Il tradimento - Il capolavoro del "bagoìna": la fuga di Maniero

Dalla mancata attuazione del piano di fuga dal carcere di Vicenza, è scesa la “nebbia”: il trasferimento del boss a Padova, i cablogrammi da Roma sul rischio evasione e l'entrata in scena di Giancarlo Ortes

Bisogna tornare indietro nel tempo per comprendere la gravità che si cela dietro il duplice omicidio di Giancarlo Ortes e Naza Sabic, avvenuto per mano di alcuni uomini della Mala del Brenta nel novembre del 1994. Solo ricostruendo, anomalia per anomalia, i fatti che si susseguirono dal maggio al novembre di quell’anno, potremo parlare non solo di “un caso” ma di “uno scandalo”. Di un “risiko” giocato in Veneto, un gioco tutto interno alle Istituzioni e alla magistratura del tempo.

Tutti sapevano

Dove inizia e finisca il corretto uso della giustizia, non è comprensibile a distanza di anni e sentenze. La certezza che abbiamo è che, dalla mancata attuazione del piano di fuga dal carcere di Vicenza, è scesa una “nebbia” che ha reso i fatti meno limpidi e certi.

Nei primi giorni di maggio del 1994, dal Ministero dell’Interno, partirono delle informative con fonogramma riservato n.22586 destinate al direttore del carcere di Vicenza, al Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria e all’Ufficio di Coordinamento servizi di sicurezza di Roma. Il contenuto parla della necessità di alzare al massimo la vigilanza sul detenuto Felice Maniero. Sia in carcere, con controlli continui alla sua cella, sia sugli agenti che lo avrebbero trasferito per le udienze all’aula bunker di Mestre. Doveva essere certificata la professionalità e affidabilità degli stessi.

Il piano fallito

Questo fonogramma era il frutto di una informativa arrivata dai servizi d’intelligence, o per meglio dire una parte di essi, che segnalarono un tentativo di fuga imminente. Un piano che venne scoperto l’11 Aprile quando, l’intercettazione di una conversazione tra uno degli uomini di punta della Mala, Salvatore Trosa, e due cugini, entrambi agenti penitenziari nel carcere di San Pio X a Vicenza, portò alla luce un piano “alla Maniero” per rendere latitante il boss. Una scaletta d’alpinista, dei seghetti speciali detti “capelli d’angelo” fatti arrivare dalla Germania e alcune pistole. Questo era il materiale che doveva entrare in carcere, a fronte di cocaina e duecentoventi milioni di lire per i due cugini.Un piano studiato nei particolari che venne sventato perché gli stessi agenti che dovevano introdurre il materiale all’interno del carcere ebbero una sorta di rimorso di coscienza. O un “sesto senso” che li portò a denunciare il progetto criminale poco prima che andasse in scena.

Il trasferimento

Dopo la scoperta di questa tentata fuga, il detenuto Felice Maniero, venne spostato d’urgenza da Vicenza a Padova. La sua Padova. Era il 13 maggio del 1994. Decisione discutibile per la troppa vicinanza al tessuto criminale e sociale che il boss aveva costruito nel tempo, ma forte di un penitenziario di massima sicurezza pensato e costruito per ospitare terroristi e mafiosi: il “Due Palazzi”. Il giorno dopo, il 14 maggio, dal Prefetto di Padova partì un “cifrato lampo, riservato” al questore della città del Santo

“Estesi appreso imminente attuazione progetto fuga da carcere Padova di detenuti Felice Maniero detto boss Brenta et non meglio generalizzato Di Girolamo. Precitati reclusi godrebbero appoggio agenti di custodia in servizio presso menzionato istituto penitenziario che consentirebbero utilizzo apparecchi telefonici e cellulari per mantenere contatti con esterno. Premesso quanto sopra, le ss.vv sunt pregate disporre per adozione misure di vigilanza et per pronta attivazione servizi infoinvestigativi. Stop. ”

La notizia era rimbalzata direttamente da Roma: Felice Maniero e Carmine Di Girolamo, un pezzo da novanta della Nuova Camorra Organizzata di Cutolo, stavano per mettere in atto un piano per darsi alla fuga. Avvertimento che, dopo la fuga, l’allora Ministro degli Interni Maroni ribadì furibondo ai giornali. Qualcuno aveva sottovalutato, volontariamente o involontariamente quell’informativa? Chi non lo fece fu sicuramente il direttore del penitenziario, Oreste Velleca. Quando arrivò il fonogramma sulla sua scrivania emanò subito l’ordine di servizio numero 106 che diceva:

“Tenuto conto della particolare personalità del detenuto Maniero Felice, qui momentaneamente ristretto si dispone che: a) il personale che dovrà essere adibito al servizio […] sarà scelto in numero ristretto tra quello che offre maggiori garanzie di professionalità e quindi in deroga al principio della rotazione. Non dovrà conoscere preventivamente di essere adibito a vigilanza di detta sezione e la destinazione dovrà essere fissata ogni volta dal Comandante immediatamente prima del turno: b) viceversa, massima dovrà essere la rotazione per quanto riguarda il personale da adibire al servizio di sentinella: c) i capiposto dovranno vigilare direttamente anche sulle modalità con cui gli agenti prestano servizio”.

Gli agenti

Il pericolo era chiaro. La “chiave” che avrebbe aperto le porte al boss della Mala erano gli agenti della polizia penitenziaria. Oltre a questo ordine, il direttore, mandò un telegramma a questore e prefetto di Padova per sollecitare l’aumento della vigilanza esterna del carcere, di competenza all’Arma, “onde prevenire aut scongiurare eventuali tentativi di evasione aut altro per l’intero periodo di permanenza presso questo istituto dello stesso”. Stilò anche una lista di agenti e graduati che, per varie ragioni, dovevano essere esclusi dal servizio di sorveglianza a Maniero, soprattutto nel servizio notturno. Tra questi spiccavano due nomi: R. Erbì e L. Serra. La minaccia era credibile, era conosciuta.

Si poteva giocare d’anticipo sulle intenzioni del boss, un vantaggio non indifferente. Ma così non fu.

L'entrata in scena di Ortes

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