Caso Bachri, l'ambasciatore: "Nessuna accusa formale, Karim sta bene"

Le dichiarazioni di Massimo Marotti sull’attività svolta dal corpo diplomatico italiano in relazione all'arresto del 24enne di Trissino

Il carcere di Roumieh (Foto da Onu Italia)

Il caso di Karim Bachri non è un semplice arresto di un connazionale in terra straniera.

Le certezze

È una vicenda dai contorni sfumati dove le uniche certezze sono la sua detenzione in una caserma nelle vicinanze del carcere di Roumieh, l’accusa che formalmente non è stata formulata, l’opera di assistenza continua dell’Ambasciata italiana a Beirut, il buon stato di salute di Karim e la visita della madre, sia ieri che oggi. Queste sono le verità incontrovertibili, certe.

Le ipotesi

Le deduzioni che si possono fare rimangono tali anche se sembrerebbe logico pensare che l’ambito di cui stiamo parlando riguardi un’indagine delle autorità libanesi per terrorismo. Per legge, infatti, solo in questo caso si ha la facoltà di arrestare e tenere una persona in carcere a tempo indeterminato senza un capo d’imputazione certo.  

Le dichiarazioni dell'ambasciatore

Oggi (giovedì) abbiamo parlato con l’Ambasciatore italiano a Beirut, Massimo Marotti, che ci ha informato sull’attività svolta dal corpo diplomatico italiano in questa specifica situazione e sulle condizioni di Karim.

Dal giorno dopo l’arresto, l’azione della diplomazia italiana è stata continua nel dare il massimo supporto al connazionale detenuto. Sono state 14 le visite dei funzionari italiani in carcere, sia per vedere le condizioni fisiche del ragazzo, sia per dargli generi di conforto e libri da leggere. Anche le comunicazioni tra Karim e i suoi familiari sono sempre state senza troppe restrizioni. In questi mesi ha potuto parlare telefonicamente con la madre, il padre e l’avvocato Tony Chidiac. La ISF, l’Internal Security Forces, come polizia territoriale starebbe indagando a trecentosessanta gradi negli spostamenti e nelle relazioni che Karim avrebbe tessuto in Libano, da qui l’ovvietà nel pensare che sia stato scandagliata la sua mail, il suo telefono e il suo computer.

I punti interrogativi

In ogni caso troppe domande rimangono inevase e troppe zone d’ombra abbracciano la vita di questo ventiquattrenne di Trissino. Finché non sarà definito il capo d’imputazione ogni affermazione dovrà essere pesata con l’incertezza, senza evitare di porsi i giusti quesiti sui suoi viaggi in zone “sensibili”, sulla disponibilità economica avuta per fare questi viaggi, sul lavoro del padre al Ministero della Giustizia in Marocco, sullo “zio d’America”, che la famiglia lo descrive come un rettore universitario negli Stati Uniti, ma di cui non si trova traccia.

È una caccia al tesoro questa storia veneto-libanese, dove in palio c’è la verità sull’arresto di un ragazzo. Una verità che sembra essere ogni giorno più inquinata da fonti non ufficiali, non certificate e non dette. Dove la narrazione prende il sopravvento sulla realtà dei fatti. Chi stia giocando questa partita si può solo immaginare, vista la delicatezza dell’argomento. Noi proseguiremo raccontando i fatti.

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