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Va in ospedale per un taglio, prende il Covid e muore a 53 anni

La vittima si chiamava Giancarlo Pilati e abitava a Gallio. Secondo i familiari, che hanno presentato un esposto, l'uomo sarebbe rimasto contagiato al nosocomio di Asiago dove si era recato per mettersi qualche punto

È una storia tragica quella di Giancarlo Pilati, 53enne di Gallio, morto di Covid lo scorso 9 febbraio. Secondo la ricostruzione di Studio3A, società specializzata nelle valutazioni delle responsabilità sia sul piano civile sia sul piano penale, l'uomo avrebbe si sarebbe infettato all'ospedale di Asiago dopo un banale ricovero per curarsi una ferita all'occhio. Per questo i familiari, dopo aver contattato la società di consulenza, hanno presentato un esposto ai carabinieri della stazione di Asiago chiedendo all’autorità giudiziaria di verificare se sussistano responsabilità da parte dei sanitari che hanno seguito il loro caro, non tanto per le cure prestategli quanto per le misure di prevenzione adottate onde evitare il diffondersi del virus.  

«Pilati, il 14 gennaio 2021, ha la sventura di dover accedere all’ospedale, quello di Asiago, nel momento meno opportuno per via della pandemia: a causa di una banale caduta occorsagli mentre si trova a casa in camera da letto, si è procurato una brutta ferita lacero contusa in un punto delicato, appena sotto l’occhio destro, e necessita dell’apposizione di alcuni punti di sutura. Potrebbe cavarsela in un paio d’ore al Pronto Soccorso, ma il cinquantatreenne soffre praticamente da sempre di problemi di saturazione sanguigna molto bassa e quindi i medici preferiscono ricoverarlo per qualche giorno nel reparto di Medicina», spiegano da Studio 3A, aggiungendo: «Giancarlo entra da “negativo” al nosocomio: facendo parte della coop sociale asiaghese San Matteo, ogni dieci giorni viene sottoposto a tamponi, risultati sempre negativi, come i ben cinque test che gli saranno effettuati durante la degenza fino al 21 gennaio. Il paziente sta bene, tanto che quel giorno i suoi congiunti vengono avvisati che il loro caro verrà dimesso nel pomeriggio dell’indomani, 22 gennaio, e che sarà accompagnato a casa direttamente in ambulanza».

Ma alle 14.30 di quel 22 gennaio, la situazione precipita. I familiari della vittima vengono nuovamente contattati da una dottoressa dell'ospedale che li informa di un “dubbio” sull’esito dell’ultimo tampone rapido effettuato su Pilati, spiegando che l’indomani lo avrebbero sottoposto per scrupolo al controllo sierologico. «E il 23 gennaio arriva la mazzata - aggiunge Studio3A - l’esito questa volta è positivo, il paziente è rimasto contagiato e il coronavirus non può che averlo contratto in ospedale, non essendo ovviamente mai uscito né avendo ricevuto visite. Viene trasferito nel reparto Covid dell’ospedale, ma le sue condizioni peggiorano sempre più, tanto da doverlo condurre all’ospedale di Santorso in terapia intensiva: i medici gli mettono il “casco”, poi sono costretti a intubarlo, ma i polmoni non rispondono e alla fine anche il suo fisico cede. Il 9 febbraio si arrende».

Alla disgrazia si aggiunge poi un particolare inquietante. I familiari di Pilati raccontano infatti che quando viene riconsegnata loro la borsa con gli effetti personali del parente deceduto, l’anziana madre e il fratello trovano una tessera sanitaria che non è sua: chiamano l’ospedale, da dove li invitano a riporre subito il documento dentro una busta in quanto appartenente a un paziente positivo che avrebbe potuto a sua volta infettare anche loro. «Purtroppo stiamo già seguendo numerosi casi sul genere e che come primo passo abbiamo richiesto tutta la documentazione clinica per vagliarla attentamente», conclude Studio3A, che ha appunto  deciso di procedere anche con un esposto interessando della vicenda la Procura della Repubblica di Vicenza.

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