Pfas, Legambiente chiede una bonifica "senza se e senza ma"

Dopo la conferenza dei servizi che avrebbe dato il là alla Miteni alla procedura di risanamento del suolo, ora gli occhi sono puntati sulla vigilanza di Regione e procura

Foto Marco MIlioni

Il lungo iter della bonifica del sito e del sottosuolo della Miteni sembra essere giunto ad un punto di svolta. Da una parte la società trissinese finita al centro di un maxi caso di contaminazione che coinvolge tutto il Veneto centrale, si dice fiduciosa . E dice di avere trovato una sostanziale intesa con la Regione. Quest’ultima prende le distanze e spiega che quella procedura è stata la stessa Regione a doverla imporre . Nel frattempo la magistratura ha messo i sigilli ad un pozzo della ditta sotto al quale sarebbero state ritrovate sostanze nocive.

IN ATTESA DELLE CARTE

In queste ore i gruppi di ambientalisti che seguono il cosiddetto affaire Pfas sono in attesa dei documenti. Due giorni fa infatti la conferenza dei servizi che tra Regione, Arpav, provincia berica, Ulss e Comune di Trissino, sta seguendo l’iter della bonifica, ha redatto un poderoso verbale. Quest’ultimo, unito alla relazione del professore Giampietro Beretta dell’Università di Milano, sarà l’architrave della fotografia sull’inquinamento presente sotto la Miteni (in gergo si dice caratterizzazione) e del conseguente piano di bonifica.

«Procederemo con un formale accesso agli atti per capire se quella bonifica sarà degna di questo nome o no. Pretendiamo una bonifica senza se e senza ma» fa sapere Piergiorgio Boscagin (in foto una manifestazione contro la Regione), responsabile di Legambiente di Cologna Veneta, uno dei volti storici nella battaglia contro i Pfas. Il quale aggiunge: «In ossequio ai principi di trasparenza tanto osannati a palazzo Balbi ci saremmo aspettati di vedere allegate quelle carte ai comunicati stampa che la giunta regionale del Veneto ha dispensato in queste ore.

Dello stesso tenore è la reazione di Giuseppe Ungherese, responsabile per le campagne ambientali di Green Peace, altra associazione che sul caso Pfas sta dando filo da torcere non solo a Miteni, ma pure alla Regione: «Senza vedere i documenti è difficile dare un giudizio ma noi staremo sotto agli uffici, questo è chiaro». Maria Chiara Rodeghiero, volto noto di Medicina democratica del Veneto dal canto suo si rivolge direttamente agli uffici giudiziari: «La procura deve chiedere al giudice un sequestro cautelativo dell’impianto. Per la Miteni il tempo è scaduto».

VERSANTE POLITICO

Sul versante politico è il M5S che dai banchi della opposizione punta l’indice non solo contro la maggioranza di centrodestra che regge le sorti di palazzo Ferro Fini e della giunta, bensì proprio contro la macchina regionale: «Apprendiano che Miteni avrà altri sessanta giorni di respiro, visto che in questo lasso di tempo dovrà presentare e depositare presso la Magistratura il proprio piano di bonifica - dicono parlamentari, consiglieri regionali e consiglieri comunali del Movimento 5 Stelle del Veneto - finiti questi due mesi quanti gliene verranno ancora concessi? Ricordiamo che la caratterizzazione del sito su cui insiste la Miteni è sotto indagine da almeno tre anni, e che il governatore leghista Luca Zaia ordinò già nel 2017 ben 7000 carotaggi. Dove sono finite tutte queste belle premesse?».

Parole cui si uniscono quelle del consigliere regionale Manuel Brusco: «Mi sto già muovendo per capire le responsabilità di Arpav dal 2005 in poi, non solo a fronte di quanto emerso nei giorni scorsi, ma anche in merito a quanto sollevato dal M5S nel novembre 2017, ovvero che Miteni, in base alla relazione dei Noe, già era a conoscenza della gravità della situazione. Non verrà risparmiato niente a nessuno. E chi ha sbagliato o ha fatto finta di non vedere non dormirà più sonni tranquilli».

PASSAGGIO CRUCIALE

Ora le sorti delle riparazioni ambientali assumono un significato particolare sia per valutare la vicenda nel suo complesso sia per valutare l’operato della magistratura.

Proprio Vicenzatoday.it l'8 giugno rivelò infatti i contenuti di un delicatissimo colloquio tra l’amministratore delegato di Miteni Antonio Nardone ed alcuni collaboratori. In quella circostanza Nardone proferì una frase sibillina: «Noi stiamo avendo molti più contatti con gli enti di controllo per la bonifica... stiamo procedendo molto speditamente... ho accennato loro delle difficoltà finanziarie della Miteni... sembra che un po’ abbiano capito e stanno cercando di accelerare». A che cosa si riferiva Nardone esattamente? Chi tra gli enti di controllo ha capito o avrebbe capito il peso «delle difficoltà finanziarie della Miteni» tanto che, sostenne ancora Nardone in quel frangente, non si sarebbe proceduto con indagini sotterranee a maglia stretta su tutto il sedime aziendale? La frase precisa che pronunciò Nardone in quella circostanza fu infatti «la maglia dieci metri per dieci metri non si farà su tutta la Miteni ma si farà solo sulla parte dell’argine» in cui «c’è più probabilità di trovare della roba».

Si tratta di considerazioni astratte? O Nardone parla perché effettivamente ha avuto garanzie da qualcuno? La procura è a conoscenza di quelle frasi? Quanto quell’uscita potrebbe avere a che fare con il piano di caratterizzazione e col conseguente progetto di bonifica discusso due giorni fa? In termini finanziari sarà un piano light, come si tratteggiò nello scenario descritto su questo giornale appunto l’8 giugno? Quanto i due mesi concessi alla Miteni hanno a che fare con la proposta di concordato che è al vaglio del tribunale berico? E quanto tale bonifica peserà nelle poste che i curatori del concordato stanno soppesando?

Si tratta di quesiti cruciali rispetto ai quali c’è una sola certezza. Se al privato non sarà imposta una bonifica «a tutto tondo che riguardi non solo il suolo sotto la Miteni, ma anche la contaminazione eventualmente riscontrata altrove» gli ambientalisti, lo hanno ribadito a più riprese, sono pronti a saltare alla giugulare degli enti pubblici.

UN ASPETTO GIURIDICO CHE PESA

La delicatezza del passaggio si spiega in primis per una motivazione giuridica. Il reato di omessa bonifica, che è un reato persistente e che non si prescrive se la situazione rimane inalterata, si materializza solo se l’eventuale responsabile non ottempera alla disposizione di un ente titolato ad emanarlo (può essere la Regione, l’Arpav, una provincia o un comune) o non ottempera ad un ordine della autorità giudiziaria.

L’aspetto enigmatico dell’affaire Pfas è che di fronte ad una vicenda di tale portata in molti si sarebero aspettati che l’ordine della bonifica, dopo essere stato adeguatamente redatto in termini di costi e di modalità operative, partisse proprio dalla autorità giudiziaria. Cosa che fino ad oggi non è accaduta. Come se la magistratura procedesse quatta quatta in scia alla Regione pur a fronte dello straordinario potere conferitole dalle norme penali.

Ed è proprio in questa chiave che le decisioni assunte in conferenza dei servizi assumono una valenza cruciale. Perché, se per mera ipotesi, gli enti pubblici confezionassero un ordine di bonifica leggero, la Miteni eviterebbe di incappare in un reato insidiosissimo semplicemente ottemperando a prescrizioni all’acqua di rose. Diverso invece è il caso in cui la pubblica autorità emanasse un ordine di portata colossale. In quel caso il privato, forse assieme ai soci reali della spa, sarebbe messo con le spalle al muro: obbligato cioè a impegnarsi in maniera straordinaria sul piano operativo che economico. In caso contrario la sua responsabilità sfocerebbe in un processo dall’esito assai prevedibile senza nemmeno la via di uscita della prescrizione. Il che poi darebbe la stura ad una serie di richieste di danno in sede civile potenzialmente incalcolabili per la proprietà.

IL POZZO “NERO”

In queste ore per di più l’azienda deve fronteggiare anche la vicenda del materiale inquinante rinvenuto in uno dei pozzi attivi per il contenimento degli inquinanti. Secondo quanto riportato dal Corveneto on-line del 6 settembre è emerso che sotto quel pozzo sarebbero presenti alcune temibili sostanze chimiche: pece nera e Pfas a catena lunga ovvero Pfos, Pfoa e altri, non più prodotti in Miteni dal 2011, in quantità molto superiori alla media delle rilevazioni precedenti.

La società replica che «Il pozzo ha fatto il suo lavoro. E che il percolato liquido aspirato è di decenni orsono, prevalentemente benzotrifluoruri scesi a 25 metri di profondità. È accaduto a inizio agosto. E presumibilmente la procura ha fatto il sequestro per poter fare una verifica con un suo consulente.

Trattandosi di materiale più pesante dell’acqua - prosegue l’azienda sentita dal Corveneto - si è accumulato in fondo ma il pozzo lo ha pescato e aspirato: è un esempio di efficacia della barriera, non un problema».

Ai primi del mese per di più tra Arpav e azienda era andato in scena un battibecco. Quest’ultima sostiene infatti che la contaminazione da GenX in falda (un altro “cugino” dei Pfas lavorato in passato dalla Miteni) sia finito per l’appunto in falda a causa dei carotaggi (che secondo alcune voci circolate nella galassia ambientalista fino ad oggi sarebbero stata comunque ben poca cosa) che gli enti hanno imposto alla Miteni per radiografare lo stato del sottosuolo. Una ipotesi seccamente respinta al Mittente da Arpav la quale spiega che nessun inquinamento è addebitabile alla condotta dell’agenzia.

LA NOVITÁ

Frattanto a l’associazione arzignanese Cillsa, che da tempo si spende sul piano delle battaglie ambientali, sul suo blog commenta molto entusiasticamente la decisione della agenzia alimentare europea, l’Efsa, di abbassare «di 1500 volte la quantità di Pfas» tollerabile nei cibi e nell’acqua potabile. «I valori proposti... fanno giustizia di tutti i limiti di tolleranza farlocchi inventati e ripetutamente modificati, per l'acqua e per gli alimenti in questi ultimi anni». Appresso un duro j’accuse: «Adesso inizia la guerra da parte delle multinazionali dei Pfas e della diossina finalizzata a vedere innalzati i limiti di tolleranza. Speriamo che almeno questa volta si riesca a far valere il diritto alla salute su quello al profitto». Del caso Pfas per di più si è occupato pure il consigliere regionale democratico Andrea Zanoni

L’ATTEGGIAMENTO DELL’ESECUTIVO

Rimane poi da capire quale con quale stato d’animo la giunta regionale abbia accolto la notizia della maxi sanzione amministrativa (quasi 3,7 milioni di euro) patita da Miteni per omessa comunicazione ambientale, un mese e mezzo fa. Quello che è certo infatti è che l’esecutivo è entrato in possesso ufficialmente di un lungo estratto della multa elevata dal Noe il 24 luglio. Il documento che Vicenzatoday.it è in grado di mostrare in anteprima porta la medesima data e il protocollo numero 309128. I motivi per cui l’esecutivo guidato dal leghista Luca Zaia, pur a fronte dei numerosi richiami in materia di trasparenza, non abbia mai reso pubbliche quelle carte è tutto da chiarire. Del verbale del Noe peraltro si è occupato in queste ore anche il consigliere regionale Andrea Zanoni del Pd che sul portale notizie della Regione veneto ha lanciato una stilettata proprio all’indirizzo della fabbrica trissinese.

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