'Ndrangheta, riciclaggio di denaro: controlli alla filiale vicentina di una ditta calabrese

Guardia di finanza e Dia hanno posto i sigilli a beni mobili e immobili per circa 50 milioni di euro che erano di proprietà di Antonino Scimome, Antonino Mordà e Pietro Canale. Una unità locale delle numerose società sottoposte a vincolo aveva sede nel Vicentino

All’alba di giovedì è scattata l’operazione “Energie pulite” con la quale la Guardia di finanza e la Dia hanno sequestrato il patrimonio di tre imprenditori reggini ritenuti contigui alla ‘ndrangheta, ponendo i sigilli a beni per circa 50 milioni di euro. L’operazione, coordinata dal Centro operativo della Direzione investigativa antimafia di Reggio Calabria,  ha visto impegnate anche le fiamme gialle di Vicenza. Nel Vicentino, infatti, si trova una delle 15 unità locali che fanno capo alla Canale Srl, società sottoposta a vincolo e che opera nel settore della metanizzazione. 

Con il provvedimento è stata disposta l’applicazione della misura di prevenzione patrimoniale del sequestro su compendi societari, beni mobili e immobili, nonché rapporti finanziari per un valore complessivo stimato di circa 50 milioni di euro riconducibili agli imprenditori Antonino Scimome di 45 anni, Antonino Mordà di 51 anni e Pietro Canale di 41 anni - indiziati di appartenenza/contiguità a note cosche reggine.

La figura criminale degli imprenditori era emersa nel corso dell’operazione “Martingala”, condotta da personale della Dia e della Guardia di Finanza di Reggio Calabria e conclusa nel mese di febbraio 2018 con l’esecuzione di un provvedimento di fermo di indiziato di delitto emesso nei confronti di 27 persone, ritenute responsabili a vario titolo dei reati di associazione mafiosa, riciclaggio, autoriciclaggio, reimpiego di denaro, di beni, di utilità di provenienza illecita, usura, esercizio abusivo dell’attività finanziaria, trasferimento fraudolento di valori, frode fiscale nonché associazione a delinquere finalizzata all’emissione di false fatturazioni e reati fallimentari nonché con il sequestro di 51 società, 19 immobili e disponibilità finanziarie per un ammontare complessivo di circa 100.000.000 di euro.

In dettaglio, le indagini hanno consentito di accertare l’esistenza di un articolato sodalizio criminale dedito alla commissione di gravi delitti, con base a Bianco e proiezioni operative non solo in tutta la provincia reggina, ma anche in altre regioni italiane e persino all’estero, i cui elementi di vertice erano stati identificati in membri delle famiglie Barbaro “I Nigri” di Platì, Nirta “Scalzone” di San Luca ed in Antonio Scimone – principale artefice del meccanismo delle false fatturazioni e vero “regista” delle movimentazioni finanziarie dissimulate dietro apparenti attività commerciali - rinviato a giudizio per svariate ipotesi di reato, tra cui concorso esterno in associazione mafiosa, dirigenza di un’associazione finalizzata al riciclaggio ed al reimpiego, nonché all’intestazione fittizia di beni, all’emissione ed utilizzo di fatture false, funzionali ad agevolare l’attività di infiltrazione occulta negli appalti pubblici della ‘ndrangheta, verso la quale era drenate imponenti risorse.  

L’organizzazione poteva contare su un gruppo di società di comodo, comunemente definite “cartiere”, che venivano sistematicamente coinvolte in operazioni commerciali inesistenti, caratterizzate dalla formale regolarità attestata da documenti fiscali ed operazioni di pagamento rivelatesi tuttavia, all’esito delle indagini, anch’esse fittizie e che hanno consentito al sodalizio di mascherare innumerevoli trasferimenti di denaro da e verso l’estero, funzionali alla realizzazione di molteplici condotte illecite, quali “in primis” il riciclaggio ed il reimpiego dei relativi proventi. Questo meccanismo fraudolento, mediante la predisposizione di false transazioni commerciali, ha costituito il volano per l’instaurazione di articolati flussi finanziari tra le aziende degli indagati e le società di numerosi “clienti” che di volta in volta si rivolgevano agli stessi per il soddisfacimento di varie illecite finalità, tra cui la frode fiscale.

L’attività investigativa ha interessato, tra l’altro, dinamiche criminali estrinsecatesi nella città di Reggio Calabria, svelando l’esistenza di una folta schiera di imprenditori che hanno fruito dei servigi offerti dall’associazione promossa e capeggiata da Scimone e, tra questi, era emersa la posizione di Pietro Canale – indagato per le ipotesi di reato di intestazione fittizia di beni, per emissione ed utilizzo di fatture false e per reimpiego di denaro di provenienza illecita in attività economiche e finanziarie - nonché quella dell’imprenditore Antonino Mordà - rinviato a giudizio per le ipotesi di reato di associazione di stampo mafioso (per cui è ancora oggi cautelato), trasferimento fraudolento di valori, estorsione, bancarotta, usura e reimpiego di denaro di provenienza illecita in attività economiche e finanziarie, fattispecie in diversi casi aggravate dall’aver agevolato gli interessi della ‘ndrangheta.

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