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Mercoledì, 17 Agosto 2022
Cronaca

Vicenza: "Il velo al lavoro va bene, basta non farsi vedere"

La Corte Europea ha deciso che le aziende possono vietare lo hijab alle dipendenti. Nel vicentino le ditte già lo fanno, ma solo se la donna è a contatto con i clienti

Dopo la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che ha stabilito la possibilità delle aziende private di poter vietare alle loro dipendenti di indossare indumenti considerati religiosi, come lo hijab, c’è preoccupazione anche nella comunità islamica vicentina. “Mi sembra una sentenza discriminante – commenta Abderahim Rom , responsabile del centro culturale islamico di Vicenza “Ettawba” – tantissime donne lavorano nel vicentino e per gli imprenditori il velo non è un problema”. Ma non è sempre così.

Sara, venticinquenne italiana di origine marocchina e di fede islamica racconta di aver lavorato per quattro anni con il velo e di non aver mai avuto problemi con gli imprenditori vicentini per il fatto che lo indossava, anche se in realtà qualche intoppo l’ha trovato in quelle situazioni nelle quali doveva stare a contatto con il pubblico: “Lavoravo nel reparto logistico di una ditta di trasporti di Vicenza e non ho mai avuto problemi – spiega – ma in banca non mi hanno accettata proprio per il fatto che portavo il velo anche si io ho fatto ragioneria e professionalmente sono molto preparata. Penso che questa cosa sia dovuta ai fatti successi in Francia e da un certo punto di vista lo capisco”.

Secondo una recente ricerca del “Centro Ecumenico Eugenio IV” di Vicenza la presenza più significativa di membri di altre religioni nel vicentino è rappresentata dai musulmani, che si raggruppano in una ventina di centri culturali e raggiungono complessivamente il numero di 25/30 mila fedeli. Più della metà sono di genere femminile. “Il 70% delle donne islamiche di Vicenza lavora – aggiunge Abderahim – non solo come domestiche ma molte nel settore industriale e artigianale, ad esempio ventiquattro sono occupate un’azienda agricola di Gambugliano, e la maggior parte indossa il velo”.

Le situazioni nel mondo del lavoro sono però abbastanza sfaccettate. Jihad, una giovane islamica con un nome quantomeno spinoso, ha lavorato per anni da un commercialista e ora è impiegata in una concessionaria auto al front office. E ha sempre indossato lo hijab come A., una ragazza che è stata assunta in banca a Thiene, al contrario di Sara, pur portando l’indumento religioso. Il Corano, sull’argomento, è molto chiaro. Nelle famiglie mussulmane è infatti l’uomo che deve provvedere al mantenimento della famiglia e la donna, se lavora, ha il diritto di tenersi i suoi risparmi.

La donna sposata che segue la religione islamica porta il velo nel caso di un impiego scelto da lei, mentre se deve trovarsi un posto di lavoro, perché magari il marito è disoccupato, può decidere di non indossarlo per necessità famigliari. In questo caso non va contro a nessun principio della sua religione. “Se mi dicono di levarlo sennò non prendo il lavoro, faccio a meno di lavorare e non lo levo”, conclude Sara che è appunto sposata e che proprio oggi ha un colloquio di lavoro: “Vado a questo appuntamento ma non tranquilla, ho un po’ di ansia e paura che mi valutino più per come sono vestita che non per le mie capacità”.

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