sottosuolo» e il continuo «sforamento dei valori tollerati». I reati contestati si sarebbero protratti sino al 2013.

SECONDO FILONE
Il secondo procedimento riguarda invece otto persone (sei delle quali già coinvolte nel procedimento Pfas1) più la società fallita Miteni, «considerata responsabile» sempre secondo l'accusa, «ai sensi del decreto legge 231 dell'8 giugno 2001» per non essersi dotata di un modello organizzativo idoneo a prevenire reati della specie.

LA RIFLESSIONE DI PINELLI
Su un terreno non troppo dissimile si sta muovendo anche la Regione Veneto la quale a sua volta contesta duramente la condotta degli ex manager di Miteni. Proprio palazzo Balbi oggi al riguardo ha diramato una articolatissima nota di ben sette pagine. Nota nella quale la stessa Regione spiega il perché della sua censura nei confronti della Miteni. Censura che si è riversata paro paro nel processo in corso.

«L'aspetto paradossale di questa vicenda - si legge - è che il comportamento tenuto dai dirigenti di Miteni ha avuto come effetto quello del ribaltamento del cosiddetto principio per cui chi inquina paga». Principio che «domina la materia del diritto ambientale e secondo cui è il responsabile dell’inquinamento a doversi fare carico degli oneri per il ripristino della situazione anteriore». L'avvocato Fabio Pinelli, che in questo procedimento assiste la Regione Veneto la quale è parte civile, ha lungamente argomentato sulla materia spiegando tra l'altro che tale principio «viene sancito innanzitutto a livello comunitario» grazie all'articolo 191 comma secondo del trattato sul funzionamento dell'Unione europea. La prossima udienza è fissata per il prossimo 13 aprile alle 10 del mattino.

IL MONITO DI CILLSA
Frattanto l'associazione arzignanese Cillsa, che da anni si batte sul fronte ambientale, con un dispaccio pubblicato pochi minuti fa sul suo blog, punta l'indice sulle conseguenze della contaminazione da Pfas (che sono considerati «dei temibili derivati del fluoro») per quanto concerne l'aspetto della catena alimentare, sia in ambito animale che umano. Cillsa nella sua presa di posizione cita «lo studio effettuato dal Dipartimento di biomedicina comparata e alimentazione e dal Dipartimento di biologia dell'Università di Padova, in collaborazione con l'istituto di ricerca sulle acque del Cnr», appena pubblicato sulla rivista scientifica Environmental International. Tale studio, stando ancora a quanto riporta il blog di Cillsa illustra gli effetti della molecola C6O4 una delle nuove sostanze della famiglia dei Pfas molto presente nelle acque «della nostra regione, e non solo nel fiume Po». Con queste premesse Cillsa chiede lumi proprio a palazzo Balbi auspicando una presa di posizione da parte dell'assessore alla sanità della Regione Veneto ossia la leghista Manuela Lanzarin.

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