Martedì, 28 Settembre 2021
Attualità Schiavon

Becciu, Marogna e la sciarada Parolin

Il segretario di Stato vaticano di natali schiavonensi è chiamato a fare luce sul cosiddetto «London affaire», una vicenda non solo giudiziaria che sta scuotendo da settimane i palazzi vaticani: fra trame economiche ed operazioni finanziarie ad alto rischio

Quella del segretario di Stato vaticano, il vicentino schiavonense Pietro Parolin, sta diventando la figura chiave per cercare di comprendere le future evoluzioni del cosiddetto scandalo della Santa sede, una vicenda economica dai pesanti risvolti penali che con la richiesta di citazione a giudizio presso il tribunale vaticano sta scuotendo da mesi i palazzi dentro e fuori le mura leonine. Tra le persone finite nell'inchiesta il delegato alla Segreteria di Stato Angelo Becciu e la sua consulente diplomatica Cecilia Marogna sono forse i nomi più noti alle cronache. Uno degli enigmi che l'inchiesta dovrà chiarire (aspetto col quale Marogna non ha a che fare per vero) riguarda la compravenda di un immobile nel centro di Londra che avrebbe danneggiato le casse vaticane per decine di milioni di euro. Tuttavia sull'intera vicenda ieri 7 luglio è calata come un macigno scagliato da Polifemo una dichiarazione al vetriolo di Riccardo Sindoca. Esperto «in relazioni internazionali e criminologia», un passato in una rete informativa della Nato, il padovano Sindoca è il coordinatore del pool difensivo di Marogna: pool nel quale figurano anche gli avvocati Fiorino Ruggio e Giuseppe Di Sera.

IL MACIGNO DI SINDOCA
Non più tardi di ieri sera poco dopo le dieci sulla sua bacheca Facebook Sindoca (noto anche alle cronache beriche per essere uno degli uomini chiave del caso Safond) ha sganciato un ordigno ad alto potenziale: «In merito alla vicenda - si legge - mi riesce difficile accettare che il numero uno della Segreteria di Stato... il cardinal Parolin... si dia come totalmente estraneo ad ogni fatto, in ordine a quanto si vuole imputare, al solo Angelo Becciu».

IL RUOLO DELLA GENDARMERIA
Poi un'altra considerazione: «Quando vi è una inchiesta che riguarda la Segreteria di Stato, la Gendarmeria vaticana dovrebbe notiziare il segretario di Stato. E per tanto mi riesce difficile pensare che nulla potesse sapere chi, per certi versi, ma solo a posteriori dello scandalo pubblico», il riferimento è all'acquisto dell'immobile londinese, «avrebbe asserito trattarsi di una trattativa opaca. Diversamente si spieghi - attacca Sindoca - che cosa abbia fatto motu proprio» il cardinal Parolin «di fattivo in merito per dissentire ai tempi e non oggi...».

DUE BORDATE
Sindoca, che una riflessione sullo stesso argomento l'aveva affidata alcuni giorni fa pure alla agenzia AdnKronos, conclude il suo intervento con due considerazioni. Nella prima si domanda come mai Parolin in prima battuta elogiò l'operazione «londinese» richiedendo per la stessa operazione «un finanziamento milionario». Nella seconda il consulente Sindoca si domanda per quale motivo Parolin scrisse a Marogna una e-mail nella quale invitava la donna a non recarsi come previsto alla Segreteria di Stato proprio in quel periodo in cui nel Milanese avvenne l'arresto proprio della Marogna da parte delle autorità italiane su richiesta di quelle vaticane. Ad ogni buon conto va anche ricordato che Sindoca proprio ad AdnKronos ha pure dichiarato che i trasferimenti anomali di danaro, o meglio i bonifici elargiti a favore di Marogna, che i magistrati imputano alla stessa essere stati usati in modo anomalo, «sarebbero stati autorizzati fin dal Santo padre» in persona «come da chat» intercorsa «tra Becciu» e monsignor «Alberto Perlasca» un altro uomo chiave della Segreteria di Stato. Sindoca aggiunge poi che le spese di Marogna non solo sarebbero state autorizzate per l'appunto dal papa, ma che della cosa ci sarebbe persino un riscontro scritto nei verbali raccolti dalla magistratura vaticana.

QUESTIONE SPINOSA: COINVOLTA LA MAGISTRATURA ITALIANA
In questo frangente la questione diventa spinosa perché da settimane l'entourage della Marogna, come riporta anche il quotidiano Korazym.org, vicino ad alcuni ambienti vaticani, ritiene illegale l'arresto cautelare (anzitutto per mancanza di trattati internazionali che regolino la materia tra l'Italia e il Vaticano: Marogna infatti è cittadina italiana) del 13 ottobre poi convalidato dalla magistratura meneghina. Una lettura dei fatti suffragata da un pronunciamento della Cassazione come ricorda peraltro Milanotoday.it. Tanto che per quell'episodio i legali della Marogna (indagata dalle autorità vaticane solo per peculato giacché avrebbe intascato per finalità estranee a quelle istituzionali una somma di mezzo milione di euro) hanno perfino denunciato a Brescia i magistrati milanesi per sequestro di persona.

IL CONO D'OMBRA SUI POSSIBILI CORREI E SUI VERI MANDANTI
Ad ogni modo sullo sfondo della vicenda permangono alcune zone d'ombra molto spesse. Quali sono i beneficiari reali della operazione londinese? Chi sono i veri mandanti? Poiché l'operazione è stata condotta utilizzando le casse della Segreteria di Stato nonché quelle della cosiddetta banca vaticana, ossia lo Ior, chi presso questi due enti avrebbe dovuto controllare le richieste di finanziamento in considerazione del fatto che l'operazione avrebbe avuto abbrivio nel lontano 2014?

Si tratta di domande che nascono spontanee proprio alla luce di quanto vergato nelle 478 pagine firmate dal promotore di giustizia vaticano (una sorta di procuratore capo se si confronta quella funzione con quella similare presso la magistratura penale italiana) Gian Piero Milano e controfirmata dai due aggiunti Alessandro Diddi e Gianluca Perone: pagine dalle quali si evince peraltro che le persone offese risultano la Segreteria di Stato e lo Ior. In numerosissime circostanze in cui i magistrati formulano le loro accuse nei confronti dei rei presunti compare una espressione che solleticherà la curiosità degli addetti ai lavori: «con altre persone in corso di identificazione». Ergo, oltre agli indagati ci debbono essere parecchi correi presunti dei quali, stando alle conclusioni dell'Ufficio del promotore di giustizia, non si sa ancora nulla. 

IL PAPA E LE DEROGHE SPECIALI
Ma chi sono queste persone? La giustizia sarà mai in grado di identificare questi soggetti? In questo senso i magistrati hanno davvero potuto godere degli amplissimi margini operativi forniti loro direttamente da papa Francesco I? Jorge Bergoglio  infatti, sempre stando alle carte, avrebbe autorizzato, «con apposito provvedimento in data 5 luglio 2020... l'Ufficio del promotore di giustizia ad adottare sino alla conclusione delle indagini le forme della istruzione formale ad assumere, ove necessario anche in deroga alle disposizioni vigenti, qualunque provvedimento di natura cautelare nelle attività di accertamento dei fatti collegati alle denunce dello Ior e del Revisore generale della Santa sede», quest'ultima, detta alla grezza, è una sorta di autorità anticorruzione istituita entro le mura leonine.

LO IOR SULLO SFONDO
Ed è in questo contesto che la figura di Parolin potrebbe davvero fare luce rispetto ai numerosi anfratti «del London affaire» dei quali ancora si sa poco o nulla. Parolin infatti, il quale peraltro non ha mai smesso di coltivare le sue amicizie tra le figure di maggior spicco del comprensorio bassanese, dall'estate del 2013 è divenuto segretario di Stato: una sorta di primo ministro e di ministro degli esteri in una. Si tratta appunto della figura con maggiore potere in Vaticano sotto solo al pontefice. Per di più Parolin il 15 gennaio del 2014 su incarico di Bergoglio venne nominato in uno degli organismi più importanti dello Stato vaticano, vale a dire quella «Commissione cardinalizia di vigilanza dell'Iistituto per le opere di religione», lo Ior per l'appunto, che ha il delicatissimo compito di controllare uno dei più importanti snodi finanziari al mondo: un istituto lo Ior, che da anni finisce in polemiche di ogni tipo, anche legate a sospette operazioni di riciclaggio.

IL CURARO DI DAGOSPIA
Per ultimo ma non da ultimo sullo sfondo rimane una questione tutta politica. Solitamente quando un dicastero viene investito da uno scandalo di tale portata, il ministro, anche se non ha alcuna responsabilità di tipo penale viene comunque chiamato a rispondere giustappunto sul piano politico. Se, mutatis mutandis, un caso simile fosse deflagrato alla Farnesina, il ministro degli esteri Luigi Di Maio sarebbe stato investito da polemiche a non finire. Con Parolin invece le cose sono andate diversamente. A partire dai media italiani c'è stata «una sorta di rideau invisible» avvertibile ancora oggi. Un indizio in questa direzione lo lascia il webmagazine Dagospia che in un suo lancio al curaro («Il più pulito c'ha Marogna») dando voce alla stessa Marogna di seguito titola così: «Forse... Becciu era scomodo a qualche illustre personaggio della segreteria, come Parolin?».

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