Un libro sospeso tra amore, morte e sogno

Sono i temi attorno ai quali si dipana l'ultimo lavoro del poeta vicentino Edoardo Gallo «La verità è un bambino dagli occhi grandi»

Il poeta vicentino Edoardo Gallo

La parola come centro della poesia: la scrittura come forma di comunicazione per arrivare alla prima. È a questa sorta di ciclo vivifico che il poeta vicentino Edoardo Gallo, ha affidato la sua «cifra compositiva» dalla quale ha tratto «linfa e ispirazione» per dare corpo a «La verità è un bambino dagli occhi grandi». Gallo ai taccuini di Vicenzatoday.it parla della sua ultima opera (concepita tra il finire dello scorso anno e il gennaio del 2020 e che sarà alle brevissime in libreria) un attimo prima che la comunità vicentina e quella del globo intero affrontassero la pandemia da Covid-19 che per l'autore è stata l'occasione «per una riflessione molto meditata» sulla natura dell'uomo e degli uomini.

Dunque Gallo che cosa l'ha spinta a scrivere «La verità è un bambino dagli occhi grandi». Come nasce la scelta di questo titolo?
«Il titolo nasce in ragione di un verso contenuto in una poesia; nei miei libri i titoli non esulano mai dal contenuto del libro. Per di più la poetessa e filosofa Grazia Apisa, che sin dalla prima raccolta antologica cura sempre una delle prefazioni, è rimasta molto colpita da questo verso e così ho pensato di usarlo come titolo. Ecco tutto».

Quali sono i temi ricorrenti, i temi forti attorno ai quali è stato pensato il suo ultimo lavoro?
«Direi l'amore e sottolineo in ogni sua forma. E poi la morte: non quella fisica ma quella dei nostri sogni, dei desideri, dei valori. E poi c'è l verità naturalmente».

Da dove deriva questo bisogno di verità? 
«Onestamente credo il mondo parli da sè. La verità, mai come in questo periodo, è necessaria. In troppi ancora credono che non dirla o ridurla facendone una trappola per ingenui come dice Rudyard Kipling nel suo famoso "SE", sia un modo per sfuggirle, per nascondersi. E non manca chi crede che questa fuga continua dalla verità sia alla fine un modo di vivere saggio, intelligente e furbo».

E invece?
«E invece io credo il contrario: credo che dirla e professarla sia un atto di coraggio molto vicino al fare poesia».

Un atto di coraggio? E perché?
«Se il presupposto è quello di cercare di guardare il mondo, le persone e soprattutto noi stessi, ecco che la poesia diventa gioco forza un atto di coraggio».

Va bene, però la ricerca della verità, comunque la si intenda, è un patrimonio comune a tanti: un patrimonio al quale in tanti sostengono di voler tendere. Per cui quale è il nesso con la poesia che poi in fondo è, non solo, l'espressione metaforica attraverso determinati costrutti stilistici dei contenuti in primis umani?
«Bisogna essere chiari. Io non mi riferisco a chi racconta la verità esprimendola a parole, perché la verità spesso resta un punto di vista assolutamente personale; né tanto meno è mia intenzione addentrarmi in un discorso filosofico che porta a rapportarsi con concetti di tipo ontologico».

E allora che cosa intende per verità?
«Io la intendo nell'essere genuino. Che è una dimensione che nasce dal non nascondere le proprie debolezze, le proprie fragilità. L'essere vero è la verità di chi esce allo scoperto e manifesta la propria nudità senza vergogna, ma anche senza cattiveria e invidia e sempre con rispetto verso sé stesso e gli altri».

Detto in altri termini ci vuole coraggio per esporre il proprio io e quindi le proprie debolezze?
«Direi proprio di sì».

Con quali conseguenze nel nostro vivere?
«Con la poesia possiamo essere molto veri, dirompenti e quindi, poiché si acquisisce consapevolezza per rompere certi schemi, possiamo essere liberi».

Più nel dettaglio come è nata l'idea del libro?
«La verità è un bambino dagli occhi grandi è il mio terzo libro in quattro anni».

Lei sta scrivendo molto. È solo, si fa per dire, passione?
«Scrivere poesia è per me una vera medicina, tanto che cerco di ritagliarmi un po' di tempo soprattutto nelle ore notturne. Dico di più. La poesia è una forma di introspezione che mi ha portato nel tempo a convincermi che la poesia stessa abbia una forte capacità terapeutica e rigenerativa. Ecco che arrivare a pubblicare una silloge, o ricerca antologica che dir si voglia, è la logica conseguenza del percorso personale e poetico che sto facendo».

E allora alla luce di queste considerazioni che cosa è per lei la parola. E che cosa è la scrittura? Quanto sono simili? Quanto sono distanti?
«La parola è l'anima, il centro della poesia. La scrittura è una forma di comunicazione. Tra le due la parola è necessaria per arrivare all'altra. La sua ricerca è a volte spasmodica, a volte sofferta. E poi va sempre tenuto bene a mente un concetto».

Sarebbe?
«È sbagliato credere che tante parole insieme facciano la scrittura».

Sembrerebbe una ovvietà. O no?
«Sembra, ma non lo è. Scrivere è un'arte che presenta anche delle regole e così a maggior ragione la poesia. Per descrivere il sentire più intimo è necessario amare la parola. È come un gioco erotico dove l'aspetto emotivo e quello ludico-razionale si compenetrano. Alla fine è un corteggiamento continuo, sfibrante e entusiasmante se si vuole, che porta poi all'avvicinamento ed infine all'unione della parola col pensiero».

Quando è entusiasmante?
«È entusiasmante quando, con poche parole, si riesce a descrivere qualcosa di grande come ad esempio una emozione. Quando in una parola si trova, lo ribadisco, tutta l'essenza del proprio pensiero. Quando con una metafora si riesce ad arrivare oltre la parola stessa. Senza la parola la scrittura non potrebbe esistere, tantomeno la scrittura poetica e certamente la poesia. Dal contrario invece non può nascere certamente nulla di molto interessante».

Gallo tra le sue esperienze c'è anche un percorso articolato tra musica e parola. È vero?
«Sì è vero».

Come è cominciato questo cammino e quale musicista l'ha accompagnata?
«Tre anni fa ho conosciuto per caso Giuseppe Laudanna, noto compositore e pianista di scuola partenopea. Mi propose di accompagnarmi con la sua musica in modo improvvisato e fu un vero successo».

E poi?
«E poi alcuni giorni dopo mi inviò un file della mia poesia "Parole" da lui appositamente musicata. Era nata la prima poesia in canzone».

La cosa in seguito come ha preso corpo?
«Durante gli ultimi due anni abbiamo dato vita a diversi eventi con un buon successo e via via il nostro progetto è cresciuto. Si è evoluto. Però mancava ancora qualcosa: il nome, una parola, appunto, che definisse cosa stavamo facendo in modo immediato».

A quel punto che cosa è capitato?
«A farla breve lo scorso febbraio abbiamo coniato un neologismo, qualcosa che unisse in modo indissolubile in un'unica anima la poesia e la musica, e così è nata PoeMusia».

È proprio un neologismo?
«Sì, certo».

Che cosa vi unisce? In che cosa differite? Il vostro pubblico che cosa dice di voi?
«Ci unisce la grande passione ed amore per questo progetto. Quando terminiamo una nuova PoeMusia siamo già protesi alla successiva. Così proprio per questo motivo diversi lavori sono stati terminati ma non pubblicati».

E per il resto?
«Per il resto ciò che ci unisce è proprio la nostra differenza».

Sembrerebbe un ossimoro tanto per rimanere in tema di figure retoriche. È così?
«Al di là dei giochi di parole Giuseppe è un professionista della musica e con la musica ha un solido matrimonio: mentre io sono un amante passionale della poesia».

Continuano le figure retoriche. Le piacciono molto?
«Quando servono. Ad ogni modo noi due siamo estremamente attenti nel rispettarci e così ogni nuovo lavoro ha sale e zucchero in quantità equilibrata. Quindi nasce dalla sensibilità di entrambi».

E in termini di pubblico come stanno le cose?
«Il progetto PoeMusia ha un pubblico molto eterogeneo tanto che sono stato invitato anche a presentare la poesia presso alcune scuole primarie e secondarie. Ma sono anche stato invitato da alcune associazioni culturali partecipando pure ad alcun festival della poesia in tutta Italia sia da solo che con il maestro Laudanna».

Va bene, ma il pubblico?
«Il nostro pubblico è sempre più numeroso ed attento e i nostri eventi da tradizionali presentazioni di libri e appuntamenti culturali, si sono trasformati prima in spettacoli ed ora in veri e propri concerti tanto che ci vengono richiesti brani fuori scaletta perché entrati nel cuore delle persone. La cosa non può farci che piacere, però di pari passo senti di volere il meglio per chi viene ad ascoltarti».

In questo contesto quale è la cosa più bella quindi?
«La cosa più bella è vedere nel volto del pubblico quell'emozione che fa sentire bene noi e loro e ciò significa che siamo riusciti a toccare le giuste corde».

Che valore, che senso, quali opportunità le dà la scrittura ai tempi del Covid-19? Come concilia lei la sua professione di direttore commerciale, una professione in cui l'aspetto razionale con tutto il suo bagaglio contano parecchio, con la passione per la poesia, che sembra essere distante da questo ambito?
«Scrivere è una vera necessità e serve proprio a tagliare lo stress del lavoro. Stiamo vivendo uno dei momenti peggiori e più aridi della nostra civiltà moderna e globalizzata. Poco tempo fa ho annotato in mente tre parole che ritengo fondamentali: rinascimento, umanesimo e poesia. Credo che se non riscopriremo i valori intrinseci racchiusi in queste tre parole perderemo definitivamente la giusta direzione».

E per il Covid?
«L'emergenza Covid-19 a mio avviso non ci ha reso migliori se non per un breve periodo durante il quale ci siamo illusi. Come spesso capita, quando sembra scampato il pericolo, ci si dimentica velocemente della paura avuta, dei buoni propositi che avevamo proclamato qua e là, in primis verso noi stessi».

Vicenza, culturalmente sonnecchia? C'è bisogno di un po' di pepe? Di brio? Che lode fa lei ai vicentini. E quale critica muove?
«Vicenza è una delle città più belle d'Italia e io che l'ho vissuta negli anni '80 e '90 posso dire serenamente che finalmente ha trovato il giusto passo valorizzando la sua immagine anche attraverso la cultura e le bellezze che le sono proprie. Ora sembra proprio essersi mossa nella giusta direzione motivando anche i turisti non solo a venire di passaggio ma a fermarsi e visitarla. I vicentini amano l'arte e la cultura; chiedo loro di investire in questo settore, di sponsorizzare le iniziative, di sostenere non solo lo sport, di acquistare libri nelle librerie e di partecipare a tutte le iniziative anche degli artisti locali, alcuni di alto livello, che meritano di essere seguiti e applauditi. Noto segnali incoraggianti sia dalla amministrazione cittadina che dai privati».

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Insomma lei non muove alcuna critica?
«No, piuttosto diciamo che serve continuare con coraggio nel correre lungo il sentiero iniziato».

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