Noi che credevamo nella BpVi: troppi «non ricordo» durante il processo a Zonin

Il portavoce di uno dei coordinamenti dei risparmiatori è scettico su alcune testimonianze rese durante le ultime udienze del dibattimento

Un risparmiatore protesta fuori dal tribunale di Vicenza durante un'udienza del processo Zonin (Foto Marco Milioni)

«C'è qualcosa di molto strano nelle ultime deposizione rese durante il processo per il crollo della BpVi».

A parlare senza peli sulla lingua è Luigi Ugone, presidente della associazione «Noi che credevamo nella Banca popolaredi Vicenza» uno dei coordinamenti che si battono per tutelare i risparmiatori dopo il crollo delle ex popolari venete. Frattanto durante l'assise di ieri hanno fatto capolino tra i testimoni l'imprenditore René Caovilla, ex socio de Il Gazzettino nonché uno dei principi della scarpa di lusso del Belpaese. Tra le persone ascoltate anche il commercialista Robertino Capozzo, già sindaco di Lugo, che ha raccontato come nel 2014 gli venne chiesto entrare in soccorso di  BpVi intestandosi mezzo milione di euro in azioni. Durante l'udienza di ieri peraltro erano presenti due dei principali indagati: il cavalier Gianni Zonin, già presidente della banca e l'ex membro del cda Giuseppe Zigliotto.

Ugone ieri voi eravate in aula?
«Io personalmente ieri, sottolineo per la cronaca che il processo ritornava a Vicenza dopo aver lasciato la sede provvisoria presso l'aula bunker di Mestre, non c'ero. Però come associazione abbiamo fatto una valutazione complessiva di quanto è accaduto durante le ultime udienze».

Ovvero?
«Noto che i media stanno dando molta enfasi alle versioni di alcuni testi. E ci sta. Dico però che dopo il putiferio di questi anni mi sarei aspettato molto di più. In realtà certe testimonianze stanno facendo rumore in relazione al silenzio che ha caratterizzato altri testi. E anche in relazione a quanto non è stato detto e si sarebbe potuto dire. Ci sono troppi non ricordo a mio modo di vedere».

Che significa?
Significa che alcuni imprenditori che sono venuti a deporre in aula, grossi nomi che al tempo avevano cospicui rapporti con l'istituto di via Framarin, mi hanno colpito per la loro scarsa memoria. Top manager di quel calibro che non ricordano operazioni per milioni di euro, mi danno da pensare sul futuro di questo processo».

Perché?
«Perché queste ambiguità, questi silenzi, cominciano ad avere il profumo dell'omertà. E poi c'è un altro silenzio che continua ad essere assordante».

Di che cosa si tratta?
«L'inchiesta per la eventuale bancarotta fraudolenta legata al collasso della BpVi, una inchiesta parallela a quella sfociata nel processo di queste settimane, sembra sparita dai radar. Sappiamo che non è approdata al processo e ne sappiamo poco o nulla. Non mi stancherò mai di dirlo».

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