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Cronaca

Affaire Pfas, il processo entra nel vivo

Ascoltato in aula, un ricercatore del Cnr spiega come la contaminazione dovuta ai temuti derivati del fluoro fosse in atto da tempo, anche per le sostanze di più recente concezione. Frattanto i gruppi ambientalisti parlano di grave situazione per la catena alimentare del Veneto

«È stata una udienza fiume quella di ieri 25 novembre al tribunale di Vicenza dove il processo per l'affaire Miteni, uno dei maggiori scandali ambientali in Italia, è entrato nel vivo. Durante l'udienza è stata ascoltata la testimonianza del chimico del Cnr Stefano Polsello. Il quale ha ricostruito il percorso con cui le autorità, prima sotto forma dello studio, poi sotto forma di indagini puntuali, hanno rintracciato e poi aperto una inchiesta sulla presenza nelle acque e nel sottosuolo dei Pfas, i temibili derivati del fluoro, al centro di un caso che nel Veneto era deflagrato a cavallo del 2013 e del 2014.

L'INIZIO
Polesello ha spiegato come l'Unione europea attorno al 2005 abbia commissionato alcuni studi ad hoc per appurare la presenza di queste sostanze allora assai meno conosciute: il tutto sulla scorta degli scandali ambientali i cui eco erano giunti nel Vecchio continente dagli Usa. Il ricercatore del Cnr ha poi rimarcato come l'area del Veneto centrale interessata dalla contaminazione attribuita alla Miteni sia «forse la più vasta al mondo» fatto salvo quanto può essere accaduto in Cina in questi anni. Il ricercatore, anche incalzato dalle difese degli imputati, ha pure spiegato come all'epoca non sussistessero, almeno in Italia, limiti precisi sulla presenza di questa sostanza: limiti che peraltro sono oggetto ancora di una accesa discussione sia in Europa, sia in seno alla camere del Belpaese sia in Consiglio regionale veneto.

PARLANO I GESTORI DEL CICLO IDRICO
La testimonianza del chimico subito dopo l'udienza è stata commentata dai gestori del ciclo dell'acqua interessati dalla contaminazione che nel processo sono parte offesa. «Stando a quanto detto in aula - si legge in una nota diramata ieri dal team legale degli stessi gestori - il campione era stato prelevato nel 2011 e poi congelato e poi è stato analizzato nel 2021, con nuove tecniche di indagine che prima non erano disponibili.  Il dato dimostra che la presenza della sostanza chimica è risalente nel tempo rispetto alla data contestata nel capo di imputazione dei quindici manager di Miteni, Mitsubishi corporation e Icig, accusati a vario titolo di avvelenamento acque, disastro ambientale innominato, gestione di rifiuti non autorizzata, inquinamento ambientale e reati fallimentari».

Appreso un'altra considerazione: «Il teste Polesello ha chiarito che la conoscenza dei metodi analitici di sostanze chimiche nuove è necessariamente a disposizione del produttore delle stesse, vuol dire che la Miteni era sicuramente in grado di analizzare i composti a catena lunga e catena corta sin dal momento della loro produzione». Questo almeno è il commento del professore Angelo Merlin che con i colleghi avvocati Marco Tonellotto, Vittore d'Acquarone e Giulia Bertaiola assistono le quattro società idriche che si sono costituite parte civile: ossia Viacqua, Acquevenete, Acque Veronesi e Acque del Chiampo. Si tratta di un assunto preciso col quale i gestori delle aziende pubbliche dell'acqua punteranno a dimostrare come i vecchi soci di Miteni, tra cui Mitsubishi, fossero in grado di comprendere la portata del potenziale inquinante insito nella produzione dello stabilimento trissinese: soprattutto perché il cosiddetto C6O4 è considerato un componente della famiglia dei Pfas di seconda generazione. La Miteni oggi peraltro è fallita.

«PRESENZA DI FONDO»
Mentre veniva ascoltato dalla corte d'assise il teste ha spesso parlato di come i ricercatori abbiano dovuto constatare come in molti corsi d'acqua e in molti siti presi in esame ci sia una sorta di presenza di fondo di queste sostanze. Tale affermazione «veritiera se presa astrattamente, ma errata se qualcuno attribuisce alla espressione di fondo una accezione che sia sinonimo di naturalmente presente» è stata comunque criticata dagli attivisti del mondo ambientalista presenti dentro e fuori l'aula perché l'assunto potrebbe prestarsi al ragionamento di chi «ormai dà per assodato che queste sostanze, che non sono naturali ma artificiali e che nell'ambiente non dovrebbero starci, poco o tanto, dobbiamo rassegnarci a trovarle a macchia di leopardo un po' dovunque perché sono usate in moltissimi ambiti industriali, fermo restando che le massime concentrazioni si rilevano a ridosso dei siti produttivi e lungo le aste di propagazione degli inquinanti». Tanto che a margine della seduta non sono mancate le punture di spillo di Vincenzo Cordiano (presidente di Isde Medici per l'ambiente del Veneto) proprio alla volta di Polessello. Punture di spillo che sono state ribadite ai microfoni Vicenzatoday.it.

QUESTIONI PROCEDURALI
Ad ogni buon conto la seduta è stata caratterizzata da un robusto fuoco di sbarramento delle difese degli imputati che hanno eccepito in diverse circostanze il mancato rispetto di alcune disposizioni in relazione alla disciplina del processo. Da questo punto di vista il momento più teso si è registrato quando la corte presieduta dalla dottoressa Antonella Crea si è dovuta ritirare per prendere in esame la richiesta di revoca avanzata dai legali degli imputati (primo firmatario avvocato Leonardo Cammarata). I quali, detto alla grossa,  contestano il fatto che la corte abbia ordinato che entro il 20 gennaio le parti dovranno «depositare alla cancelleria di eventuali relazioni redatte» da parte «dei consulenti». Per le difese si tratta infatti di una richiesta che non trova sponda nelle disposizioni di legge che normano l'andamento del processo. La corte, avallando de facto la linea della pubblica accusa rappresentata dai pubblici ministeri Barbara De Munari e Hans Blattner ha respinto le richieste della difesa. Tuttavia Marco Tonellotto, legale di parte civile, ha invece sposato la tesi dei legali delle difese. Non molto diversamente da lui si è espresso anche un altro avvocato di parte civile ossia l'avvocato Marco Varali.

I due non lo hanno detto espressamente, ma il timore è quello che queste schermaglie processuali, disseminate fino alla sentenza, possano costituire una serie di appigli che le difese potrebbero usare nell'ambito di un eventuale giudizio in Cassazione. Di più, se il processo non viene mantenuto in modo rigoroso sui binari indicati dal codice di procedura penale ogni udienza potrebbe essere trasformata «in una sorta di Vietnam» con tutte le conseguenze del caso. Questo è il timore di molti esponenti della galassia ecologista. Una Cassazione che, astrattamente parlando, può mandare assolti gli imputati anche per vizi di forma. La prossima udienza è fissata il 2 dicembre. In quella data dovrebbe essere sentito come teste l'ingegnere Vincenzo Restaino, già dirigente dell'Arpav berica.

CATENA ALIMENTARE A RISCHIO
A margine della udienza poi si è registrata una ulteriore novità. Nel pomeriggio di ieri infatti infatti Greenpeace e Mamme No Pfas hanno diramato una nota dai toni durissimi incentrata sul tema della contaminazione con cui i Pfas hanno colpito la catena alimentare del Veneto. «La presenza di sostanze perfluoroalchiliche, i ben noti Pfas, negli alimenti provenienti dalla zona rossa, l'area del Veneto più contaminata da questi composti, non è uniforme nei vari comuni: oltre all'area del plume di contaminazione... centrata su Lonigo, anche i prodotti animali e vegetali prelevati lungo la direttrice del fiume Fratta, nei comuni di Montagnana, Bevilacqua e Terrazzo, mostrano - si legge - elevate probabilità di essere contaminati». È quanto emerge, sopiegano gli attivisti, dallo studio «Sostanze perfluoroalchiliche negli alimenti dell'area rossa del Veneto» appena pubblicato dalla rivista scientifica Epidemiologia & Prevenzione e realizzato da ricercatrici e ricercatori dell'Università di Firenze e dell'Università di Padova, con il contributo di Greenpeace e delle Mamme NO Pfas. «La ricerca si legge - si basa sui dati ufficiali della Regione Veneto che nei mesi scorsi le Mamme NO Pfas e Greenpeace avevano ottenuto con una richiesta di accesso agli atti».

ASCOLTA L'INTERVISTA AL DOTTOR VINCENZO CORDIANO

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