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Mercoledì, 18 Maggio 2022
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Vicenza, un lungo filo di sangue in sacrestia

Alberto Belloni, giornalista e scrittore, racconta una Vicenza nera, fatta di omicidi efferati e criminali pericolosi. Pensare che siamo la "sagrestia d'Italia"...

Quand’ero bambino sentivo i più grandi mormorare: “Cossa vuto, semo nella sacrestia d’Italia…” e chissà perché immaginavo che quella parola avesse una qualche attinenza con i mobili della cucina.

Crescendo, ho intuito che voleva significare città di chiese e caserme, nella quale comandava la Chiesa e al cui interno non succedeva mai niente di clamoroso. E’ stato solo entrando nell’età adulta che ho capito quanto si sbagliavano. In particolare quando ho scritto “Giro di nera”, un mio saggio del 2004, nel quale andavo ad esaminare i principali fatti di sangue avvenuti in terra berica dal Dopoguerra in avanti. Certo Vicenza non è mai stata una Chicago anni ’30 e nemmeno la Milano di Lutring e di Vallanzasca o la Napoli delle faide di camorra, tuttavia, sotto l’apparente quiete provinciale, anche da noi sono serpeggiate violenza, delitti, tradimenti e misteri. Ricordiamo appena qualche caso, tra i più clamorosi, partendo dalla sanguinosa rapina all’oreficeria Lovi di ponte San Paolo, nel capoluogo.

Eravamo nel marzo del 1973. Quel colpo è rimasto nella storia non soltanto per la tragica fine degli ostaggi, Edda Fantin e Maria Luisa Vettore, che i tre banditi si portarono via nella fuga poi conclusasi con lo schianto fatale, ma anche (e forse soprattutto) come primo esempio di copertura mediatica di un evento criminoso. Allora non esistevano radio libere (le prime nacquero l’anno successivo) né ovviamente internet. Fu la televisione a fare la parte del leone, mandando nelle case, quasi in diretta, le immagini delle trattative convulse e poi del tragico epilogo. Inaugurando così una spettacolarizzazione della sciagura che troverà dieci anni dopo il suo culmine nella disavventura di Alfredino Rampi a Vermicino.

ludwig1-2Come dimenticare poi la bomba di Thiene, che dilaniò tre giovani extraparlamentari di sinistra nell’aprile del 1979 o l’anno successivo il duplice omicidio di due frati di Monte Berico firmato Ludwig, una fantomatica sigla neonazista cui furono associati, quasi subito, Wolfgang Abel e Marco Furlan (nella foto). Un’enorme eco ebbe successivamente, nel 1991, la spietata esecuzione sotto casa dell’avvocato vicentino Pierangelo Fioretto, un agguato di chiaro stampo mafioso sul quale non è mai stata fatta completamente luce.

Possiamo continuare la parziale carrellata con il sequestro di Carlo Celadon, rampollo di una importante famiglia di conciari arzignanesi. La sua detenzione nella caverna della Ndrangheta calabrese durò dal gennaio 1988 al marzo 1990 e resta la più lunga prigionia di un ostaggio nella storia dei sequestri in Italia. L’ultima citazione spetta alla complicata indagine seguita al ritrovamento, nel gennaio del 1998, del cadavere del cameriere sardo Gianluca Cardia, seppellito sotto poche badilate di terra nel cortile interno del Ristorante Pedavena a Vicenza. Una lunga, sorprendente, scia di sangue e di intrighi fatta di piccoli e grandi fatti che hanno scosso e fatto discutere la nostra provincia.

Aggiorniamo a questo punto la lista con l’ultimo caso, in ordine di tempo. Un altro caso a suo modo rappresentativo perché contiene tutti i perfetti ingredienti per alimentare il cicaleccio popolare: sesso estremo, rapporti torbidi e indagine lampo, il tutto condito da un epilogo subitaneo e clamoroso. Ci riferiamo al caso di Federica Giacomini, la pornostar scomparsa circa un anno fa e del suo mentore e carnefice, Franco Mossoni, 55 anni, detto il Rambo dei Berici. Il pasticciaccio nasce quasi in sordina allorchè l’uomo, vestito alla maniera dell’ex berretto verde interpretato da Sylvester Stallone ed in evidente stato di alterazione mentale, si presenta all’Ospedale a Vicenza seminando il panico tra i degenti. La Polizia lo ferma e riscontra che ha alle spalle sia un reato di omicidio negli anni ’70 che un’evasione dal carcere di Brescia.

chi l'ha visto pornostar-2Il magistrato lo affida a questo punto ad una struttura protetta e ordina subito una perquisizione nella sua casa, dove vengono scoperte armi e abiti femminili appartenenti all’amante: la 47enne diva hard Federica Giacomini (nella foto) (in arte Ginevra Hollander). Solo che la donna non si trova e la sua assenza, come appura la Squadra Mobile di Vicenza, dura ormai da quasi tre mesi. Scatta subito un’inchiesta serrata e, grazie anche ad una segnalazione arrivata dalla trasmissione “Chi l’ha visto”, arriva clamorosamente la testimonianza di un barcaiolo di Castelletto di Brenzone. L’uomo ricorda di essere stato ingaggiato dal Mossoni, presentatosi nell’occasione come esperto di biologia acquatica, per deporre sul fondo del lago di Garda una sorta di stazione di rilevamento dati. Si trattava, secondo il suo racconto, di un grosso contenitore di plastica blu, munito di strane antenne e piuttosto pesante, chiuso con una corda sul lato lungo e con fascette di plastica bianche su quello corto. Gli inquirenti mandano prontamente i sommozzatori sul luogo indicato e arriva la temuta conferma: la cassa contiene un cadavere. Il corpo è in cattive condizioni, tuttavia, dalla mancanza di una falange nel quarto dito della mano destra e dal profilo particolare del naso, il riconoscimento risulta agevole: si tratta proprio della pornostar scomparsa. La donna è stata uccisa con diversi colpi alla testa.

Mossoni, accusato di omicidio, viene rinchiuso nell’Ospedale Psichiatrico di Reggio Emilia, dove vengono effettuati gli accertamenti del caso per stabilire se al momento del crimine fosse oppure no in condizioni di intendere e di volere. Le perizie, terminate proprio il mese scorso, lo dichiarano seminfermo e quindi imputabile. Mossoni, in sostanza, soffrirebbe di bipolarismo e di un disturbo antisociale della personalità. Per lo psichiatra incaricato dal giudice delle indagini preliminari, l’imputato non è in grado di controllarsi, di resistere agli impulsi, tuttavia è capace di distinguere il bene dal male. Il suo stato mentale potrà solo comportare un eventuale sconto di pena.


Ma perché dicevamo che il caso di Rambo e della pornostar è emblematico? Perché (come avvenuto in altri episodi di cronaca nera che ci hanno toccato da vicino, vedi i casi di Gianfranco Stevanin o di Michele Profeta) c’è di mezzo una donna di dubbia moralità e il suo assassino non è indigeno. E’ un foresto, per di più pregiudicato. E la morta conduceva una vita dissoluta, fuori dal gregge. Questo rassicurante contesto mette la gente nella condizione di leggere l’avvenimento in modo distaccato e di metabolizzare l’orrore con relativa facilità. Diversamente da quanto succede, per esempio, quando il mostro è uno di noi e il sangue scorre in famiglia, come per Pietro Maso (il quale abitava, ricordiamolo, a Montecchia di Crosara, giusto a due passi da Chiampo) o quando l’assassino è una sorta di vicino di casa e la vittima non certo una border line (come negli omicidi Gambaretto/Faedo o Paccagnella/Gavagnin). Questa è roba ben più difficile da mandar giù. E il comarò di piazza si fa automaticamente più sommesso, con quell’accento sdegnato/addolorato che tanto ispirava Ugo Facco de Lagarda, Edo Parise e Virgilio Scapin. Perché, in fondo, noi siamo davvero fatti così. Siamo vicentini…

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