Venti di guerra nel Golfo persico, sit-in davanti alla Ederle

I ragazzi del Bocciodromo manifesteranno domani, venerdì 10 gennaio, in viale della Pace a pochi passi dalla base Usa di Vicenza contro la possibile escalation in Medio oriente dopo l'uccisione del generale iraniano Soleimani ad opera di un drone statunitense

l'ingresso della Caserma Ederle a Vicenza (foto di repertorio)

Domani 10 gennaio alle 18.30 davanti alla caserma americana di viale della Pace a Vicenza i ragazzi «del centro sociale Bocciodromo» organizzeranno un sit-in. Sono preoccupati (all'evento hanno dato l'adesione in tanti compreso il sindacato autonomo Cub) per l'escalation militare nel Medioriente dopo l'uccisione a mezzo bombardamento con un aereo teleguidato da parte delle forze statunitensi del generale iraniano Qassem Soleimani, uno degli uomini chiave della repubblica sciita nello scacchiere del Golfo persico. Il fatto che Vicenza con la sua forte presenza americana (oltre diecimila parà il cui dispiegamento nella regione è già cominciato) sia uno degli snodi strategici delle operazioni Usa lungo l'asse Libano, Siria, Iraq, Iran, la dice lunga sulle preoccupazioni delle istituzioni italiane, non ultimo quelle del sindaco berico Francesco Rucco, in merito ad eventuali ritorsioni da parte degli iraniani o dei loro alleati.

L'UCCSIONE
Ma come mai Washington ha proceduto con una misura così drastica che in mezzo mondo sta suscitando ogni tipo di critica? Stando al presidente americano Donald Trump, Quassem è stato liquidato con un bombardamento mentre si trovava in missione in Iraq perché il militare persiano sarebbe stato la mente di alcuni attacchi contro obiettivi od interessi americani, ma soprattutto l'attacco avrebbe ragioni di difesa preventiva. La scelta del governo d'Oltreoceano è stata immediatamente salutata con favore da Londra, più tiepide sono state molte altre cancellerie europee. David Patraeus, già comandante delle forze Usa in Afghanistan e Iraq (Paesi in cui gli americani hanno rimediato una pessima figura sul piano bellico), intervistato dal network Public radio international (le sue parole sono state rilanciate da Il Messaggero di Roma) il generale nativo dello Stato di New York e già direttore della Cia, ha definito appropriata la mossa del presidente.

CRITICHE A NON FINIRE
Ma la scelta di Trump è stata criticata in maniera velenosa tanto che a livello internazionale, Usa inclusi, si è creato uno schieramento molto ampio che definisce il suo attacco un omicidio di Stato, premeditato su basi politiche e senza alcuna basa giuridica. La testata americana The Intercept in un lungo articolo di Alex Emmons ha descritto con dovizia di dettaglio la bagarre che si sta scatenando sia al Senato sia alla Camera bassa, ossia al Congresso. In Italia Pino Arlacchi, già vicesegretario generale dell'Onu ha usato parole di fuoco su Il Fatto del 4 gennaio in pagina 13 quando ha parlato di «assassinio politico palese, e al massimo livello, come strumento accettabile delle relazioni internazionali». Sulla stessa testata il giorno dopo il generale Fabio Mini non è andato troppo distante dal discorso di Arlacchi: per non parlare sempre rimanendo su Il Fatto, in questo caso di oggi, del j'accuse dello scrittore Massimo Fini, uno dei massimi conoscitori della politica di quella martoriata regione. 

C'è poi la critica distillata dal giornalista Giulietto Chiesa, per anni inviato de La Stampa e Mosca, il quale vede dietro la scelta del presidente Usa un vero e proprio colpo di mano «del deep state americano». Un militare della Ederle che chiede l'anonimato spiega di essere preoccupato per «una escalation militare che sembra volgere verso un folle conflitto con l'Iran» con l'amministrazione Usa che sarebbe in qualche modo la longa manus dei desiderata di alcuni ambienti israeliani e sauditi. «Io sono un elettore di Trump perché in campagna elettorale propose una politica isolazionista e non interventista propensa solo alla difesa dello spazio americano - spiega il militare ai taccuini di Vicenzatoday.it - ma il presidente è ormai nelle mani di un sodalizio che fa riferimento al segretario di Stato Mike Pompeo, al segretario della difesa Mark Esper e al capo dello stato maggiore congiunto Usa ossia Mark Milley. Con loro tre sembra di essere tornati ai tempi della dottrina neo-con tanto cara ai tre cavalieri dell'apocalisse dell'era dell'ex presidente George Bush junior». Il riferimento nemmeno tanto velato è all'ex segretario di Stato Condoleezza Rice, all'ex segretario della difesa Donald Rumsfeld e all'ex vicepresidente americano Dick Cheney. In quel periodo gli Usa spinsero a tuttii costi per una invasione dell'Iraq sostenendo che Bagdad possedesse armi di distruzione di massa. La cosa anni dopo si rivelò «lamadre di tutte le menzogne» come la ribattezzarono i detrattori di quella guerra. Una guerra dal cui ventre è poi fuoriuscita la parabola dell'Isis che sta incendiando la regione e sulla cui origine in molti puntano l'indice sulla intelligence occidentale o meglio americana, inglese, saudita, israeliana e in parte turca. 

Sul fronte politico o della opinione pubblica in Italia l'attacco Usa è stato salutato con favore dal leader leghista Matteo Salvini nonché dalla scrittrice Fiamma Nirenstein. La quale per giunta vede nell'omicidio mirato del generale persinao un necessario messaggio trasversale alla Turchia affinché Ankara non si allontani troppo dalla storica alleanza con gli Usa. La posizione di Salvini però è stata stroncata dal filosofo Diego Fusaro (uno dei pensatori di riferimento della galassia sovranista la quale da tempo occhieggia a Trump), un Fusaro che della presenza Usa in terra berica aveva parlato di recente ai taccuini di Vicenzatoday.it

LO STORICO E LA PREVISIONE AZZECCATA
Ma su quelle che possano essere le vere mire di Usa, Isralele e Arabia saudita rispetto ad una escalation in senso anti-iraniano si era espresso lo storico fiorentino Franco Cardini, uno dei massimi storici al mondo di storia del Medio oriente. Cardini in una lunga intervista rilasciata a Vicenzatoday.it ai primi di agosto aveva de facto predetto lo scenario che si è materializzato in questi ultimi giorni. «Sia con le sanzioni economiche sia con altri strumenti - rimarcava il professore - Usa, Arabia saudita ed Israele, con un certo qual appoggio da parte dell’Egitto, stanno cercando di spingere l'Iran affinché in quel Paese vada al governo una compagine molto più radicale di quella moderata che c'è adesso». Il che costituirebbe in qualche modo il preambolo per una azione militare contro la repubblica sciita.

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LO SPETTRO SUL CAPOLUOGO BERICO
Ma in queste ore ha senso parlare di Vicenza come un obiettivo sensibile di una possibile ritorsione asimmetrica da parte di Teheran? Al momento non è facile rispondere: tuttavia molti analisti internazionali sono concordi nell'affermare che la repubblica sciita rimarrà prudente ed eviterà, quanto meno per il momento, colpi di mano verso quelle cancellerie europee, Germania in primis, che hanno dimostrato scetticismo verso la scelta del governo Usa. Di più, l'Italia vanta con l'Iran una serie di relazioni commerciali molto buone e non è da escludere, come accaduto spesso in passato, che l'intelligence, d'intesa con il governo, decida di accordare al regime iraniano «un guiderdone sottobanco» perché le forze che orbitano attorno allo Stato persiano non prendano di mira obiettivi sensibili del Belpaese.

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