Cronaca Castelgomberto

Morì mentre era alla guida di uno scavatore, la ditta condannata a risarcire oltre 700.000 euro: «Ma i soldi non si trovano»

L’incidente in cantiere costò la vita al 23enne Alan Mondin. La denuncia dei familiari: «Abbiamo proposto ai titolare di chiudere la questione con una somma ridotta che ci avrebbe permesso di estinguere il mutuo che nostro figlio aveva acceso per ristrutturare casa, ma non hanno avuto la sensibilità di accettare la nostra proposta

Si è concluso anche in sede civile il processo per la morte del giovane Alan Mondin, muratore 23enne di Monte di Malo, che perse la vita il 25 settembre 2009 mentre ultimava alcuni lavori di scavo per la costruzione di un’abitazione sulle colline di Castelgomberto. La Corte d’Appello di Venezia, nella causa promossa dai parenti della vittima, ha accertato la responsabilità esclusiva dei titolari della ditta edile di Castelgomberto per la quale il giovane lavorava, condannandoli a risarcire il danno per una cifra complessiva di oltre 700 mila euro. La pratica è stata seguita del gruppo specializzato in incidenti sul lavoro "Giesse Risarcimento Danni", che ha assistito i parenti della vittima lungo tutto il complesso iter legale. «Processualmente è un buon risultato – commenta Massimo Gottardo, responsabile della sede Giesse di Vicenza – tuttavia, ad oggi, i familiari di Alan hanno ricevuto solo la somma disposta dal giudice come provvisionale, ammontante a 100.000 euro, grazie al pagamento effettuato dalla compagnia assicurativa con la quale l’impresa responsabile aveva sottoscritto una polizza. Tale polizza, però, ha un massimale pari alla provvisionale e, pertanto, l’assicurazione non è tenuta a pagare ulteriori importi; la famiglia Mondin sta quindi subendo la beffa di non ottenere il totale risarcimento che un tribunale ha deciso spettare loro».

L’incidente

La ricostruzione dell'incidente è stata riportata, con una nota, dalla stessa Giesse. "Quel giorno Alan trascorse il pomeriggio alla guida dello scavatore più grande presente in cantiere, rimosse i resti dello scavo che si stava facendo e li portò ripetutamente nell’area adibita a scarico del materiale. Nel tardo pomeriggio però, per completare il lavoro, Alan si mise alla guida del più grosso autocarro con cassone ribaltabile, lo manovrò lungo strada sterrata che scendeva verso la scarpata sotto al cantiere per svuotare il cassone carico di frammenti di roccia e terra. Fu proprio nel momento in cui alzò il cassone posteriore per scaricare a valle il materiale che accadde la tragedia: il camion si ribaltò fino a valle con ancora imprigionato nella cabina di guida il ragazzo. Il camion infatti era largo due metri e mezzo e la stradina appena pochi centimetri di più: bastò un semplice cedimento del terreno, durante le manovre del ragazzo, per farlo rovesciare. L’urto, violentissimo, non gli lasciò scampo e morì a causa delle gravissime lesioni riportate".

L’iter penale e civile 

Il procedimento penale si è concluso davanti alla Corte di Cassazione nel luglio 2018, dopo tre gradi di giudizio. Nel maggio 2014, in primo grado, il giudice del Tribunale di Vicenza, la dott.ssa Barbara Maria Trenti, condannò i fratelli titolari dell'impresa edile rispettivamente, a 2 anni e 1 anno e 6 mesi di reclusione. Sentenza parzialmente riformata nel 2016 dalla Corte d’Appello di Venezia, a seguito di ricorso promosso dagli stessi fratelli, la quale assolse a uno dei due, arrivato in cantiere solo dopo l’infortunio, e ridusse la pena all'altro, condannandolo a 1 anno e 6 mesi di reclusione, pena infine confermata dalla Corte di Cassazione nel terzo e ultimo grado di giudizio previsto dal nostro ordinamento. Sul fronte civile invece, la sentenza di primo grado stabiliva, inizialmente, un risarcimento del danno ridotto del 40% perché era stata imputata al ragazzo una parte di responsabilità per il mancato uso della cintura di sicurezza. La sentenza venne impugnata in appello dai familiari della vittima che, al termine, hanno visto riconosciute le loro istanze: è stata infatti accertata la responsabilità esclusiva della ditta e i fratelli sono stati condannati, in solido fra loro, al pagamento di una somma complessiva di oltre 700 mila euro. La legge imporrebbe ai soci di una S.n.c. di risarcire il danno causato anche attingendo al proprio patrimonio personale.

Le dichiarazioni dei legali e dei famigliari 

«Come troppo spesso accade in Italia, tale patrimonio non è sufficiente a coprire la somma dovuta a titolo di risarcimento ai parenti della vittima. È una situazione davvero paradossale quella che si è venuta a creare, anche in considerazione del fatto che, per scongiurare il rischio di insolvenza, già nel 2013, assieme all’avv. Gracis, avevamo chiesto al giudice di disporre il sequestro conservativo su tutti i beni, mobili e immobili, e su tutti i crediti della ditta. Ancora una volta il sistema non tutela il danneggiato – conclude Gottardo – per procedere con il sequestro preventivo dei beni vengono richieste prove che sono troppo difficili da fornire. Inoltre, i massimali delle polizze assicurative che le piccole imprese sottoscrivono sono troppo spesso bassi; una soluzione potrebbe essere quella di rendere obbligatorie delle polizze con massimali più elevati, come già avviene per la RCA, anche nel settore edile, in cui gli incidenti sono spesso fatali».

«Alan è morto sul posto di lavoro, aveva solo 23 anni, ancora non riusciamo a credere che non lo rivedremo mai più – commentano con un filo di voce i genitori della vittima - Sono passati undici anni dall’incidente e non c’è giorno che non ci troviamo a fare i conti con il dolore straziante per la sua perdita. Abbiamo proposto ai fratelli di chiudere la questione con 250.000 euro, somma che ci avrebbe permesso di estinguere il mutuo che Alan aveva acceso per ristrutturare la casa dove avrebbe dovuto trasferirsi e che stava ristrutturando piano piano con le sue stesse mani, ma non hanno avuto la sensibilità di accettare la nostra proposta. Ci avrebbero potuto aiutare in questo modo, eravamo disposti ad accettare per avere un po’ di serenità e invece ci ritroviamo a pagare un mutuo alla nostra età e ancora per parecchi anni. Abbiamo anche dovuto lasciare la nostra amata casa per trasferirci in questa sulla quale grava il mutuo perché tutte e due non riuscivamo a mantenerle. Purtroppo, anche se la giustizia si è pronunciata positivamente, i responsabili la faranno franca comunque e questo ci addolora ancora di più».

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