Il tradimento - Il capolavoro del "bagoìna": la fuga di Maniero

Dalla mancata attuazione del piano di fuga dal carcere di Vicenza, è scesa la “nebbia”: il trasferimento del boss a Padova, i cablogrammi da Roma sul rischio evasione e l'entrata in scena di Giancarlo Ortes

È stato l’arresto di Salvatore Trosa, dopo il piano di fuga sventato a Vicenza, a fare entrare in scena il “pizzaiolo” Giancarlo Ortes detto “bagoìna”. Un personaggio con piccoli precedenti che non poteva essere attenzionato come appartenente alla Mala. Un “povero diavolo” sempre indebitato, con una moglie che stava lasciando per la sua nuova fiamma: Naza Sabic. Uno dei tanti. Ma, come succederà molte volte in questa inchiesta, ciò che sembra non è.

L’anonimo pizzaiolo non era un killer, non era da “batteria di rapinatori”. Lui conosceva ed era conosciuto. Lui organizzava, procurava, trasportava. Non scelse solo il commando che andò a liberare Maniero, non svolse solo il ruolo di “telefonista”. Fu anche un buon corriere, che trasportò pacchi di cocaina alla mala romana per conto del boss. Una persona che parlava il dovuto con tutti. Guardie e ladri, a seconda della convenienza e dell’occasione. E svolse il suo ruolo nel migliore dei modi. Forse anche troppo semplicemente, per quella che fu definita la fuga più incredibile mai avvenuta in Italia.

L'operazione

Un’evasione da film, mancava solo il ciak che venne sostituito da una telefonata misteriosa che avvenne fuori dal carcere. Il commando era composto da gente fidata, fredda e professionale: Andrea Zamattio detto “il computer”, Andrea Batacchi, Sergio Favaretto, “il nero” Fiorenzo Trincanato, il “rosso” Antonino Tucciarello e la “mente” Giancarlo Ortes. Furono scelte e rubate due macchine che potevano essere tranquillamente in forza ai carabinieri del Ros: un Alfa 33 e una Fiat Croma, entrambe blu. Dentro queste una piccola “santabarbara” con pistole e Kalashnikov.

Il “semaforo verde” viene dato alle 4.12 del 14 giugno. Il “finto” carabiniere e altri tre complici, con pettorina d’ordinanza, suonano alla porta carraia del penitenziario. A rispondere da dietro il vetro antiproiettile è il capoposto: R.Erbì, uno degli agenti che non doveva trovarsi in quel ruolo e in quel momento, secondo le direttive del direttore del carcere. Con lui due giovanissimi agenti armati di pistole e M12 d’ordinanza.

L'ingresso del commando

Sorveglianza esterna dei carabinieri, stranamente inesistente. “Dobbiamo prelevare dei detenuti”, sono queste le parole che bastano, insieme a un tesserino del Ros, per far abbassare la guardia all’agente Dario Delle Noci, che viene spinto via dal capoposto che apre il primo cancello al commando. Il secondo e il terzo erano già stati aperti in precedenza sempre sotto l’ordine del capoposto. Una prassi inconsueta, visto che dopo la mezzanotte, i trasferimenti devono essere preavvisati con autorizzazioni particolari. Soprattutto nel “Fort Knox” della detenzione.

Appena entra, il commando armato di pistole e fucili, disarma i tre agenti del corpo di guardia e i cinque addetti al mezzo blindato solitamente usato per il controllo esterno. Mezzo stranamente parcheggiato in cortile, quella notte. Da quel momento, il capoposto Erbì, con una pistola alla nuca, è la chiave per passare tutti e sette gli sbarramenti per arrivare alle celle del boss e degli altri fuggitivi. Sono almeno una ventina gli agenti messi a tacere dal commando e, nella concitazione del momento, ad uno di essi, i criminali lasciano la pistola nella fondina. Poteva essere un madornale errore, ma non quella notte.

Tutti si arrendono senza fare niente, senza neanche provare a spingere il pulsante dell’allarme. Nel frattempo il commando arriva a destinazione e apre le celle di Maniero e Sergio Baron, del suo braccio armato Mario Pandolfo, del camorrista Carmine Di Girolamo, dell’uomo della Sacra Corona Unita pugliese Vincenzo Parisi e di un grosso trafficante di droga turco, Nuo Berisa.

Tutto fila liscio quella notte

le guardie sulle torrette non notano niente di strano, non un colpo viene sparato, non un pugno, uno schiaffo. Come in una rapina ben congegnata, tutto rimane dentro ai tempi prestabiliti.

Ma chi aveva fatto da basista? Chi aveva fornito il supporto interno? Gli inquirenti, la risposta, la trovarono facilmente nel capoposto Erbì. Quando il commando lasciò il carcere con il suo “carico umano”, lo fecero tenendo sotto tiro l’agente della penitenziaria che li aveva accompagnati nel loro “tour” ai Due Palazzi. Dopo essersi fermati in una trattoria, l’Antico Guerriero, ad alcuni chilometri dal carcere, lo liberarono a Cadoneghe mentre i fuggitivi si divisero cinquanta milioni a testa e presero ognuno una direzione diversa.

Per quanto Maniero fosse noto per essere scappato in modo rocambolesco dal carcere di Fossombrone, non ci furono dubbi che qualcuno aveva dato una “spintarella” a questo piano. E il nome di Erbì finì subito in testa alla classifica, essendo uno degli agenti che doveva essere escluso da ogni rapporto con Maniero e la sua detenzione. In realtà non fu così. Il giorno prima della fuga, fu Erbì ad assistere “Faccia d’angelo” al colloquio con la madre e fu lui, come si è visto, a dirigere la sorveglianza del cancello e del cortile.

Quanti denari gli promise Il boss della Mala del Brenta per questo tradimento a ciò per cui aveva giurato? Cinquecento milioni di lire. Quanto ci guadagnò veramente? Un Rolex, cinque milioni di lire e sette anni di carcere. Ma non fu il solo agente a finire con le manette ai polsi. Era troppo grande “il gioco” per un ventinovenne. Non poteva essere stato solo lui il cavallo di Troia. E neanche le altre guardie successivamente arrestate.

Il memoriale strappato

Nel memoriale, che scrisse dietro le sbarre e che uscì dal carcere con delle pagine strappate, Erbì disse qualcosa che avrebbe gettato ulteriori ombre su tutta la vicenda. Parlò di una terza macchina con una persona a bordo e di altri elementi che non facevano parte della Mala del Brenta e che rimasero ad osservare la situazione come evolveva. Disse anche che non fu lui a dare il via al commando. Lui chiamò il numero di un telefono che lui stesso aveva comprato e che aveva prestato a Giancarlo Ortes. Chi erano quegli uomini? Perché servì un ora agli agenti della penitenziaria per riuscire a dare l’allarme? Da un telefono a gettoni fuori dal carcere. E Giancarlo Ortes, aveva i requisiti per inscenare una fuga così perfetta, complicata e pericolosa? Lo erano gli altri luogotenenti di Maniero? La certezza è che Giancarlo Ortes era a conoscenza di tutto, di ogni eventuale aiuto avuto da qualcuno che poteva spostare pedine ai piani alti dell’istituto penitenziario. E anche oltre. Forse per questo, doveva morire.

Nella prossima puntata

Ma come è diventato un confidente Giancarlo Ortes? Chi era nella realtà? Domande a cui risponderà, nella prossima puntata dell’inchiesta, chi l’ha conosciuto, chi ha gestito il suo cambio di casacca. Non è una storia “pulita”, è una storia nata tra la nebbia della Pianura Padana e che nella nebbia rimase. Fino ad oggi

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