Quando un caso di Covid-19 si trasforma in «farsa»

Il grafico vicentino Massimo Parise racconta «una storia incredibile di contraddizioni» che ha come sfondo la sanità berica all'epoca della pandemia

Massimo Parise (archivio personale)

Una vicenda personale che si trasforma «in commedia dell'assurdo o se si vuole una farsa incredibile fatta di troppe contraddizioni». Una madre 78enne ricoverata in una clinica definita «Covid-free» che poi presenta «i sintomi del coronavirus», le comunicazioni con gli specialisti che fanno cilecca, l'assenza di chiarezza da parte di chi dovrebbe fornire indicazioni inequivocabili agli utenti: è quanto capitato a Massimo Parise, grafico molto conosciuto in città che ha deciso di raccontare ai taccuini di Vicenzatoday.it le sue peripezie.  

Parise, lei di recente ha reso pubblica una vicenda che riguarda la sua salute e quella di sua madre, come mai lei ha usato toni così perentori?
«Il giorno mercoledì 29 aprile ho deciso di dare conto sulla mia bacheca Facebook di una storia che andava raccontata. Quando c'è di mezzo la salute delle persone che si affidano alle strutture sanitarie, private o pubbliche che siano non si scherza».

Esattamente che cosa è capitato a sua madre?
«Il giorno 8 aprile purtroppo ha avuto un incidente domestico e si è rotta il femore. Dopo l'intervento all'ospedale San Bortolo e una breve degenza è arrivato il momento della riabilitazione. A quel punto di comune accordo abbiamo deciso di fare affidamento, in regime di convenzione col sistema sanitario regionale,  sul centro clinico Villa Berica a Vicenza che a detta di quanto veniva comunicato dall'ospedale San Bortolo veniva certificato No Covid».

Poi che cosa è successo?
«Mia madre è entrata in quella clinica».

Al San Bortolo sua madre è stata sottoposta a qualche tipo di test per accertare che fosse negativa al Covid-19?
«S, le è stato praticato un tamponeì. E per fortuna era risultata negativa».

Qual è il primo pensiero che le viene in mente quando sua madre viene ricoverata?
«Chiaramente mi domando se stia bene o meno. In questo senso apprendo che ai familiari è consentito visitare i degenti. La cosa mi suona un po' strana. Comunque ne approfitto anche io, con tutte le cautele del caso per consegnare a mia madre alcuni effetti personali».

Che giorno era?
«Era un venerdì, venerdì 24 aprile. Quel giorno apprendo dalla struttura di via Capparozzo che le visite dall'indomani in poi non saranno più consentite. La sera stessa ricevo una telefonata da mia madre. Lei è preoccupata perché da qualche ora hanno chiesto ai pazienti di indossare la mascherina. Pochi giorni dopo, era lunedì 27 aprile, vengo a sapere da mia madre che la clinica proprio quel giorno non le ha praticato la fisioterapia. Contatto una responsabile la quale conferma tutto spiegando che quanto appreso da mia madre è vero. Alla richiesta di quali motivazioni ci fossero alla base di quella interruzione mi viene detto che si erano manifestati alcuni problemi».

Le è stato detto quali?
«Assolutamente no».

Poi che cosa è successo?
«Alla sera mia madre mi telefona. È disperata e in lacrime. Pensa di avere contratto il coronavirus perché ha 38 e mezzo di febbre. Io tutto sommato continuo a essere tranquillo. Le spiego che si tratta di una alterazione della temperatura con ogni probabilità dovuta alla fase post-operatoria. Capita spessissimo così. Ma il bello arriva il giorno appresso».

Sarebbe a dire?
«Il giorno appresso vado a Villa Berica per portare a mia madre un po' d'acqua. Lei non ama quella a temperatura ambiente, le piace quella fredda. So che le visite sono bloccate ma spero di potere consegnare l'acqua acquistata nel distributore interno a qualcuno. Arrivo all'ingresso e vengo bloccato da personale in tuta e maschera. Sembrava di essere sul set della serie Netflix Pandemia globale. C'era una donna che veniva portata via in ambulanza tutta intubata, come un alieno su una nave spaziale. Decisamente contrariato chiedo al personale: scusate, ma Villa Berica non era una struttura Covid-free?».

Che tipo di risposta le è stata data?
«Il personale molto imbarazzato ha spiegato che in effetti una parte della clinica era attrezzata per i casi meno gravi di coronavirus».

A quel punto?
«A quel punto mi si è gelato il sangue. Di fatto eravamo stati ingannati. La sera risento mia madre. Mi dice che il personale sanitario le ha fatto il tampone e che è stata tranquillizzata perché è asintomatica».

Sì, ma asintomatica non significa negativa. Sintomatica significa contagiata ma senza sintomi. O no?
«Appunto. Il cielo non voglia che qualcuno abbia giocato col lessico per tentare di tranquillizzare una persona che è avanti con gli anni e che magari non si accorge di certe sottigliezze linguistiche».

Sicché?
«Sicché decisamente incazzato telefono in clinica. Dalla conversazione capisco che lì è scoppiato il caos. Che il virus da diversi giorni si è diffuso in maniera incontrollata all'interno della struttura. Capisco che la notizia con ogni probabilità è stata tenuta nascosta per più di qualche giorno. E che ne ha fatto le spese anche mia madre».

Ora sua madre è ancora ricoverata lì?
«Sì. Per ben tre giorni ha avuto febbre a 38 e mezzo, nausea e diarrea: sintomi che poi sono stati superati per fortuna. Qualcuno quindi in quella clinica ha mentito se ha definito lo stato di mia madre asintomatico. Per essere precisi al telefono un operatore mi ha riferito come il personale non fosse sicuro se i sintomi fossero dovuti al Covid-19 o ad una infezione urinaria in corso».

Quindi?
«Quindi, mi pare ovvio, se non sei sicuro, non puoi affermare che sia asintomatica. E poi mi pare assai strano che un'infezione urinaria, oltre alla febbre dia nausea e diarrea. In compenso è cominciato il tiramolla della mia quarantena. Quarantena che chiaramente è scattata perché io sono stato a contatto con un soggetto positivo».

Nello specifico come è andata?
«A essere pignoli sono stato io ad autodenunciarmi, mi si passi il termine un po' forte, al numero verde Covid della Regione Veneto e a quello della Ulss berica. È una questione di correttezza alla fine».

Ha chiesto le facessero un tampone?
«Sì».

E la risposta quale è stata?
«No».

E lei che ha fatto allora?
«Subito dopo ho pubblicato il resoconto di questa storia aggrovigliata su Facebook, sulla pagina Sei di Vicenza se che è parecchio seguita in città. E a quel punto, guarda caso chissà perché, in via del tutto eccezionale, per via della mia professione di grafico, così mi è stato detto esplicitamente, si sono spalancate le porte del paradiso».

Che intende dire?
«In pratica mi è stato detto che lorsignori avevano acconsentito a sottopormi a tampone. Nel frattempo però si è creata una situazione kafkiana».

Come mai?
«Eh, al grottesco non c'è mai fine. In quanto esposto mi era stato ordinato dagli operatori telefonici di rimanere a casa. Al contempo però mi era stato detto che per eseguire il tampone mi sarei dovuto recare di persona in ospedale. Per evitare di incorrere in qualche sanzione ho chiesto lumi ai carabinieri perfino, anche perché mi era stato riferito che l'ospedale non fornisce un lasciapassare specifico a colui che è confinato in quarantena ma che al contempo è convocato in ospedale».

E così?
«E così mi sono trovato nella situazione per cui né i militari dell'Arma né il centro di microbiologia del San Bortolo sono stati in grado di darmi il benché minimo ragguaglio. Alla fine dopo un'ultima estenuante telefonata al centro Covid regionale, lì e solo lì, mi è stato comunicato, a voce peraltro, che non ci sarebbero stati problemi per recarmi in ospedale per il prelievo dei miei fluidi nasali e orali».

Va bene, ma questo benedetto tampone è riuscito a farlo o no?
«Sì, l'ho fatto».

In che data?
«Lunedì 4 maggio. Con esito negativo».

Quindi lei può uscire di casa adesso?
«No».

Come no?
«Perché il mio medico di famiglia mi ha spiegato che per essere sicuri della mia negatività occorrerebbe attendere l'esito di un nuovo tampone visto che non è infrequente il fenomeno dei falsi negativi».

E questo nuovo tampone quando sarà effettuato?
«Pare che al momento non sarà effettuato perché, sempre il mio medico di famiglia mi dice che stando ai protocolli regionali non è previsto un secondo tampone giacché il primo è stato negativo».

Quindi lei adesso è in isolamento pur con tampone negativo?
«Sì. Che cosa devo dire? Lei capisce in quale razza di commedia dell'assurdo la mia famiglia è stata cacciata».

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Che insegnamento ne ricava?
«Che a fare i proclami sulla stampa sono buoni tutti. La realtà nel dettaglio è cosa ben diversa. L'organizzazione in frangenti del genere vale oro. Adesso mi aspetto accertamenti degni di questo nome. Sto seriamente pensando di informare le autorità preposte. Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere. Come diceva il grande scrittore Ennio Flaiano in Italia tutto è grave ma nulla è serio».

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