Giovedì, 13 Maggio 2021
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Pfas, il documento shock: «analisi» blindate per i veneti

Mentre a Borgo Berga arriva il rinvio a giudizio per gli indagati nell'ambito dell'affaire Miteni, gli ambientalisti mettono la Regione sulla graticola: «non ci fanno fare» i prelievi per quantificare la contaminazione «del sangue». Nel frattempo fioccano i dubbi sulla bonifica e si parla anche di azioni civili contro eventuali carenze «in vigilando» da parte gli enti pubblici

Un momento del sit-in «No Pfas» di ieri davanti al tribunale di Vicenza (foto Marco Milioni)

Il tribunale di Vicenza ha deciso per il rinvio a giudizio degli indagati nell'ambito dello scandalo Pfas, i temutissimi derivati del fluoro prodotti e lavorati dalla trissinese Miteni, derivati «che hanno inquinato tutto il Veneto centrale». La novità è emersa oggi 26 aprile nel pomeriggio. Frattanto il fronte ecologista che ieri aveva organizzato un sit-in proprio davanti al palazzo di giustizia berico in attesa del pronunciamento del gip, spara a palle incatenate su palazzo Ferro Fini. E accusa gli uffici regionali di mettersi di traverso rispetto a quei cittadini che vogliono capire il tasso contaminazione del proprio sangue.

LA NOVITÀ
Ad ogni modo la decisione odierna presa dal giudice per indagini preliminari Roberto Venditti è stata salutata con favore da tutta la galassia ambientalista, dai lavoratori della fabbrica, oggi fallita nonché dai gestori del ciclo integrato dell'acqua che lamentano di avere patito dalla contaminazione danti pesantissimi. Comitati, sindacati e associazioni faranno il punto della situazione già nelle prossime ore ma a margine della seduta il pronunciamento del dottor Venditti è stato accolto con favore. Gli avvocati delle parti civili hanno ringraziato i pubblici ministeri che hanno coordinato l'inchiesta (si tratta della dottoressa Barbara De Munari e del dottore Hans Roderich Blattner).

Gli attivisti della rete ambientalista hanno lodato poi «il grande impegno e la grande capacità investigativa» messa in campo dai carabinieri ambientali del Noe di Treviso «il cui apporto è stato provvidenziale perché l'impianto accusatorio reggesse l'urto del vaglio operato dal Gip». Sarà ora il processo vero e proprio a stabilire se gli imputati chiamati davanti alla corte siano colpevoli o meno.

IL PREAMBOLO
La tensione prima dell'udienza era palpabile anche perché da giorni e giorni la variegata rete ambientalista che da anni «combatte la sua battaglia nell'ambito dell'affaire Miteni» aveva fatto sentire la sua voce. Ieri pomeriggio attorno alle cinque durante un sit-in con oltre duecento persone, davanti al tribunale di Vicenza era stato fissato un maxi striscione in cui campeggiava la scritta «bonifica subito». Poco dopo su un podio improvvisato avevano preso la parola molti attivisti tra i quali figurava un delegazione di Legambienete Alessandria: una comunità che con la Solvay sta affrontando «un caso cugino» rispetto quello che da anni interessa il Veneto centrale, «pesantemente contaminato dai Pfas ossia una temutissima famiglia di sostanze derivate del fluoro, presenti in moltissime lavorazioni industriali».

LA BORDATA
Ad ogni buon conto ieri una delle stoccate più dure era stata quella di Giovanni Titta Fazio, volto storico di Cillsa, un coordinamento ambientalista molto attivo nell'Ovest vicentino. Fazio dal podio aveva puntato l'indice contro il sistema sanitario regionale spiegando come de facto sia difficilissimo anche per chi si rivolge a strutture private, «per non parlare di quelle pubbliche» misurarsi il tasso di Pfas nel sangue. Su questo versante infatti la Regione Veneto ha avviato un piano di sorveglianza sanitaria che però viene giudicato poco adeguato perché le analisi sono possibili solo per una ristretta coorte di cittadini inclusi nelle zone considerate più a rischio. Si tratta di una impostazione che però viene considerata con sospetto dagli ambientalisti che la giudicano inadeguata poiché «a causa della pervasività del fenomeno Pfas queste sostanze andrebbero cercate come minimo in tutto il Veneto e in ogni classe di età». Le critiche a palazzo Balbi per vero aevvano già fatto caplino sul blog del Cillsa alcuni giorni fa.

LA LETTERA CHE SCOTTA
E in qualche modo i timori di Fazio sono stati confermati oggi quando a margine dell'udienza ha fatto capolino una lettera «che scotta». Si tratta di una missiva che Vicenzatoday.it può mostrare integralmente. Una missiva in cui l'Ulss 8 berica rispondendo ad una abitante di Creazzo (comune non ricompreso nella cosiddetta zona rossa) ma che aveva per un periodo vissuto a Lonigo (comune sì compreso in zona di massimo rischio) comunica che «il piano di sorveglianza sanitaria sulla popolazione esposta alle sostanze perfluoroalchiliche, i Pfas, è blindato dalla Regione Veneto e prevede la partecipazione solo dei residenti o domiciliati nei comuni dell'area rossa a maggiore esposizone».

Appresso c'è un altro passaggio in cui l'estensore (si tratta del dottor Rinaldo Zolin, responsabile della unità di epidemiologia di Montecchio Maggiore) ammette di non essere «a conoscenza di laboratori privati ove un cittadino possa rivolgersi per il prelievo ematico ai fini del dosaggio dei composti perfluoroalchilici e tanto meno se questi laboratori siano autorizzati». Ed è l'utilizzo del termine autorizzati che da ore sta mandando in fibrillazione un pezzo della galassia ambientalista la quale, parlando «di documento shock», teme che dalle parti di palazzo Balbi «qualcuno stia pensando a erigere una sorta di muro di gomma per impedire ai cittadini di misurarsi liberamente il livello di Pfas nel sangue». Magari con «la speranza - rimarca un funzionario dell'assessorato regionale all'ambiente ambiente che chiede l'anonimato - di evitare che a migliaia gli stessi cittadini prima o poi si costituiscano in giudizio civile contro contro gli enti pubblici» ipotizzando da parte di questi ultimi una serie di carenze in vigilando ossia sul piano dei controlli. Si tratta per di più di una ipotesi niente affatto peregrina perché proprio nei confronti della Regione non sono mancati gli esposti in sede penale: sia da parte di Greenpeace Italia con l'avvocato Alessandro Gariglio, sia da parte dell'associazione padovana «La terra dei Pfas» con l'avvocato Giorgio Destro.

LO SPETTRO
Sempre durante il sit-in di ieri un altro momento topico è stato quello dell'intervento del professore Dario Zampieri. Ordinario all'Università di Padova, quest'ultimo è uno dei luminari della geologia italiana. Parlando ieri agli astanti dei parallelismi tra il caso Pfas, deflagrato nel 2013-2014 e il suo antenato, quello che sconvolse il Vicentino alla fine degli anni '70 e che coinvolse la progenitrice della Miteni ossia la Rimar, Zampieri ha detto una cosa che ha fatto rizzare le antenne ai manifestanti. «Occorre vigilare sulla contaminazione in corso» perché oltre alla contaminazione della falda di Almisano nell'Ovest vicentino, potrebbero essere a rischio anche le falde più a est anche in considerazione che l'inquinamento degli anni Settanta si insinuò nel comprensorio del torrente Onte e di lì raggiunse dapprima il comprensorio di Creazzo e poi l'hinterland del capoluogo berico.

Ancora Zampieri ha ammonito coloro che risiedono nel Veneto centrale a prestare particolare «attenzione» al discorso della bonifica. Quella di cui stanno discutendo in questi mesi non è una bonifica ma «una Miso ossia una messa in sicurezza operativa». Si tratta di un accorgimento di tipo contenitivo che se ben realizzato può dare i suoi frutti «al massimo per un centinaio di anni, poi però - sottolinea il professore - il problema se lo ritroveranno» sul groppone «i nostri pronipoti» anche perché una bonifica integrale, vista la diffusione e la pervasività dell'inquinamento, «presenta ostacoli tecnici» che potrebbero rilevarsi insormontabili: questo in buona sostanza lo spettro delineato dal geologo.

PERFLUORATI E INCENERITORI? «NO GRAZIE»
Il cahier de doléances dei comitati comunque è tutt'altro che esaurito. L'ala «probabilmente più arcigna del movimento», quella che fa capo al Veneziano e alla Riviera del Brenta ieri a Vicenza era presente in forze. Mattia Donadel, uno dei volti più noti della rete ambientalista del comprensorio del Brenta, ha attaccato la Regione a muso duro. «Palazzo Balbi, spalleggiato da una pletora di municipalizzate in giro per il Veneto sta pensando a una rete di inceneritori in cui potranno essere bruciati fanghi contenenti Pfas». Si tratta di «un incubo» che come già denunciato in passato potrebbe materializzarsi con l'inceneritore in via di realizzazione a Fusina. Tuttavia i derivati del fluoro, anche perché di questi reflui «ne produce a go go il settore conciario nel distretto dell'anno-Chiampo», secondo gli attivisti potrebbero in futuro «essere bruciati» in impianti come quello di Padova o di Schio. «Ed è per questo - ribadisce Donadel - noi diciamo inceneritori non grazie. Non possiamo pensare che i perfluorati, ossia i Pfas dopo esserceli bevuti nell'acqua potabile, dopo esserceli mangiati negli alimenti contaminati, ora ce lo dobbiamo pure respirare nell'aria sempre che non lo abbiamo già fatto».

CATENA ALIMENTARE E DATI SECRETATI: IL SILURO DI CERUTI
Epperò l'attacco più duro nei confronti degli uffici regionali ieri è giunto dall'avvocato rodigino Matteo Ceruti, legale del coordinamento delle Mamme no Pfas. Queste ultime assieme alla associazione ecologista Greenpeace avevano condotto una battaglia campale affinché palazzo Balbi desecretasse uno studio sulla presenza dei Pfas nella catena alimentare veneta. Alcuni giorni fa Greenpeace e le mamme hanno avuto ragione davanti al Tar veneto che ha giudicato illegittimo il diniego opposto dai funzionari regionali. E così ieri Ceruti davanti all'uditorio che lo ascoltava ha preso la palla al balzo e ha lanciato un siluro verso la Laguna: «Vediamo se adesso gli uffici regionali vorranno sfidare la società civile ricorrendo al Consiglio di stato» perseverando quindi nella volontà di tenere nascosti «dati importantissimi in barba ad una tanto sbandierata trasparenza».

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