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Il punto di Alberto Belloni: tutti contro la Pinna nel nome di Shakespeare

La rappresentazione mediatica è apparsa infatti nella nuova edizione di “Tanto rumor per nulla”.

Proviamo a mettere la parola fine ad una vicenda (mi riferisco ovviamente all’infelice battuta su lupi e gatti pronunciata da Sara Pinna alla fine di Cosenza-Vicenza) per la quale nessuno ha fatto una gran figura. Con una premessa doverosa: il mio commento è a posteriori in quanto non ero presente a Tva per “Diretta Biancorossa”, essendo all’estero. Quando sono tornato, lo tsunami mediatico si era già scatenato, con un’intensità che mi ha subito stupito vista la poca sostanza della polemica.

Non ci ha fatto di sicuro una bella figura la mia amica e collega Sara, alla quale è scappata la frase incriminata. Se n’è resa conto subito anche lei, da persona intelligente qual è, facendo subito le dovute scuse al papà e al bambino stesso. Succede anche ai professionisti più attenti. Ma un’accusa di razzismo (come di omofobia, di fascismo o di putinismo), cara Pinna, non si nega ormai a nessuno, in Italia. Nemmeno agli alpini. Pensate allora se poteva sfuggire alla gogna una conduttrice di provincia, nonostante le sue origini sarde/pugliesi. L’informazione pullula di cherubini dai candidi manti, in perenne attesa di scatenare pipponi etici. Prendete l’Ordine dei Giornalisti, ad esempio.

In questa storia, dal punto di vista istituzionale, non c’entrava una beata fava. In quanto la protagonista non è iscritta all’Albo professionale, né mai ha dichiarato di esserlo. E individuare responsabilità nel suo interlocutore televisivo (il giornalista, lui sì, Andrea Ceroni) è operazione oltre i limiti del ridicolo. Bene avrebbe fatto l’OdG a starsene fuori, evitando di entrare nel merito di una questione che non riguardava i suoi associati. Invece no. Eccolo lì il puntuale comunicato fustigatore di costumi. Non richiesto e non adeguato al caso. Pisciata fuori dal boccale, l’avrebbe definita il mio maestro GianMauro Anni… Eppure l’evolversi (o l’involversi) di questa bella e difficile professione avrebbe avuto (ed ha) ben altre questioni su cui esercitare disquisizioni etiche. E sulla questione non dico di più, limitandomi a consigliare ai miei lettori il magistrale intervento della collega Chiara Roverotto sulla strada che sta prendendo l’informazione nel nostro Paese.

Sempre più italiani non si riconoscono in un certo modo di trattare le notizie. E sono in aumento anche gli stessi giornalisti che non si allineano alle logiche dettate da grandi editori e politici di governo. Io sono tra questi, come avrete intuito. Inoltre, tra i non invitati alla tavola dei giudici, non posso non citare il Vicenza Calcio. La società berica aveva da poco manifestato il suo punto di vista sulla xenofobia, in occasione del filmato di un tifoso vicentino il quale aveva improvvidamente dato delle scimmie agli avversari. E benissimo ha fatto nell’occasione. In quest’ultimo caso però, nessuno aveva tirato per la giacchetta il club dei Rosso, addossandogli responsabilità per l’accaduto. Né la famiglia del bambino, né i tifosi rossoblù e nemmeno il Cosenza Calcio. Il Lanerossi Club è sempre stato tenuto fuori dalla polemica mediatica. C’era bisogno di una ulteriore presa di posizione? Credo di no. Ma per capire il senso delle note di censura a Sara Pinna, occorre fare un passo indietro.

Nel corso dell’anno l’emittente televisiva è stata piuttosto pungente sulla conduzione di un campionato sciagurato, conclusosi con la retrocessione in Lega Pro. A mio avviso (ma è un parere personale, ovviamente) una posizione critica rimasta sempre negli ambiti di una corretta valutazione sportiva. Ma in Largo Paolo Rossi non si è mai pensato così. L’emittente è stata considerata una spina nel fianco che infastidiva i programmi strategici del management biancorosso. Qualcuno potrà dirvi che non è così, ma credetemi, vi sto descrivendo semplicemente un’evidenza. Il tutto per sottolineare che questa premessa potrebbe aver a che fare, e non poco, nell’intervento (non richiesto) sulla querelle di cui ci stiamo occupando. Qualcosa che assomiglia maledettamente ad una ripicca. “Cara Tva, hai picconato il lavoro della società in tutti questi mesi? E noi sistemiamo i conti con questo siluro al fiele diretto contro la tua esponente di punta…” Una scelta che di sicuro non aiuterà in futuro a smorzare i toni con il (ex?) Media Partner. Nei giorni antecedenti al fattaccio (poi arrivato, incredibilmente, su molte testate nazionali) avevo pubblicato un pezzo, che molti miei lettori hanno apprezzato. In quelle righe invitavo Otb ad un’operazione trasparenza, che desse un senso positivo ad un capitolo tanto doloroso della storia del Lane. Chiedendo che i maggiori responsabili della Dirigenza intervenissero con un bilancio coraggioso e un impietoso autodafè, circa gli errori che avevano portato al disastro, aggiungendo, magari, qualche scusa pubblica per uno dei peggiori capitoli nei 120 anni di calcio in città. Scuse non rivolte certo ad Alberto Belloni, che è un pisquano qualsiasi, ma alla tifoseria berica la quale, nonostante il guano che ha dovuto ingerire nel corso del campionato, mai si è tirata indietro nel sostenere la squadra. Ho per questo seguito con interesse (nonostante mi trovi nuovamente fuori dall’Italia) la doppia conferenza stampa Bedin/Stefano Rosso. Devo dire con una certa soddisfazione che l’appello è stato in parte raccolto, specie dal DG. Le spiegazioni sono arrivate, anche se non tutte. Fossi stato lì qualche altro approfondimento l’avrei chiesto. Per esempio: come mai, se la seconda parte del campionato, sotto la gestione di Brocchi, è stata sostanzialmente positiva, con un accorciamento importante del distacco da penultima e terzultima, si è poi arrivati alla giubilazione del tecnico? E poi a chi si deve la scelta di inserire in rosa giocatori non affidabili dal punto di vista fisico (Rigoni, Lanzafame, Lukaku ecc.) o tecnicamente incomprensibili (Tagourdeau, Brosco ecc.).

Obbedendo a quali criteri? E inoltre, per quale motivo, nonostante si stia tuttora sbandierando la qualità della politica dei giovani (ed è una realtà) nel girone di ritorno la compagine è scesa in campo praticamente senza alcun elemento del vivaio. A meno di non voler contare un quarantenne come Maggio. Si tratta alla fine di dettagli, direte, ma forse è la somma di questi dettagli ad aver prodotto i guai grossi. L’importante, per quel che mi riguarda come osservatore, è stata la disponibilità di presidente e AD a confrontarsi con l’ambiente attraverso un nuovo e diverso piano di comunicazione. Questa è la strada giusta perché la serie C possa essere solo un evento passeggero. Manca in realtà il capitolo scuse, dirà qualcuno? Forse non si può pretendere tutto e subito. L’importante è iniziare un percorso. Evitando nel frattempo, per quanto possibile, di vestire alla prima occasione i panni di Catone il Censore, specie dopo certi scivoloni relazionali che hanno contraddistinto la stagione. Nella questione Tva la cosa che personalmente mi ha fatto sorridere con una certa amarezza, è aver notato tanti personaggi, locali e no, pronti a fare la morale al prossimo.

E ad inzuppare il pane in una minestra scipita che non è solo della conduttrice vicentina ma alquanto generale. Già, perché sapete qual è una delle battute più famose della commedia cinquecentesca citata nel titolo? “Che ogni occhio negozi per se stesso…” Come dire: guardatevi dentro prima di parlare degli altri. Diavolo d’uno Shakespeare! Qualcuno sostiene fosse italiano, ceppo Florio/Crollalanza, antica famiglia meridionale. Prima di trasferirsi a Verona, Venezia e infine nella perfida Albione. Chissà, forse imparentato con gli avi terroni di Sara Pinna… Cinque secoli dopo, è questa l’interpretazione moderna di “Tanto rumor per nulla.”? Meditate, gente, meditate…

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